(in sala) Recensione: La MACCHINAZIONE di David Grieco. Pasolini vittima di un complotto? Mah

Massimo Ranieri è Pier Paolo Pasolini

Massimo Ranieri è Pier Paolo Pasolini

La macchinazione, un film di David Grieco. Con Massimo Ranieri, Libero De Rienzo, Alessandra Sardelli, Matteo Taranto, François Xavier Demaison, Milena Vukotic, Roberto Citran, Tony Laudadio.
Macchinazione_02A 40 anni dalla morte di Pasolini arriva l’ennesimo film che intende darci un’altra verità, l’ultima verità, rimettendo in discussione la versione ufficiale dei fatti. Solo che qui si esagera in conspiracy theories. Piegando e spiegando i fatti in modo assai discutibile (es. Pelosi ingaggiato per un finto film, o la scena del delitto affollatissima di killer e testimoni). Il meglio è nella ricostruzione sporchissima e per niente glamourizzante di quei sordidi anni Settanta. Voto 4
Macchinazione_04Quantomeno discutibile, questo film che intorno alla morte di Pier Paolo Pasolini (e son passati la bellezza di 40 anni) imbastisce una narrazione e una ricostruzione che in my humble opinion è più arbitraria e forzata che verosimile. Pura conspiracy theory. Complottismo, a dirla tutta. Dove niente è quel che sembra, dove le verità ufficiali son solo manipolazioni che hanno occultato – continuano a occultare – il losco disegno di forze oscure e una rete di innominabili complicità, e via dietrologizzando. Pur nel massimo rispetto del lavoro di ricerca effettuato dal regista, e anche sceneggiatore insieme a Guido Bolla, non ce la faccio a non pensare che La macchinazione (titolo che più cospirazionista non si potrebbe) sia l’esempio di un cinema che, brandendo l’arma contundente dello smascheramento della Grande Menzogna, riordina i fatti e li reinterpreta secondo una tesi più suggestiva che convincente. Operazione legittima, per carità, e però io che rifuggo per natura e convincimento da quanto sappia anche alla lontana di complottismo non ce la faccio a condividere. Non è la prima volta che a proposito di quella morte per assassinio – era il 2 novembre 1975, era una notte sul litorale di Ostia – si fanno revisioni e si cercano spieghe alternative a quelle consegnateci prima dagli inquirenti e poi dalle sentenze (converrà ricordare che l’iter giudiziario, nei suoi vari gradi, ha riconosciuto in Pino Pelosi il responsabile, indicando però la possibile presenza di altre persone, se ricordo bene due, sulla scena del delitto). Subito, fin dal giorno dopo, una parte dell’intellettualità romana e nazionale, tra cui parecchi amici dello scrittore-poeta-regista, rifiutò l’ipotesi del delitto omosessuale – per opera del marchettaro Pelosi – accreditando quella del delitto politico. Dunque, Pasolini ucciso da neofascisti allo scopo di far tacere la sua scomoda voce, e anche come punizione della sua clamorosa, esibita diversità esistenziale. Posso dire sommessamente la mia (che peraltro ho già avuto modo di scrivere su questo blog a proposito del libro e del film di Marco Tullio Giordana Un delitto italiano)? Ecco, mai stato convinto della pista politica neofascista. Ho sempre pensato che la versione Pelosi – più o meno questa: mi ha chiesto prestazioni sessuali non concordate, io mi sono ribellato, ha insistito, ho preso un pezzo di legno e l’ho colpito, poi gli son passato sopra con la sua macchina scappando – un qualche pezzo di verità, o di verosimiglianza, lo contenesse. Che veramente potesse essere andata così, anche se Pelosi poteva non essere solo e a dargli man forte forse (probabilmente?) c’erano altri marchettari del giro. Comunque, delitto omosessuale, benché la definizione oggi suoni obsoleta e per niente politicamente corretta. Non riconoscerlo, cercare altre verità, mi è sempre parso un tentativo, benché inconscio, non voluto, di rimuovere, cancellare la stessa omosessualità di Pasolini. Negandola come causa della morte si è operato una ripulitura dell’immagine dello scrittore, lo si è legittimato come martire dell’antifascismo, ma nello stesso tempo se n’è obliterata la parte pulsionale e desiderante. La macchinazione non solo sposa la tesi del complotto politico de-omosessualizzando completamente il delitto, ma la porta al parossismo, la estremizza come mai si era fatto prima, andando molto più in là di quanto non avesse fatto Giordana vent’anni fa con il suo film. David Grieco tira dentro di tutto, dai poteri forti palesi e occulti ai neofascisti. Questa, se ho capito bene, la sua traccia: Pasolini nei mesi prima della morte stava lavorando a Petrolio, il romanzo che uscirà postumo e incompleto, dove