(al cinema) recensione: IL MIO GROSSO GRASSO MATRIMONIO GRECO 2. Vetusto ma ancora funzionante

12828284_207375539622067_1276258646820239831_oIl mio grosso grasso matrimonio greco 2, regia di Kirk Jones. Con Nia Vardalos, John Corbett, Alex Wolff, Rita Wilson, Elena Kamopurish, Mark Margolis, Lainie Kazan.12717897_223637227995898_8483243904526512119_nA quattordici anni di distanza arriva il sequel della rom-com etnica che fece sfracelli al box office americano. Adesso Toula e Ian sono una coppia matura alle prese con l’inquieta figlia diciottenne. Ma c’è un nuovo matrimonio in vista: quello del patriarca e della matriarca del clan, le cui lontane nozze son state invalidate. E son baruffe, strepiti, canti e balli di pura mediterraneità. I greci sono (al cinema) i nuovo italiani: familisti, chiassosi e ossessionati dal cibo. Tutto abbastanza vetusto, e però se ci si lascia andare ci si diverte. Si accettano scommesse per Il mio grosso grasso matrimonio greco 3: sarà quello della figlia o del fratello gay con il fidanzato? Voto 5 e mezzo
Schermata 2016-04-06 alle 10.21.2712814121_206396539719967_7943560159892821127_nPerò i conti non tornano. Era del 2002 il primo Il mio grosso grasso matrimonio greco, spaventoso successo al box office americano (25o milioni di dollari!) che ancor oggi son lì a studiarlo come case history. Film che ci faceva vedere la trentenne Toula – di famiglia ellenica immigrata dalle parti di Chicago – innamorato del suo Ian, dolce e comprensivo insegnante però di ceppo per niente mediterraneo: uno xeno. Dovrà dunque lottare contro i conservatorismi tribali, le leggi di clan, i pregiudizi della sua grossa grassa famiglia greca che per lei vorrebbero un masculo della stessa etnia, dovrà sbattersi per impalmarselo, il suo Ian, in un Romeo e Giulietta di lacrime e grasse risate e grazie a Dio senza tragedie. Sappiamo com’è andata a finire. Fiori d’arancio, o l’equivalente nell’assai scenografico sposalizio di rito greco-ortodosso, con i tremendi genitori di lei che poi l’accettano il genero benché xeno (d’altronde, è una pasta d’uomo, oltre che belloccissimo, che si capisce come la Toula, non proprio Miss Ellade, abbia strepitato tanto per imporlo).
Adesso, anno 2016, la Toula e lo Ian li ritroviamo coppia ormai maturata e consolidata con figliola diciottenne carinissima e un filo sofistica (dicesi, in lombardo, di una dai gusti un po’ difficili) oltre che tendente all’intellettual-dark. Bene, facciamo i conti, sottraiamo 2012 a 2o16 e fanno anni quattordici. Quei quattro in più della diciottenne figliola da dove saltano fuori, scusate? Va bene che il tempo del cinema è cosa a sé, come ben c’insegnano Truffaut e Hitchcock nel loro libro-conversazione (Il cinema secondo Hitchcock, Il Saggiatore), ma in un film come questo che si picca di essere realista o quantomeno aderente al reale e verosimile, la faccenda non è così irrilevante. A meno che il primo film fosse retrodatato, ambientato prima del 2012, e però proprio non ricordo, sorry. Comunque siano i tempi di crescita della ragazza, eccoci nel pieno di questo secondo film. Che cerca di replicare, anche se con un certo affanno, i risultati mirabolanti, in dollari e ogni altra valuta, del fondativo episodio. Stando agli incassi delle prime due settimane americane, Il mio grosso grasso matrimonio greco 2 resterà parecchio al di sotto del lontano precedente, e però non è mica un flop, i suoi dollari li sta tirando su (finora una quarantina di milioni). Pensare che nel frattempo la protagonista e autrice a tutti gli effetti Nia Vardalos – sua la sceneggiatura dove di sicuro ha riversato parecchio di autobiografico – era praticamente sparita dai radar, nonostante qualche tentativo, o forse proprio per quello, di cavalcare l’onda con cose non etniche. Eccola di nuovo come Toula insieme con il suo Ian e sempre con famigliona greca addosso composta di babbo, mamma, nonna, sorelle, fratelli, cognati, cognate, e con la figlia (bellissima ragazza, la Elena Kampouris che la interpreta) alle prese con gli studi in vista del college. Naturalmente il patriarca Kostas Portokalos, il nonno, vuole che la nipote si trovi un ragazzo greco dagli scuri e oleosi capelli, un dio greco!, e si dà da fare per niente richiesto per trovarle un buono e ellenico partito tra i figli dei suoi conoscenti. Peccato che Paris, questo il nome della rampolla, sia una giovane moderna e del-giorno-d’oggi che di quelle ossessioni etno-patriarcali non vuol sapere e