(al cinema) Recensione: TRUTH. Se la ricerca dello scoop diventa un’ossessione

12513510_1542342069409558_8414932899516240840_oTruth, un film di James Vanderbilt. Con Cate Blanchett, Robert Redford, Elisabeth Moss, Dennis Quaid, Topher Grace, Stacy Keach, Bruce Greenwood, Dermot Mulroney.
12622213_1546182212358877_2580449887217990352_oRicostruzione dell’inchiesta giornalistica che nel 2004 doveva azzoppare George W. Bush nella corsa alla Casa Bianca, e che si rivelò invece un boomerang per il team investigativo che l’aveva condotta. Truth allude complottisticamente a un oscuro e opaco sistema di potere che avrebbe sabotato l’inchiesta. Quel che invece salta fuori dal film, al di là delle intenzioni dei suoi autori, è come la ricerca dello scoop possa diventare un’ossessione, una compulsione devastante. Cate Blanchett ormai in preda all’overacting. Voto 4 e mezzo
10496188_1535054870138278_849001462652504502_o12485863_1545036945806737_6199009556873358691_oUn film tristissimo. Quasi la pietra tombale su certo giornalismo investigativo, almeno così come l’ha idolizzato il cinema, da Tutti gli uomini del presidente in avanti. Si esce da Truth con addosso una rabbia amara, come contaminati dalla sconfitta, professionale e anche politica, che il film racconta, quella della giornalista di Cbs News Mary Mapes e del suo mentore Dan Rather, l’anchorman leggendario di 60 Minutes, tutti e due fatti fuori dal network dopo il loro scoop mancato, o quantomeno inaccurato, sul presidente Bush (George, mister W insomma) e il suo presunto e mai dimostrato imboscamento per evitare la guerra in Vietnam. Truth ricostruisce la vicenda, e non è un bel vedere per il suo procedere inesorabile verso il fallimento, basandosi sul memoir della stessa Mary Mapes pubblicato nel 2015 (dunque sarà bene ricordarsi in ogni momento della visione che si tratta di punto di vista di parte, e che forse sarebbe stato il caso di bilanciare con altri punti di vista e altre angolazioni e prospettive). Se nelle intenzioni dei suoi autori Truth voleva essere una difesa accanita e una riabilitazione di Mary Mapes e della sua allora discussa inchiesta, l’obiettivo non è statp raggiunto. Anzi, per la solita eterogenesi dei fini, il film finisce con l’essere il ritratto-resoconto involontariamente crudele di una hybris, di una spasmodica ricerca dello scoop, di una rovinosa e accecante ossessione-possessione a passare alla storia del giornalismo, costi quel che costi. Anche di oltrepassare i limiti stabiliti dal buonsenso. Siamo nel 2004, nella redazione news della Cbs, con la giornalista d’assalto Mary Mapes (cui Cate Blanchett conferisce una febbrile e irriflessa, quasi automatica energia) appena premiata per la sua inchiesta sulle torture nel carcere irakeno di Abu Ghraib. Siamo a settembre, di lì a un paio di mesi gli elettori americani dovranno decidere se rinnovare il mandato presidenziale a George W. Bush o rimpiazzarlo con il suo avversario democratico John Kerry. È da un bel po’ che nelle redazioni si sospetta, si vocifera, si sussurra e qualche volta si grida – notizie, o meglio insinuazioni al riguardo eran già trapelate – che Bush abbia a suo tempo evitato la guerra in Vietnam arruolandosi nell’aviazione e prestando servizio in una base di addestramento in Texas, senza peraltro neanche ottemperare agli obblichi di training, anzi con lunghe e ingiustificate assenze. Insomma, imboscamento, mentre migliaia e migliaia di ragazzi di famiglie meno privilegiate ci lasciavano la pelle, laggiù tra risaie. Succde che una fonte contatta Mary Mapes – si rivelerà essere un ex militare anziano e malato – e le consegna dei documenti in fotocopia provenienti dalla base aerea in cui l’allora giovane Bush avrebbe dovuto compiere il suo adestramento, e son documenti da cui emerge come il rampollo di petrolieri texani si fosse sottratto all’impegno. Si fanno verifiche (che poi risulteranno non così accurate), si coinvolge nella faccenda un monumento nazionale come Dan Rather, il signore che da una vita tiene incollati gli americani alla tv con il suo quotidiano 60 Minutes, e si va all’attacco, sperando di azzoppare Bush e bloccare la sua corsa numero 2 alla Casa Bianca. A lavorare con Mary Mapes un team investigativo composto da un giovane reporter freelance, una insegnante di giornalismo e da un ex colonnello dei marine quale consulente militare. Lo scoop sembra ormai cosa fatta, ma ecco che comincia il contrattacco pesantissimo da parte di alcuni blogger (di cui il film non specifica mai l’identità) probabilmente filo-Bush. Un bombardamento teso a dimostrare come quei documenti, che son fotocopie di fotocopie e non originali, sarebbero stati appena fabbricati ad hoc usando Word e poi artificialmente invecchiati. Mapes e il suo team si difendono, trovano periti che li supportano, ma la situazione precipita definitivamente quando vien fuori il giro alquanto opaco e oscuro compiuto dai documenti prima di arrivare alla Cbs. Il network fa marcia indietro, smette di sostenere il team investigativo, licenzia Mary Mapes – che da allora non lavorerà mai più in tv: una carriera stroncata – e perfino l’icona americana Dan Rather. Un disastro. Truth a questo punto sottilmente complottizza, allude a oscure collusioni e manovre, e insomma Mary Mapes sarebe stata vittima di poteri forti e ignominiosi interessi occulti volti a sabotare ogni mossa anti-Bush. Una conspiracy theory non così convincente. Perché il film non ce la fa a toglierci l’impressione che Mapes e il suo team avessero magari azzeccato la direzione di marcia, mancando però di attuare le necessarie verifiche e ficcandosi da soli, e per propria responsabilità, in una trappola. Come si fa ad attaccare il presidente degli Stati Uniti con delle fotocopie in mano e senza nemmeno sapere esattamente da dove provengano? Sorry, ma qui a farci la pessima figura più che Bush è certo giornalismo investigativo ossessionato e posseduto dalla smania dello scoop. Confrontare quel che si vede qui con Il caso Spotlight, dove l’inchiesta viene condotta col massimo del rigore (e se Spotlight non mi è piaciuto è per tutt’altri motivi). Non bastasse, Mary Mapes vien mostrato come un’impasticcata e sempre con un buon bicchierozzo in mano, il che non aiuta, diciamolo. Cate Blanchett è ormai schiava dell’overacting e qui insopportabile come in Carol. Redford, con quella faccia-ragnatela, è invece perfetto quale Dan Rather, l’uomo cui tutti gli americani credevano, ormai pure lui un’american icon. Sottoutilizzata Elisabeth Moss, ed è un peccato. Tra le cose meglio riuscite di Truth è lo sguardo sul backstage dei grandi network televisivi americani, su come la si costruisce un’inchiesta, su come si va in onda e si assembla, monta, taglia un servizio, su come agguantare spettatori e non poerderli durante la messa in onda, sulla catena di comando e delle responsabilità che si snoda tra i giornalisti e la proprietà. Che poi se si sbaglia, o si manca l’obiettivo, si paga durissimamente. È l’America, bellezza.

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