Recensione: THE END OF THE TOUR. Cinque giorni con David Foster Wallace. Un bel film da recuperare (se potete)

581810The End of the Tour – Un viaggio con David Foster Wallce, un film di James Ponsoldt. Con Jason Segel, Jesse Eisenberg, Joan Cusack, Mamie Gummer.
285658È il 1996, David Foster Wallace ha appena pubblicato Infinite Jest, il romanzo che l’ha trasformato nel grande scrittore americano di fine millennio. Il giornalista di Rolling Stone David Lipsky lo segue nel suo tour promozionale per intervistarlo. Ma il pezzo non sarà mai pubblicato. Solo dopo il suicidio di DFW quei nastri registrati diventeranno un libro: che questo film mette in scena fedelmente. Un film purtroppo sparito subito dai cinema: se vi capita, non perdetevelo. Voto 7 e mezzo
530637Peccato che questo buonissimo film sia uscito in qualche cinema sì e no un paio di giorni (distribuito da Adler) e subito sparito: speriamo che ripassi in sala, o venga ripescato qua e là da qualche eroico cineclub. E però inutile piangere sulla censura del mercato, sulla distorsione del sistema distributivo (distorsione che pure esiste e pesa, con troppi cinema gestiti secondo logiche oligopolistiche), perché il problema vero è che film come The End of the Tour non hanno quasi più un pubblico. Gli spettatori tradizionali del cosiddetto cinema di qualità stanno invecchiando e son sempre di meno, e quanti di loro ancora comprano il biglietto si indirizzano tutt’al più verso prodotti certificati dai loro critici e giornali di riferimento e tagliano via tutto il resto, tutto quello che si situa oltre il mainstream di qualità, ogni possibile eccentricità e diversità rispetto alla media. Gli altri, le generazioni giovani o quasi giovani, per un piccolo film senza effetti speciali non investono nemmeno mezzo euro, tanto prima o poi li possono vedere, sempre che ne abbiano voglia, aggratis a casa nel modo che sappiamo, giusto? Che poi i film, il cinema, non son mica neanche considerati così cool, surclassati ormai nel ranking di giovani e quasi-giovani dalle serie tv. Che poi se il medio hipster, scalzo o non scalzo ma sempre con barba, si muove per entrare in una sala è solo perché c’è aria di evento intorno a quanto si proietta, evento vero o presunto, creato da qualche signore del marketing o del pierraggio (pensare che The End of the Tour è film perfetto per loro, intendo gli hipster). La settimana scorsa è andato parecchio bene il gay-movie, peraltro meraviglioso, Weekend, che, pur distribuito in sole dieci copie, ha realizzato la più alta media per screen. E però lì a far da promozione e traino involontario c’è stata la Cei che, avendogli appiccato attraverso la sua commissione cinematografica l’etichetta “sconsigliato, non utilizzabile, scabroso”, ne ha decretato la fortuna suscitando l’indignazione dei soliti politicamente correttissimi e spingendoli a correre al cinema. Tutto, pur di protestare contro santa madre chiesa, perfino spendere qualche euro per un film che altrimenti mai si sarebbe speso (si sa che venti e trentenni preferiscono investire sugli happy hour, serbatoio di incontri che posson sempre rivelarsi utili). Purtroppo una bocciatura della Cei non arriva tutti i giorni, anzi raramente assai, e dunque questo The End of the Tour, che non è incappato in nessun veto prelatizio e vescovile, non ha potuto fregiarsi dell’aureola del martirio, ed è stato abbandonato al suo destino di invisibilità. Peccato. Trattandosi difatti di uno dei più fini e acuti da parecchio tempo in qua su scrittori e letteratura, terreno tra i più infidi in quanto propizio al peggio trombonismo e ogni sussiegosa retorica. Fors’anche perché David Foster Wallace – è lui difatti a stare al centro di The End of the Tour – con quei suoi modi frikkettonistici, capelli lunghi e bandana!, con la sua vita disperata di depressione e la sua fine suicida, ha più da spartire con l’immagine della rockstar maledetta che dello scrittore secondo tradizione. The End of the Tour racconta l’incontro avvenuto nel 1996 tra lui e il giornalista di Rolling Stone David Lipsky, i cinque giorni da loro passati insieme durante un mini-tour promozionale nel Midwest di Infinite Jest, il romanzo che aveva trasformato pochi mesi prima Wallace da promessa a superstar della letteratura giovanil-postmoderma Usa, in nuovo cantore dell’America pop di fine millennio. L’intento di Lipsky è, ovviamente, di realizzare un’intervista-ritratto che trasmetta al lettore il carattere, e la vita quotidiana se non privata, di quel ragazzo di trent’anni appena promosso a genio letterario. Sarà, come tutte le interviste, una partita a due composta di tattiche e stategie, di sofisticate mosse e contromosse, una paziente sfida a scacchi, una caccia dell’intervistatore all’intervistato, anche se l’apparenza è quella di una complicità quasi amicale tra coetanei. Il paradosso è che i nastri registrati da Lipsky non diventeranno mai un pezzo pubblicato da Rolling Stone, subito dopo il giornalista verrà spedito a Seattle a indagare su una scia di decessi per eroina e non avrà più la possibilità di scrivere la sua storia su DFW in tempo utile. Questa, almeno, la spiega ufficiale della mancata pubblicazione, spiega convincente secondo me fino a un certo punto (non è che magari l’intervista fosse stata giudicata non abbastanza interessante, non in grado di coinvolgere il lettore medio della rivista assai più focalizzato