Film stasera in tv: MILLENNIUM – UOMINI CHE ODIANO LE DONNE di David Fincher (merc. 13 apr. 2016, tv in chiaro)

Millennium – Uomini che odiano le donne di David Fincher, Rai 4, ore 23,22.
DF-17915-700x465Millennium: Uomini che odiano le donne, regia di David Fincher. Con Rooney Mara, Daniel Craig, Robin Wright, Christopher Plummer, Steven Berkoff, Stellan Skarsgård, Joely Richardson.Confezione smagliante. Due ore e mezzo che scorrono via senza che te ne accorgi. Regia di David Fincher (The Social Network) che sa restituirci ombre, ambiguità, mistero, senso dell’ineluttabile. Interpreti ottimi, Daniel Craig mai così bravo e Rooney Mara giustamente Oscar-nominata. Se questo Millennium è un buon film che non ce la fa a diventare un grande film lo si deve al plot, benché tratto dal romanzo-bestseller (e che bestseller) di Stieg Larsson. Millennium-Uomini-che-odiano-le-donne-foto-1Lo aspettavamo, questo film. Perché David Fincher veniva dal memorabile The Social Network. Perché i gialloni nordici di Stieg Larsson da cui Millennium è tratto (per essere precisi, è  tratto dal primo libro della trilogia larssoniana) hanno venduto settanta milioni di copie nel mondo e tre o quattro in Italia, successo postumo visto che, come si sa, lo scrittore (e giornalista) svedese è crollato per un infarto dopo aver salito nove piani di corsa causa guasto all’ascensore e prima che i suoi libri venissero pubbicati. Perché promozione e marketing si sono dati parecchio da fare e hanno centellinato rivelazioni e misteri creando l’aura del capolavoro annunciato. Ma adesso che lo abbiamo visto? Diciamo che questo filmone di due ore e mezzo non annoia mai, che David Fincher conferma di essere un autore parecchio dotato, soprattutto quando si tratta di raccontare anime malate e perse, atmosfere plumbee, realtà chiaroscurate. Cinema il suo dell’ambiguità, poco americano-hollywoodiano e semmai parecchio weimeriano-hollywoodiano (Wilder, Siodmak, Ulmer, Dieterle, Lang). Ha la consapevolezza del male, Fincher, cosa che oggi è raro rintracciare tra autori maggiori e minori, ma sa anche mettere in scena con sicurezza e fluidità e malizie contemporanee, ha un senso naturale per il ritmo, è teso, veloce, anche schizzato e schizoide, ipermoderno. Tutte qualità puntalmente confermate in Millennium.
La storia è stranota. Svezia: il giornalista Mikael Blomkvist si ritrova senza lavoro dopo aver perso (e sono soldi da pagare, una montagna) la causa intentatagli per diffamazione da un losco imprenditore. Trovandosi a spasso e sul libero mercato, verrà inaspettatamente ingaggiato dal patriarca di una delle più ricche famiglie del paese affinché indaghi sulla misteriosa scomparsa della figlia quarant’anni prima, misteriosa perché il dcano di casa Vanger continua a ricevere regali che lascerebbero pensare che lei sia ancora viva da qualche parte. Ma se è così, per quale motivo si nasconde? Ma probabilmente è morta, e quelle di Vanger sono solo le illusioni di un vecchio padre. Ad affiancare Mikael nell’impresa arriva la strana ragazza Lisbeth Lisander, punk conciata di vari piercing, anfibi e total-look nero d’ordinanza, specializzata in hackeraggio e investigazioni digitali, sempre su una moto rombante molto lesbo-non chic, e però sorvegliata da tutori-guardie del corpo sinistri e minacciosi messi lì dal tribunale, visto che la ragazza ha un passato turbolento e agghiacciante e la giustizia la tiene sotto controllo. La strana, stranissima coppia Mikael-Lisbeth si ritrova a lavorare insieme su al Nord dove sorge la monumentale villona neoclassica dei Venger, immersa in un gelo senza scampo, sotto cieli lividi che stringono il cuore e straziano l’anima (Bergman dove sei? Ho rivisto di recente il suo claustrofobico, plumbeo Luci d’inverno in Cineteca e non ho potuto non pensarci mentre mi passava davanti agli occhi questo Millennium fincheriano). Incredibilmente i due funzionano, con pure lampi di desiderio reciproco, e riusciranno, mettendo insieme le rispettive abilità, a penetrare nei sotterranei della famiglia Vanger, nei segreti più turpi e putridi, e verranno fuori fantasmi di ogni genere, serial killer, violenze, incesti, e la verità sarà rivelata e ristabilita. Fincher impagina tutto al meglio