pensa soprattutto agli studi, tant’è che il dramma che si profila è: in quale università andrà? Se ne starà lì a Chicago vicino a casa e famiglia o se ne andrà nelle tentacolare e tentatrice New York? Da sola? Ma può una famiglia mediterranea per quanto con padre importato da altra tribù lasciare che una diciottenne se ne vada a casa di Dio? Insomma, si torna a baruffare con strepiti molto mediterranei, e noi spettatori a ridere, secondo la ricetta già collaudata nel 2002. Al cinema i greci sono i nuovi italiani, ne ereditano vizi e vezzi, il familismo morale e soprattutto amorale, l’ossessione del cibo (siamo anche qui nella cultura dell’olio d’oliva e dell’origano), la visione patriarcale, il machismo, la donna socialmente sottomessa ma padrona in casa, i canti e i balli, il gusto per le cene e le feste di nozze grossolane e fracassone. Con in più il senso di superiorità greco, incarnato nel patriarca Kostas detto Gus che si sente discendente di Alessando Magno ed è convinto che tutto a questo mondo sia stato inventato dai greci, mica solo la democrazia e la filosofia (oddìo, anche i siciliani quanto a ego collettivo non scherzano, almeno stando a quanto dice il principe di Salina del Gattopardo al piemontese che lo vorrebbe in parlamento “i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti”). Ai modesti guai di Toula  alle prese con la testarda figliola si aggiunge il grosso guaio che il matrimonio tra il patriarca e la moglie, insomma mamma e papà di Toula, la coppia-regina del clan, non risulta, per un qui pro quo, essere mai stato registrato. E dunque i due sono ufficialmente non sposati e dunque bisogna al pià presto riparare la situazione di peccato con nuove e finalmente regolari nozze. Figuriamoci, la matriarca non perde l’occasione per fare la preziosa con il marito, non credere che abbia ancora voglia di sposarti mio caro!, o non marito, in ogni caso l’uomo con cui sta da oltre mezzo secolo e con cui ha prodotto un nugolo di figli che li hanno resi abbondantemente nonna e nonno. Sicché il grosso grasso matrimonio greco numero 2 è quello, inaspettatamente, dei vegliardi, e potete immaginare tutta l’esplosiva confusione mediterranea che la faccenda scatenerà. Che dire? Che se si sta al gioco ci si può anche divertire. Certo trattasi di rom-com alquanto vetusta, e mi chiedo chi, soprattutto in Italia, possa andare a vederlo, se non un pubblico femminile al di sopra dei 50 anni. Vero è che il film, sempre scritto da Nia Vardalos e sempre coprodotto da Rita Wilson (moglie di Ton Hanks, e qui anche attrice), pur antiquato è però messo su applicando le regole del marketing. Tre le generazioni in ballo, in modo da intercettare un pubblico anche giovane. E stando ai buoni incassi Usa, si direbbe che l’obiettivo sia stato abbastanza centrato. Vero è che il cinema-cinema è un’altra cosa, e qui di cinema c’è poco, quasi niente. Teatro filmato, si sarebbe detto un tempo. Diciamo una sit-com furbescamente scritta, con ottimo mestiere e conoscenza del mondo di cui si parla, e filmata in funzione della parola e degli assoli attoriali. Gli aggiornamento e gli allineamenti alla contemporaneità non mancano. Se il bello del film, e la sua ragion d’essere, sta nel tuffarsi voluttuosamente nell’etnicità che nonostante tutto resiste alla ipermodernità e a ogni liquefazione identitaria, nel mostrarci tribalismi e partcolarismi ancora all’opera, qua e là si finge un qualche make-up, si dà una rinfrescata, come per passare la vernice sulla vecchia e cadente mobilia di casa. E allora potevano mancare la celebrazione della gaytudine che fa tanto moderno e la sua inclusione anche nei riti del più vetero e etero familismo greco? Certo che no. Così l’unico fratello non sposato di casa, et pour cause, fa il suo bel coming out (purché babbo e mamma non sappiano) e presenta il suo fidanzato di lungo corso, e tutti son felici e contenti. A questo punto la scommessa è: quale sarà il grosso grasso matrimonio greco numero 3, quello della figlia di Toula e Ian o quello del fratellone con il suo fidanzato? O tutti e due? Perché una prossima puntata di sicuro ci sarà. Dite che non se ne può più di film come questi che giocano con i peggio cliché etnici e che sfiorano il razzismo? Ma qui si tratta di una commedia sui greci scritta da una greca, Nia Vardalos. Che dunque parlando di sé e dei suoi tutto si può permettere, anche quello che un non greco non potrebbe mai.

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