recensione: LA COMUNE, un film di Thomas Vinterberg. Tre ai tempi della rivoluzione sessuale

201609209_1201609209_2La comune (Kollektivet), un film di Thomas Vinterberg. Con Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Helene Reingaard Neumann, Martha Sofie Wallstrøm Hansen, Lars Ranthe. Danimarca 2016.
KollektivetAggiungi in posto a tavola (e anche a letto), che c’è l’amante di tuo marito. Triangolo che vorrebbe andare oltre le convenzioni borghesi nella Copenaghen 1970, all’interno di una comune pseudoliberata. Invece sarà classico dramma di coppia. Un film sfuocato, e che con le comuni non c’entra niente, firmato da un Vinterberg in regresso rispetto a Il sospetto. Trine Dyrholm premiata come migliore attrice alla Berlinale (brava, però la Huppert di L’avenir era meglio). Voto 5 meno
201609209_7Comincio a pensare che l’eccellente risultato conseguito tre anni fa dal danese Thomas Vinterberg con Il sospetto (The Hunt) sia più l’eccezione che la regola nella sua carriera. Perché, dopo il già non eccelso anche se decoroso Via dalla pazza folla di qualche mese fa, questo La comune (Kollektivet) lo ributta tra i registi discontinui e con una media punti non proprio da primo della classe. Prima di vederlo alla scorsa Berlinale, dov’era in concorso, leggendo l’alata sinossi mi ero fatto l’idea di una commedia magari facile, ma divertente sulla folle stagione tra anni Sessanta e Settanta delle cosiddette comuni, cose che chi quel periodo non l’ha attraversato stenta a capire.  Invece non è stato proprio così. Dunque: importate dalla West Coast americana frikkettona degli amori liberi e assai promiscui, la comune veniva spacciata come negazione e superamento del modello borghese di famiglia, mediante la convivenza-coabitazione di più coppie e i loro figli sotto lo stesso tetto e intorno allo stesso desco, con incombenze domestiche e spese equamente ripartite tra tutti i componenti. Nei casi più avanzati si teorizzava e si praticava la libera sessualità di tutti con tutti, essendo considerato il matrimonio monogamico un relitto del passato e della società patriarcal-sessuofobica. Invece, in questo film di Thomas Vinterberg, ovviamente ambientato nella sua Copenaghen intorno al 1970, vediamo sì una comune, ma delle più blande e annacquate, che di kollektivet ha solo l’etichetta. Con la coppia regina composta da Erik, architetto, e Anna, anchorwoman in tv, che decidono di mettere a disposizione la loro grande casa di altri amici. Così, per avere più gente intorno, per ‘socializzare’, magari anche per un capriccio snob-alternativo. Si costituirà presso di loro un gruppo variamente assortito, cui dovranno abituarsi anche i due figli di Erik e Anna, l’adolescente Freya e il bambino Vilads. Non aspettatevi sporcaccionate hippizzanti né transiti rischiosi da un letto all’altro, questa comune secondo Vinterberg è la meno sulfurea e ribelle e la più paciosa che si sia mai vista. Oltretutto composta da signore e signori ultraquarantenni, cosa mai vista, dato che erano perlopiù i ventenni a praticare allora certe sperimentazioni nel pubblico e nel privato. Insomma, mi sembra che la ricostruzione di questo film si avvicini parecchio al falso storico, ma tant’è. La faccenda lassù a Copenaghen si complica davvero non tanto per i turni di pulizia e lavaggio piatti (era su questo che i comunardi di tutto il mondo, sessualmente promiscui o meno, avevano gli scontri più duri), ma per il nuovo amore dell’architetto Erik. Che è ovviamente una sua studentessa di belle curve e ottimo cervello. Solo che, quando Anna lo viene a sapere, fa la cosa peggiore, lasciandosi influenzare dal clima pseudolibertario del tempo: anziché prendere a calci il marito propone che la ragazza, di nome Emma, venga ad abitare con tutti loro nella grande casa. Alle zusammen. Aggiungi un posto a tavola. In fondo, di comune si tratta, giusto? Invece no. Seguirà in Anna una crisi devastante di cui non dirò i dettagli, né tantomeno l’esito. È questo il nucleo narrativo del film e la sua ragione d’essere, la contraddizione esplosiva tra un’ideologia sessoliberazionista che abolisce in via teorica la possibilità della gelosia negandole ogni legittimità, e l’impossibilità di accettare davvero che il tuo uomo abbia un’altra donna e rifiuti te. Il resto è del tutto superfluo. In Kollektivet la comune è solo lo sfondo in cui si svolge il dramma a tre Erik-Anna-Emma. Tutt’al più i coabitanti svolgono una funzione di coro, ma ai fini della narrazione non aggiungono niente. Il che è la massima debolezza del film, peraltro girato con una certa pigrizia e a un ritmo assai blando. Però a Berlino è piaciuto assai, e a Trine Dyrholm, una regular dei festival, è andato il premio di migliore attrice consegnatole da Meryl Streep. Bene, brava. Però vogliamo mettere con la formidabile Isabelle Huppert di L’avenir?

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2 risposte a recensione: LA COMUNE, un film di Thomas Vinterberg. Tre ai tempi della rivoluzione sessuale

  1. Ismaele scrive:

    d’accordissimo, non si pensi a “Il sospetto”, non c’è paragone.
    resta un film che non entusiasma, bravi gli attiri

    • Luigi Locatelli scrive:

      forse è un po’ meglio, ma solo un po’, di come mi è sembrato alla Berlinale. Quando si è a un festival si è più critici e insofferenti del solito, semplicemente perché si hanno aspettative più alte

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