(al cinema) recensione: LOVE AND MERCY di Bill Polhad. Un biopic finalmente non convenzionale (e i Beach Boys come non li avete mai sentiti)

LM_02573.CR2LM_00261_rgb copiaLove and mercy, un film di Bill Polhad. Scenegiatura di Over Moverman. Con Paul Dano, John Cusack, Elizabeth Banks, Paul Giamatti, Mike Love, Kenny Wormald. Distribuzione Adler.
4_rgbAscesa, follia, caduta e resurrezione di Brian Wilson, leader e mente creativa dei Beach Boys anni ’60. L’altra  faccia – quella notturna, dark e per niente solare – del mito e della mistica californiana della surf-culture. C’era sofferenza dietro quella musica così liquida e gaudiosa. Ottimo nella parte giovanile, quella con Paul Dano, Love and Mercy perde quota nella fase ‘Io ti salverò’ con John Cusack e Elizabeth Banks. Ma resta un film da non perdere. Voto 7+
LM_01893_rgbLM_03143_rgbQui si parla di Brian Wilson, mente e frontman dei Beach Boys anni Sessanta, poi finito fuori dal giro per un bel po’ causa follia, e sopravvissuto a quelle devastazioni grazie a una donna salvatrice. O grazie all’amore, fate voi. In mani diverse da quelle di chi ha realizzato questo film ne sarebbe uscito il solito biopic più o meno agiografico da Hall of Fame a uso dei devoti, genuflesso, con tutt’al più qualche trasgressioncina appena sugerita o darkitudine o piccola macchia sulla pelle e nell’anima dell’eroe di turno giusto per non cadere piatti nel calendario dei santi (e martiri) del rock. Love and Mercy invece evita (quasi) tutti gli scogli che rendono di solito inguardabile questo genere cinematografico (non solo quando è riferito a rockstar, ma anche a campioni sportivi, matematici di successo, premi nobel e quant’altro) e lo fa grazie emintentemente a una scrittura sorvegliata e iperconsapevole, allo screenplay. Che è di quel bravissimo che si chiama Over Moverman (co-sceneggiatore di Io non sono qui di Todd Haynes; sceneggiatore  e anche regista di Oltre le regole e Rampart). La prima scelta radicale è quella di spezzare in due piani temporali distinti la ricostruzione della vita di Brian Wilson, cogliendolo giovane nella sua fase di massimo successo con i Beach Boys e nei primi segnali della schizofrenia in arrivo, il secondo molti anni dopo ormai fuori dallo showbusiness, malato, invecchiato precocemente, una larva, preso in ostaggio da un turpe terapista che, dichiarando di voler il suo bene, lo ha reso attraverso plagio psicologico e farmaci una larva a lui completamente asservita. Piani che si mescolano senza che ci si curi troppo di quanto lo spettatore afferri o non colga, con ampio uso dell’ellissi e dell’omissione, cosa che in un film americano per quanto indipendente è sempre segno di audacia. Oltretutto, per spiazzare ancora di più, si affida a due attori diversi il compito di incarnare il protagonista, con Paul Dano quale Brian Wilson da giovane (bravissimo, credo che Dano sia con Adam Driver il più bravo tra gli attori americani sui trent’anni) e il sempre troppo tinto e corvino, e sempre abbastanza antipatico, John Cusack quale Wilson maturo e infragilito. Overman, e con lui il regista Pohlad, si avvicinano col massimo rispetto e delicatezza al loro main character, senza tacerne mai però le cadute, lo scivolare progressivo nella malattia psichica, l’abuso di sostanze alteranti di vario tipo, e lo fanno astenendosi da ogni giudizio e pregiudizio, ma anche da ogni cliché che equipari genio e follia, da ogni melodramma, optando per un cronachismo minuzioso e minimale su come una mente quasi senza che nessuno se ne accorga possa deragliare. Qui grazie a Dio non ci sono mai scene tipo il Van Gogh furioso che si taglia l’orecchio, tutto è quieto, come silenziato e depotenziato, ma con effetti narrativi non meno devastanti e potenti. L’aspetto diciamo così storicamente più interessante è che la mitologia e pure la mistica della surf culture californiana così come ci è stata tramandata, tutta una celebrazione panica di giovani corpi al sole smaglianti e perfetti, il sogno di un’eterna gioventù diventato sogno californiano da spiaggia e da acqua, si rovescia in questo film nel suo opposto, svela il suo lato notturno e oscuro. Quelle meraviglie vocali dei Beach Boys, quello scivolare lieve dei suoni come la tavola del surf sull’acqua, insomma quel mondo di perfette armonie che tutti abbiamo conosciuto era costruito sulla sofferenza lancinante del suo leader e vero creativo Brian Wilson. Musica allora derubricata a pop canzonettistico ed evasivo, e che oggi ci appare un’archittteura prodigiosa di contrappunti, un arabesco genialmente ipnotico. Wilson è colui che nel gruppo, e contro il padre-padrone-manager, intuisce che quella levità deve nascere dall’impegno, dallo studio, dallo sforzo fisico e psichico continuo, da un’inesausta sperimentazione. La parte più emozionante nel film è quando il già quasi-schizofenico Brian comincia a sentire le voci nella sua testa e cerca di afferrarne il suono per farne musica. Musica da cantare, da incidere, da eseguire, da portare in cima alle classifiche. Geni dell’apparente semplicità, i Beach Boys, e Wilson in primis, furono i virtuosi costruttori di macchine sonore via via più complesse fino a sperimentazioni impensabili (i rumori inglobati nelle loro incisioni). Naturalmente Brian si dovrà scontrare con il padre, con i più conservatori membri del gruppo (il cugino), con l’industria discografica. Verrà la follia. La seconda parte, quello di Wilson malato e prigioniero del suo terapista, e poi liberato e salvato da una ex Miss inamorata di lui, non è così interessante. Inevitabilmente si casca nel paradigma Io ti salverò, con la innamorata-crocerossina (Elizabeth Banks) che si batte contro il mondo pur di riportare alla vita normale l’amato. E le ultime scene, con Brian Wilson lui-même in concerto, trascinano il film verso la convenzionalità del biopic fino ad allora evitata. Ma va bene lo stesso. La parte con Paul Dano resta notevolissima, e lui e il film si meritavano almeno qualche nomination agli Oscar. Non è andata così.

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