CANNES, 3 film italiani alla Quinzaine, 1 alla Semaine: Bellocchio/Virzì/Giovannesi e Comodin (schede, spieghe, foto)

'Fai bei sogni' di Marco Bellocchio. Alla Quinzaien des Réalisateurs

‘Fai bei sogni’ di Marco Bellocchio. Alla Quinzaine des Réalisateurs

Valeria Bruni Tedeschi in 'La pazza gioia' di Paolo Virzì. Alla Quinzaine

Valeria Bruni Tedeschi in ‘La pazza gioia’ di Paolo Virzì. Alla Quinzaine

'Fiore' di Claudio Giovannesi. Alla Quinzaine

‘Fiore’ di Claudio Giovannesi. Alla Quinzaine

'I tempi felici verranno presto' di Alessandro Comodin. Alla Semaine de la critique

‘I tempi felici verranno presto’ di Alessandro Comodin. Alla Semaine de la critique

Dopo le lagne per l’esclusione dell’Italia dal concorso di Cannes 2016 adesso sui media cartacei e virtuali ci si esalterà smodatamente – secondo quella sindrome bipolare che è malattia genetica nazionale – per l’inclusione di ben tre nostri film alla sempre più rispettata e strategica Quinzaine des Réalisateurs. Allora, per cominciare, sarà il caso di sgombrare il campo da certi malintesi ricorrenti. Per esempio: sarebbe sbagliato dire (come invece abbondantemente si dirà e scriverà: vogliamo scommettere?) che, bannati dalla compétition, siamo stati ammessi in un’altra sezione del festival. Nossignori, lo scrivo ogni Cannes che Dio manda in terra: la Quinzaine des Réalisateurs non c’entra niente con il festival di Cannes, anche se si svolge a Cannes nello stesso periodo. Trattasi di istituzione, anzi controistituzione, completamente indipendente, con un suo team, una sua direzione artistica ecc. Voluta e fondata a suo tempo dagli autori francesi come vetrina di un cinema altro (e altro sta per: non commerciale, indipendente, autoriale, sperimentalista, antagonista ecc. ecc.) rispetto a quello dell’iper ufficiale e, ebbene sì, borghese, Festival Maximo. I rapporti tra i due son sempre stati insieme di rivalità e vicinanza, di volta in volta con accentuazione sull’una o sull’altra. Certo l’acredine ideologica e sessantottarda si è nel frattempo stemperata, sulla rive gauche della Quinzaine, ma le differenze permangono. Thierry Frémaux, che del grande festival è il delegato generale, alla conferenza stampa di presentazione del programma lo scorso 14 aprile ha parlato con magnanimità di Quinzaine e Semaine come di rassegne parallele. Non so se i signori responsabili dell’una e dell’altra siano rimasti contenti di una simile e un filo paternalistica definizione. Anche perché da qualche anno la Quinzaine conduce una politica assai aggressiva e fieramente competitiva verso l’istituzione festival, presentando film sempre più di peso in aperta sfida a quanto succede a qualche centinaio di metri là al Palais, ospitando grandi autori che per un motivo o per l’altro non sono stati accettati nel suddetto palazzo o ne son rimasti fuori per scelta (più probabile la prima). L’anno scorso molto si discusse per il fatto che la trilogia meravigliosa di Miguel Gomes Le mille e una notte fosse approdata alla Quinzaine e non al festival, e ancora più roventi polemiche suscitò il caso di Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin che, pur bellissimo, aveva trovato asilo politico alla QdR dopo essere stato scartato dal Palazzo. Quest’anno, soprattutto accogliendo i film italiani, la Quinzaine si configura più che mai come il Salon des Refusés di Cannes, modellandosi su quello che a Parigi nel 1863 aveva ospitato Manet e gli altri non voluti dai salon espositivi ufficiali e dominanti. Allora vediamoli da vicino i tre italiani che hanno ottenuto asilo alla Quinzaine e nel suo Théatre Croisette al JW Marriott: refusés o non refusés che siano dal festivalone (la verità vera non la sapremo mai, ovvio).
1) Fai bei sogni di Marco Bellocchio.
In Francia Bellocchio è considerato un maestro, comprensibile che si stato scelto questo suo film per aprire la Quinzaine (è anche un’astuta mossa di marketing, volta a sottolineare la contrapposizione con il Palais). Tratto dal bestseller in cui Massimo Gramellini raccontava, tra romanzo e autobiografia, la propria infanzia e il suicidio della madre, suicidio appreso casualmente solo da adulto. Una di quelle storie di famiglie squarciate e malate assolutamente bellocchiana. Con Valerio Mastandrea e Bérénice Bejo. Sperando che stavolta Bellocchio abbia fatto neglio dei suoi ultimi due deludenti, per non dire peggio, film, Bella addormentata e Sangue del mio sangue.
2) La pazza gioia di Paolo Virzì.
Certo che per Virzì, reduce dal discreto successo internazionale di Il capitale umano, il concorso a Cannes sarebbe stata una consacrazione. Comunque, la Quinzaine è dignitosissima collocazione. E stiamo a vedere come sarà questo La pazza gioia (al cinema dal 17 maggio) che sulla carta promette, raccontando di due donne diversamente provate dalla vita e psichicamente segnate ospiti-prigioniere di una comunità. Scapperanno insieme, alla scoperta del mondo pazzo che sta là fuori. La strana coppia è composta da Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi, la cui presenza di sicuro è stato un buon lasciapassare per la Quinzaine.
3) Fiore di Claudio Giovannesi.
Giovannesi chi? Il regista di quel molto, molto interessante Alì ha gli occhi azzurri, uscito nel 2012, che forse qualcuno ricorderà. Un film esplicitamente, dichiaratamente pasoliniano sui nuovi ragazzi di vita. Fa piacere ritrovarlo a Cannes con un altro film sui diseredati e gli ultimi, una storia di innamoramento e amore in carcere tra due giovanissimi, Daphne, dentro per rapina, e Josh. Non si possono incontrare, solo parlare a distanza, mandarsi messaggi. Potrebbe essere una rivelazione. Amche qui c’è Valerio Mastandrea: due volte alla Quinzaine.