sulle storie di musica?). Lipsky riascolterà quei nastri e ne ricavrà un libro solo dopo il suicidio di DFW nel 2008 (suicidio per impiccagione, avvenuto sei mesi dopo che lo scrittore aveva smesso di assumere il Nardil, un antidepressivo che per lungo tempo lo avevano stabilizzato, ma forse anche compresso e imbrigliato), ed è da quel libro che è tratta la notevole sceneggiatura di Donald Margulies per questo film. Il miracolo è che The End of the Tour non ci annoia mai, incapsulandoci, intrappolandoci senza che quasi ce ne accorgiamo nella fitta trama di dialoghi, di ping-pong verbali tra i due protagonisti e segreti contendenti. L’obiettivo di DFW, raggiunto da Lipsky nella sua casa in mezzo alla neve nel Midwest profondo dove ha un posto di docente universitario, sembra quello di concedersi, di aprirsi, senza però farsi invadere nella sfera privata e intima, quello del giornalista è all’opposto, e ovviamente, di sapere di tutto e di più, il più possibile degli aspetti più chiacchierati del giovane scrittore, la sua preseunta dipendenza da droghe varie, la sua depressione cronica e profonda, e un tentato suicidio avvolto nelle nebbie dei si dice. Tra i due sembra scattare una speciale e imprevista intesa, tant’è che Wallace invita Lipsky a dormire a casa sua e poi a seguirlo negli ultimi giorni del tour promozionale di Infinite Jest, ma ciò non basta ad attenuare la netta differenza, e anche opposizione, dei rispettivi obiettivi. Wallace ci conquista con la parola, una parola vertiginosa per bellezza e sottigliezza analitica, e con un pensiero laterale e per niente convenzionale con cui riesce a leggere, e a farci rileggere, il mondo americano di quegli anni di consumi smodati, di vita irriflessa e di scarsi pensieri, di culture e sottoculture variamente pop, di infiltrazioni dei media (eppure internet non aveva ancora dispiegato tutta la sua potenza di fuoco) nelle coscienze. Non ha niente a che spartire, almeno in superficie, nella sua esteriorità, nei modi, con la figura altera dell’intellettuale-scrittore. È un ragazzone timido e sgraziato, anello di congiunzione tra il tardo frikkettone e il nerd, con la speciale qualità di penetrare nella contemporaneità e di restituirne le stratificazioni e la complessità opaca attraverso la parola, detta o scritta. Lo vediamo mentre trascina il suo intervistatore-interlocutore-cacciatore, e forse complice e amico (forse), sulle strade e nelle città di un’America di prvincia, tra librerie non così massicciamente frequentate e shopping center naturalmente assai affollati, cattedrali della merce e delle sue cerimonie celebrative. La nostra strana coppia si intratterrà pure con un paio di ragazze, antiche amiche e supporter di DFW, e se non è cuccaggio lo si sfiora. The End of the Tour è uno di quei rari film più da ascoltare (meglio in VO che doppiato, ovvio) che da guardare, stando la sua narrazione eminentemente nella trama discorsiva, nel pulviscolo verbale che si solleva tra i due protagoinisti e antagonisti, nella chiacchiera apparentemente evasiva e connessa che è invece per lo scrittore il veicolo del suo pensare, la trasposizione a voce del suo sguardo sul mondo. Cosa ne esce? Un DFW malinconico e anche straziante. E sfuggente, nonostante le finestre che ogni tanto apre sulla propria intimità e interiorità, e però la sensazione è che pure quelle siano strategie di depistaggio. Elusivo. Nega ogni coinvolgimento con le droghe dure, lascia nel non-detto il presunto tentato sicuicidio, rivela e insieme occulta. Certo ne ricaviamo un’impressione potente, quella di un giovane uomo dotato di speciali sensori e uno speciale radar, con un che di sciamanico, di rabdomantico. Quando Lipsky si illude di averlo stanato e forse domato, DFW ruggisce e colpisce e ferisce. Succede quando l’intervistatore ha l’aria di combinare con la ex dello scrittore, e allora ecco la reazione feroce di chi vuol difendere il territorio e, ebbene sì, la preda. Il che lascia intuire un altro livello più oscuro, e occulto, di quell’incontro, la sfida tra due maschi alfa, con il meno famoso Lipsky, giornalista e scrittore, che tacitamente sfida sul suo terreno David Foster Wallace, lo scrittore affermato, anzi proclamato il più grande dell’America di fine millennio. Che è anche l’impossibile confronto-scontro tra un uomo sì capace e di talento, e un genio che lo sovrasta e lo schiaccia. James Ponsoldt mette in cinema molto ordinatamente, con rispetto e senza sovrapporsi pesantemente, la buonissima sceneggiatura di Donald Margulies. Restano i due interpreti. Jesse Eisenberg, sempre con quell’aria puntuta e antipaticuzza, è un perfetto Lipsky. Ma è Jason Segel a far suo il film, restituendoci un DFW di impressionante mimetismo, fisico e non solo, malinconico, mite ma anche capace di graffiare e far male, a tratti come assente da se stesso, eppure con la lucidità e la chiaroveggenza di uno sciamano. Una performance che avrebbe meritato una nomination all’Oscar. In un ruolo collaterale vediamo Mamie Gummer, figlia di Meryl Streep, una faccia non qualunque, e bravissima.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Recensione: THE END OF THE TOUR. Cinque giorni con David Foster Wallace. Un bel film da recuperare (se potete)

  1. Pingback: Film stasera in tv: ‘The Spectacular Now’ (martedì 13 novembre 2018, tv in chiaro) | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.