indicava Eugenio Cefis quale uomo-piovra responsabile di parecchie nefandezze. Lui, e chi gli stava vicino, aveva quindi molti motivi, secondo Grieco, per fermare quel libro scomodo. Poi c’è una rete massonica da cui più tardi sorgerà la P2. Poi ci sono i servizi segreti, naturalmente deviati, poi, ammanicate coi servizi, delle cellule neofasciste romane molto vicine alla criminalità comune, in un intreccio che già prefigura la scena nerissima della banda della Magliana. Il povero Pelosi, che secondo La macchinazione frequentava da qualche mese Pasolini e ne era diventato il prostituto favorito (e dunque non incontrato la prima volta la sera stessa del delitto a Termini come nella versione ufficiale e consolidata), altro non sarebbe stato che lo strumento inconsapevole e, ça va sans dire, incolpevole, dell’orrendo complotto ordito dalle suddette forze oscure. E nel film c’è molto altro. Come il furto delle bobine di Salò-Sade allo stabilimento di sviluppo con la richiesta di un riscatto. Che invece, secondo Grieco, sarebbe stato solo l’esca per attirare Pasolini a Ostia. Dove poi si sarebbe consumato l’agguato da parte di un branco organizzato di killer. Ora, come di fronte a ogni teoria dal sapore complottistico, anche stavolta si resta ipnotizzati dalla lucida (ir)razionalità della ricostruzione. Da una controverità che piega a sé ogni dato di realtà e si presenta come ferrea e inattaccabile. Basta, non aggiungo altro. Dico solo che alcune parti son davvero difficili da digerire. Ma perché si sarebbe dovuto bloccare Pasolini per le sue rivelazioni in Petrolio quando lui stesso le aveva prese da un libro precedente, libro certo ostacolato, certo silenziato e però ancora reperibile e consultabile, visto che lo stesso Pasolini era riuscito a metterci sopra le mani? E vi par possibile che al delitto, peraltro affollatissimo, abbiano assistito – così almeno ci mostra La macchinazione – decine di persone delle baracche di Ostia senza che nessuno di loro abbia mai sentito il bisogno di parlare, né allora né poi? Un conto è far tacere con la minaccia due testimoni, un conto decine. Per non parlare di Pelosi ingaggiato per un finto film che altro non sarebbe stato che un tassello della cospirazione. Certo, il fim di David Grieco può – deve – anche essere valutato indipendentemente dalla sua tesi e per le sue qualità o non qualità strettamente cinematografiche, formali, di messinscena. Mica si è da queste parti dei biechi contenutisti, ci mancherebbe. Allora, che cinema è quello di La macchinazone? Non molto sofisticato nei modi e nello stile, anzi rude, e però robusto, dotato di una sua indubbia efficacia. Il lato più interessante sta nella ricostruzione per niente laccata di quei terribili anni Settanta. Non c’è nessun compiacimento da estetica trash, nessun sdilinquimento e frisson nello sciorinare pantalonacci a zampa d’elefante e T-shirt di maglina a righe aderenti a toraci più o meno palestrati, e capigliature selvagge e peli tracimanti dagli scolli, insomma tutto quel repertorio che abbiamo visto mille volte nella rappresentazione degli anni più trucidi del Novecento, i peggiori della nostra vita e però ex post resi dalla lente nostalgica così adorabilmente divertenti, fiammeggianti e smandrappati. Grieco è fedele allo spirito del tempo, perfino filologico, però mai glamourizzante, scegliendo una messinscena sporchissima, lurida, inelegante, assolutamente adeguata alla sgangherataggine e al non-stile di quegli anni deturpati, di quegli ambienti rozzi. Davvero, in La macchinazione si sente l’odore e l’orrore di allora, un’impresa che è riuscita a pochi, quasi a nessuno. Pelosi qui è un ragazzotto che la sua appartenenza borgatara e lumpenproletaria se la porta impressa nella carne, nella fisiognomica, e così è per i suoi amici, gli altri marchettari, e tutte le figure maggiori e minori che gli ruotano intorno. Quella Roma degradata è stata raramente così ben rappresentata al cinema, solo da Claudio Caligari e qualcun altro. Una Roma che sembra uscire da certi poliziotteschi cui Grieco, immagino inconsapevolmente, si è rifatto. La macchinazione va visto come un’immersione in quel tempo e in quel mondo più che una controinchiesta. Quanto alla sua riscrittura della morte di Pasolini e della relativa verità, ecco, su quello andrei molto, molto cauto. Massimo Ranieri è assai somigliante a Pasolini, ma non riesce ad agguantarne lo spirito, come invece era riuscito a Willem Dafoe nel  film di Abel Ferrara di due anni fa.

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