(al cinema) recensione: UN BACIO di Ivan Cotroneo. Film-manifesto contro l’omofobia o mélo?

unbacio_10_20160404_1689046726Un bacio, un film di Ivan Cotroneo. Con Rimau Grillo Ritzberger, Valentina Romani, Leonardo Pazzagli, Thomas Trabacchi, Susy Laude, Giorgio Marchesi, Eugenio Franceschini.
unbacio_15_20160404_2093388288unbacio_21_20160404_1613593081Più che per la sua denuncia (certo sacrosanta, ma svolta in modi un po’ troppo didascalici) contro l’omofobia, Un bacio è interessante per il suo essere un dramma del desiderio. Del desiderio negato e impossibile. Solo che questo aspetto alla Fassbinder resta purtroppo nascosto. Ed è un peccato. Voto 5+
unbacio_2_20160404_1571806171Molto promozionato come film contro l’omofobia, e contro l’omofobia in classe e nel gruppo dei pari, con, se ricordo bene, anche anteprime in molte scuole d’Italia volte a sensibilizzare e aprire le menti e abbattere muri e disgregare pregiudizi. Ecco, non mi sono mai piaciuti i film con messaggio incorporato e missione di sociale importanza da compiere, anche quando messaggio e missione sono al servizio di cause sacrosante come in questo caso. È che non credo nel potere di persuasione e dissuasione di un film, non credo in un fine educativo del cinema. Tutto qui. Anzi, penso che il cinema non debba aver nessuna funzione pedagogica ed etica, e che debba inanzitutto raccontare, e raccontare il meglio possibile. Dunque Un bacio, che immerge la sua storia – quella di tre adolescenti diversamente diversi, tra cui un gay – in un ambiente che la diversità la respinge e la espelle, e che si costituisce e si presenta come denuncia dell’omofobia, non poteva piacermi per il suo intento così dichiarato ed esplicito, e non mi è piaciuto. Troppo educazionale. E però mi è dispiaciuto meno di quanto mi aspettassi. Cercherò di essere meno oscuro. Diciamo allora che Un bacio, oltre al suo essere film-manifesto quasi militante, è anche nel suo profondo qualcos’altro, un racconto sul desiderio, sulla maledizione del desiderio e la sua impossibilità a raggiungere il proprio obiettivo, il che lo inserisce nel cinema-melodramma che da Douglas Sirk corre giù fino a Pedro Almodovar e soprattutto a Fassbinder. Ecco, questo film più nascosto, la parte di Un bacio che non predica ma ci presenta solo il tormento dell anime e della carne, mi è (abbastanza) piaciuto, mi ha (parzialmente) convinto, facendomi rimpiangere quello che sarebbe potuto diventare se il suo autore avesse con più convinzione seguito la strada del mélo. Anche se poi Un bacio sembra rifarsi, più che al Fassbinder di Il diritto del più forte o La paura mangia l’anima, al modello di certi teen-movies tipo Noi siamo infinito di cui mi pare riprenda (e sottolineo il ‘mi pare’) il trio di adolescenti protagonisti, due ragazzi e una ragazza, di cui uno omosessuale. Siamo in un’Italia abbastanza qualunque e indefinita, in un non luogo un po’ Nord-est e un po’ laziale, con il ragazzo Lorenzo che approda da una coppia affidataria, o forse adottiva. Due che non si sono spaventati dei suoi quasi diciotto anni e hanno deciso lo stesso di prenderselo in casa. In classe e con alcuni insegnanti saranno subito problemi, visto che Lorenzo è chiaramente e dichiaratamente gay, non fa niente per nascondersi e mimetizzarsi, è di quei gay fiammeggianti e protagonisti che adorano mostrarsi come in un eterno spettacolo. Con il regista Ivan Cotroneo (sì, scrittore, e sceneggiatore di innumerevoli storie televisive e di cinema, a partire dal cultistico Tutti pazzi per amore) che al realismo mescola il fantastico e, citando Glee, traduce i sogni e le aspirazioni e le illusioni di Lorenzo in scene di balli e canti da musical alquanto insolite per