(al cinema) recensione: THE IDOL. I talent colpiscono a Gaza, e Mohammed diventa superstar

DSC_6256The Idol (Ya Tayr El Tayer) di Hany Abu-Assad. Prodotto da UK, Palestina, Qatar, Olanda. Con Qais Atallah, Hiba Atallah, Tawfeek Barhom, Ahmed Qassim, Nadine Labaki. Distribuzione Adler Entertainment.
_mg_4684La vera storia del palestinese Mohammad Assaf venuto da Gaza e diventato una star in Medio Oriente e Nord Africa dopo aver vinto nel 2006 il talent Arab Idol. Piuttosto piatto e convenzionale, quasi un musicarello con però venature d’impegno politico. Le cose più interessanti son le finestre aperte sulla cultura popolare e i modi di vivere a Gaza e oltre. Voto 6
DSC_61972006. Il palestinese Mohammed Assaf vince al Cairo il talent Arab Idol, versione estesa al Medio-Oriente e a tutto il Nord Africa di American Idol. Un successo che assume subito un rilievo politico. Mohammed è di Gaza, e nella sua città e in tutti i territori palestinesi la sua vittoria è salutata come un riscatto, una rivincita, un’affermazione identitaria. Lui diventerà da semplice cantante un eroe, un simbolo, l aprova che anche venendo dall’enclave-ghetto di Gaza si può farcela. Ora, una storia così sembrava già pronta per il cinema, e difatti eccoci qua. Una coproduzione tra Europa e alcuni paesi arabi, chiamando alla regia uno dei più conosciut cineasti palestinesi, l’Hany Abu-Assad che ha messo a segno negli scorsi due successi internazionali con Paradise Now e Omar (nominato all’Oscar per il miglior film in lingua straniera e premiato a Cannes a Un certain regard). Ecco, da lui era lecito aspettarsi qualcosa di meglio di questo film ovviamente celebrativo – di Mohammed Assaf e di Gaza e della Palestina tutta – e alquanto convenzionale nella sua scrittura. Fino a sfiorare pericolosamente certi musicarelli italiani anni Sessanta, spudorati vehiche delle piccole stelle della nostra canzone, più che somigliare a Fame e altri film (e serie tv, come Glee) di musica-successo-e-emancipazione. E allora ecco una dopo l’altra tutte le stazioni della via del successo, naturalmente lastricata di sofferenze: l’infanzia in cui già il talento vocale di MA si manifesta, la triste storia della sorellina Nour, il sogno di andare in Egitto per partecipare alle selezioni di Arab Idol. Solo che mica è facile uscire da Gaza senza visto, e saranno parecchi gli ostacoli. Ma tanto, si sa già come finirà: bene. Mediocre cinematograficamente, The Idol è più interessante come documento, per le finestre che spalanca su un mondo, quello arabo e quello palestinese in particolare, su cui gravano fin troppi cliché e che non conosciamo, al di là degli stereotipi e delle propagande. A Gaza mica son sempre lì tutti a incazzarsi e lottare contro Israele, c’è anche spazio per la frivolezza e l’evasione, si sogna come in ogni parte del mopndo di diventare famosi con i talent e la tv. E anche a Gaza l’impero culturale americano ha esportato con successo i suoi modelli. E poi, occhio agli interni, ai decori, agli arredi, ai vestiti, che raccontano way of life e culture e gusti di una tradizione che si è ibridata spesso curiosamente con la modernità venuta da lontano. Di Gaza ci vengon mostrate più volte le case distrutte dalle azioni israeliane, con perfino una sequenza di ragazzi che fanno parkour sui tetti dei rovinatissimi edifici. Nel ruolo di producer di Arab Idol compare una delle star del cinema mediorientale, l’attrice-regista libanese Nadine Labaki, sempre bellissima (l’anno scorso era a Cannes come giurata di Un certain regard, qualche anno fa a Venezia). Il suo personaggio a un certo punto si fa il segno della croce, pèrima che MIhammes scenda in campo per la sfida decisiva. Dettaglio quasi inavvertibile, ma fondamentale. Perché ci sta a ricordare che nel mondo arabo c’è anche una cultura cristiana (che di questi tempi non se la passa troppo bene e in molte aree rischia di essere spazzata via dagli jihadismi). C’è voluto del coraggio da parte del regista, e dell’attrice, a mostrare quel segno della croce. Complimenti.

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