(al cinema) Recensione: RISORTO. Torna il film pasquale su passione e resurrezione

12525088_1145144352192831_6396601200537784742_oRisorto (Risen), un film di Kevin Reynolds. Con Joseph Fiennes, Tom Felton, Maria Botto, Peter Firth.
10838049_1137106302996636_14194635529689362_oUn tribuno militare romano è incaricato di far luce sulla misteriosa scomparsa di Gesù, anzi Yeshua, dal sepolcro. L’hanno trafugato? O è davvero risorto come sostiene chi ha cieca fede in lui? Un film che ricorda moltissimo L’inchiesta di Damiano Damiani, anche se non ce n’è traccia nei credits. E che resta tutto all’interno della tradizione devozionale ed osa, anche stilisticamente, molto poco. Solo con qualche concessione alla muscolarità genere Gladiatore. Voto 5
12841232_1135704629803470_8254322067734279481_oUn soldato romano resta affascinato dalla figura di Gesù e, davanti alla croce, le sue prima incrollabili certezze – nella potenza di Roma, nella verità dei suoi dei e idoli – cominciano a vacillare. Dov’è che l’abbiamo appena vista questa scena? Indovinato: in Ave, Cesare! dei fratelli Coen, in quel peplum à la manière de La tunica e Quo Vadis? interpretato da George Clooney. Ecco, Risorto è quella storia lì, è (anche) quella scena lì. Solo che non siamo nel ricalco manierista e ironico (e quanto affettuoso?) di Joel & Ethan, ma in una produzione che rispolvera nella massima seriosità e senza il minimo revisionismo la tradizione del colossal pasquale a uso del pubblico cristiano avido di storie evangeliche e para-evangeliche, una tradizione che risale ai primi tempi del cinema e che sembra immortale. Certo negli anni tra Cinquanta e primi Sessanta, l’era dei peplum trionfanti con storia centrale o laterale di Cristo incorporata, il pubblico di riferimento era il più vasto possibile, erano le masse globali, dell’occidente, ma non solo. Adesso è la nicchia, più o meno consistente a seconda delle aree geoculturali, dei cristiani che resistono e continuano a esserci e a crederci, soprattutto negli Stati Uniti, cui bisogna aggiungere le comunità dei continenti dove il cristianesimo è in espansione, anche se in forme varie e non sempre così ortodosse, come Africa e America Latina. Tant’è che Sony Pictures ha affidato la produzione di Risen a una sua sottobranca, la Affirm Films, pare specializzata in produzione confessionali, per meglio arrivare a un pubblico che non è più quello totale di decenni fa ma solo un segmento. Risen è film, già nel suo concepimento produttivo, consapevolmente di minoranza, e difatti ha faticato non poco a farsi largo al box office europeo, dove il processo di laicizzazione e secolarizzazione è avanzato e ormai inarrestabile. Ottenendo ovviamente recensioni perlopiù demolitrici, perché tutto si perdona a un film oggi, ma non che prenda per vera la storia di Cristo risorto. Gli ultimi giorni di Gesù sono raccontati attraverso il punto di viste del potere di Roma, in particolare da quello del tribuno militare Clavius, reduce da molte battaglie lì nella riottosa Giudea piena di zeloti. Tribuno che viene incaricato dal rappresentante imperiale, il prefetto Ponzio Pilato, di indagare sulla misteriosa scomparsa di Gesù, anzi più filologicamente Yeshua, dopo la sua morte in croce. Quel che Pilato teme, visto che sta arrivando in visita l’imperatore Tiberio, e quello che con lui teme anche l’élite ebraica del Sinedrio, è che i seguaci di Yeshua lo credano davvero il messia, come lui si era autoproclamato, e inneschino una rivolta. Per Roma, problema di ordine pubblico dunque, non di fede, non di religione. Il buon tribuno indaga, mette alle strette l’inner circle dello scomparso, gli apostoli e le pie donne che l’han seguito fino ai piedi della croce, convinto che abbiano trafugato dal sepolcro il corpo e l’abbiano nascosto. Pilato lo spinge a chiudere il caso al più presto. Ma l’onesto Clavius comincia a pensare che davvero i discepoli di Yeshua abbiano ragione, che davvero lui sia risorto, e comincia a seguirli. Cosa poi succederà a Cristo lo sapete, lo sappiamo benissimo, perché è una storia che ci è stata molte volte raccontata. Quello che nessuno, mi pare, abbia fatto notare è che Risen è starordinariamente simile a un film del 1986 di Damiano Damiani, realizzato su un sogggetto di molto precedente di Suso Cecchi d’Amico e Ennio Flaiano (che coppia, signori), L’inchiesta, dove un investigatore mandato da Tiberio cercava di far luce sulla scomparsa del corpo dell’uomo morto sulla croce. Eppure nei credits non c’è traccia di questa affinità, nessun accenno a Damiani o agli sceneggiatori e soggettisti, ed è un peccato. Perché molto da L’inchiesta si è riversato qua dentro, a partire dalla stessa, identica, idea narrativa di partenza. Ci sono anche differenze, come no. Se il film di Damiani manteneva uno sguardo oggettivo e laico, scettico anche se non stoltamente e arrogantemente ateista, Risen sposa invece la verità cristiana e se na fa portavoce. Ne esce un prodotto che non ce la fa a riscattarsi davvero dal racconto devozionale. Anche se qualche innovazione almeno stilistica ed estetica rispetto ai vecchi peplum cristiani anni Cinquanta e Sessanta, così ortodossi anche visivamente, la si nota. Nel frastuono delle armi e degli scontri fisici, nella muscolarità ostentata, Risen molto deve al film che ha riscritto il genere Antica Roma, ovvero Il gladiatore di Ridley Scott. E la passione non nasconde dettagli iper realistici e sanguinolenti alla maniera del film di Mel Gibson, anche quello uno spartiacque, comunque lo si giudichi. Se poi lo confrontiamo con un prodotto hollywoodiano del 1965 visto in tv qualche giorno fa, La più grande storia mai raccontata, ci rendiamo conto di come siamo lontani da quel Cristo biondo e eurocentrico interpretato dal bergmaniano Max Von Sydow. Qui, nonostante il tono agiografico e l’intenzione evidente di stare completamente al di dentro della tradizione cristiana, Yeshua è moro di capelli e di scura carnagione (lo interpreta un attore neozelandese di origine maori!) come aveva genialmente intuito e mostrato, attuando una rivoluzione iconografica allora sconvolgente, Pasolini nel suo Il Vangelo secondo Matteo. Ma è uno degli scarni segni di innovazione in un film che non osa niente ed è perfettamente calibrato sul suo pubblico di riferimento, pubblico di credenti e anche, in America, di credenti fondamentalisti. Ed è un peccato, perché il regista (che è Kevin Reynolds, già sodale e complice di Kevin Costner in Robin Hood e Waterworld, e che torna a dirigere dopo molti anni) e il soggettista-sceneggiatore Paul Aiello qualcosa di più avrebbero potuto fare. Joseph Fiennes, che ha messo su un corpo assai palestrato, è un funzionale Clavius, Peter Firth è un Pilato viscidissimo e inetto come da cliché. L’élite ebraica del Sinedrio non ci fa una bella figura, dipinta, e anche questo ahinoi in ottemperanza alla tradizione cristiana, come intrigante, mezza collaborazionista e responsabile della condanna di Yeshua.

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