il nostro cinema (e le coreografie sono di Luca Tomassini). Ed ecco che l’arrivo a scuola si trasforma nella mente di Lorenzo in uno show in cui lui, mattatore assoluto, incanta e conquista tutti. Ma è un sogno, fors’anche un’allucinazione, pesantemente contraddetto dalla realtà. L’ostilità intorno a lui si fa sentire presto, e assistiamo a tutto il repertorio delle piccole e grandi omofobie, delle crudeltà di cui possono essere capaci gli adolescenti. Tutto molto preciso, e anche abbastanza prevedibile. A diventare subito amica di Lorenzo è Blu, anche lei tagliata fuori dal gruppo e perseguitata da alcune bulle (qui siamo dalle parti di teen-movie al femminile come Mean Girls) per via della sua fama di una troppo facile (si è fatta cinque ragazzi nella stessa notte). Ai due si aggiunge Antonio, umiliato dai compagni per la sua lentezza mentale, per i suoi riflessi non così pronti, per quel suo non essere brillante. È lui il personaggio più interessante del film, il più complesso e chiaroscurato, il meno prevedibile, un giovane uomo insicuro in cui la mente fragile non ce la fa a governare e pilotare una macchina-corpo potente e soverchiante. Come rovinato e oppresso dalla sua stessa forza (e, avendo appena rivisto il meraviglioso Rocco e i suoi fratelli, ho pensato al Simone di Renato Salvatori). Ha pessimi voti, subisce gli assalti dei compagni, è oppresso dal ricordo del fratello morto in un incidente. Un personaggio che diventerà il motore del (melo)dramma, e che è il perno segreto del film. Mentre noi assistiamo al parossismo omofobico dell’ambiente intorno a Lorenzo (e ai suoi due amici), assistiamo anche a un altro e meno visibile viluppo narrativo e drammaturgico, tutto interno ai tre. Lorenzo si è innamorato di Antonio, ma non è da lui ricambiato. Perché Antonio si è innamorato di Blu, anche se non è riamato da lei. È questa tensione, è questa somma al negativo di frustrazioni, a innescare la tragedia finale, che ovviamente non vado a rivelare. Tutt’al più l’omofobia circostante funge da convettore dell’energia distruttiva che si è sprigionata all’interno del triangolo, e anche da moltiplicatore e, è il caso di dirlo, da detonatore, ma non ne è la causa. Promosso come un atto d’accusa all’omofobia, Un bacio è invece, e probabilmente al di là delle stesse intenzioni dei suoi autori, un dramma, anzi una tragedia, del desiderio. La disperazione vera di Lorenzo non deriva dal suo essere emarginato a scuola, ma dal non essere riamato da Antonio. Il quale non lo ama semplicemente perché ama Blu. Queste cose i grandi signori del mélo le conoscevano bene e le sapevano raccontare esemplarmente, mentre qui si mescolano un po’ troppo le carte e si confondono le acque, lasciando intendere che Antonio rifiuta Lorenzo perché, forzato dall’ambiente esterno e temendone le reazioni, reprime la proprio omosessualità. Scusate, e se fosse semplicemente perché Antonio è eterosessuale e non desidera Lorenzo? A meno di sostenere l’abbastanza assurda tesi che tutti gli eterossesuali non sono altro che omosessuali repressi e mancati. Così il film si complica e si perde. E il doppio finale – il secondo dei quali imbarazzante perché nega il primo e lo stesso film, e pretende di accomodare ciò che non si può accomodare – certifica questa confusione. Ivan Cotroneo dopo La kriptonite nella borsa continua nella ricerca di un cinema pop con ampie derive camp che mescoli registri diversi e anche stridenti, dal tragico alla commedia, di cui non ci sono molti esempi e ancor meno precedenti nel nostro cinema. E qui mostra di azzeccare gli attori, soprattutto Rimau Grillo Ritzberger, di cui risentiremo parlare.

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