possibile (difficile imaginare un altro regista al posto suo per una storia così, lui che viene da Seven e Zodiac), sa tenerci avvinti per le due ore e mezzo del film, che non sono poche, riesce a non far calare mai la tensione. Il suo naturale senso per la perdizione e le oscurità umane, e disumane, produce qualcosa che riesce ad andare oltre il genere di appartenenza, che è il thriller-noir, e che finisce con il diventare un racconto sulla colpa e il peccato, con echi qua e là non solo bergmaniani, ma anche di Bresson e Dreyer. Gli attori non sbagliano una mossa. Daniel Craig mette a segno la sua migliore interpretazione non-Bond, riesce a essere credibile nei panni di un uomo disilluso, ingrigito, stropicciato dalla vita ma non vinto e non domo. Rooney Mara è quasi una rivelazione (quasi, perché in quella breve ma formidabile sequenza iniziale di The Social Network in cui mollava Zuckerberg ci aveva fatto capire di cosa fosse capace) e ci restituisce una Lisbeth Salander dura, impenetrabile con quell’aria viriloide eppure vulnerabile e persa: giustamente nominata all’Oscar. Tutto il resto della compagnia è all’altezza, Robin Wright (sempre più somigliante a Heather Parisi) come direttore-fidanzata di Mikael, Christopher Plummer quale sinistro patriarca della bacata dinastia (la parte doveva andare allo svedese-bergmaniano Max Von Sydow, ma lui non poteva, e va bene anche così), Stellan Skarsgård, Steven Berkoff, il redivivo Julian Sands, Joely Richardson. Eppure, nonostante Fincher e la confezione smagliante, nonostante il livello delle interpretazioni, nonostante anche la più che buona sceneggiatura di Steven Zaillian (che quest’anno ha firmato insieme a Aaron Sorkin anche quella di Moneyball – L’arte di vincere), il film non convince completamente, non decolla, resta al di sotto delle sue e delle nostre aspettative. Il pubblico americano ha capito subito che qualcosa non funzionava, difatti è andato sì a vederlo – 100 milioni di dollari finora l’incasso – ma non accorrendo così in massa come la distributrice Sony si aspettava, e come era lecito attendersi viste le premesse, dal successo dei romanzi di Larsson all’aura di evento sapientemente creata intorno (in America anche i critici più potenti non hanno potuto pubblicare una riga fino al giorno di uscita). Allora cos’è che non funziona? Non funziona Stieg Larsson, e bisogna avere il coraggio di dirlo sfidando il mito ormai consolidato intorno al suo nome. Diciamolo, questa storia non è granchè, lo sviluppo della narrazione è piatto e prevedibile, non c’è mai un sussulto vero, mai un guizzo, una deviazione dal già visto-letto-sentito, il colpo di scena finale è telefonatissimo, insomma per me che non avevo letto il libro (lo confesso, sono tra i pochi) il plot è una enorme delusione, e a questo punto la voglia di comprare e leggere la (troppo) celebrata trilogia larssoniana se n’è andata. Una storia, quella di Millennium, che gronda cliché e caratteri di convenzionalità allarmante, il giornalista investigativo puro e coraggioso punito dal perfido capitalista, la ricca famiglia depravata in quanto ricca, tutta pubbliche virtù e vizi privatissimi, e poi uomini che sono quasi sempre porci, allupati, stupratori, che signora mia i maschi pensano sempre a quella cosa, sa, sempre al sesso pensano quei bastardi. Le donne invece angelicate e pure, dolci nonostante le apparenze mascoline e punkeggianti (non mi si venga a dire che il personaggio di Lisbeth è originale). Un copione così manicheo che sembra di tornare ai peggiori anni Settanta, e non si capisce come tutto questo si sia potuto tradurre nei libri più venduti al mondo negli ultimi anni. Per vedere quanto questo Millennium sia piatto nella sua costruzione drammaturgica basta confrontarlo con un film analogo che pure trattava di famiglie altoborghesi bacate, tarate e depravate, Chinatown di Roman Polanski, script grandissimo di Robert Benton. Un confronto da cui Millennium e Larsson escono stritolati. Onore allora a David Fincher che riesce spesso a illuderci e a farci credere che quella che ci sta raccontando è una grande storia.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, film in tv e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.