Sono in buona compagnia, i nostri tre. Nel listone dei lungometraggi della QdR, diciotto in tutto, c’è il nuovo Pablo Larrain, Neruda, biopic del poeta con Gael Garcia Bernal (qualcuno ci spieghi perché uno dei più grandi registi oggi su piazza non venga mai invitato in concorso  a Cannes, e debba sempre restare confinato alla Quinzaine: era successo anche con No). Torna, dopo La danza de la realidad visto tre anni fa, l’ottuagenario Alejandro Jodorowski con Poesia Sin Fin, c’è Risk di Laura Poitras (Oscar per il miglior documentarioo l’altr’anno con Citizenfour), c’è il sempre ottimo belga Joachim Lafosse con L’économie du couple. Un’analisi più dettagliata in un eventuale prossimo post.
E passiamo adesso alla Semaine de la critique, arrivata alla sua edizione numero 55. Anche in questo caso di tratta di una rassegna indipendente dal festival, organizzata dal sindacato francese dei critici di cinema. Nel programma annunciato ieri c’è posto anche, non nella competizione ma come ‘séance spéciale’, proiezione speciale, per I tempi felici verranno presto. Opera seconda di un trentenne italiano da tempo abitante e operante in Francia, Alessandro Comodin, che tre edizioni fa vinse a sorpresa al festival di Locarno la sezione Cineasti del presente con L’estate di Giacomo, film in cui si mescolavano, secondo una tendenza diffusa nel cinema giovane internazionale, documentario e elementi di fictionalizzazione. Un esperimento alquanto ardito rispetto alla medietà e al conservatorismo del nostro cinema (ma è nostro cinema poi quello dell’esule Comodin?), di cui quasi nessuno si accorse quando L’estate di Giacomo approdò in qualche sala italiana. Comodin è considerato nel giro della critica euopea più esigente e radicale un talento si cui puntare, dunque intorno a I tempi felici verranno presto c’è parecchia attesa. Di che parla? Leggendo l’ocura sinossi ufficiale (sul sito del film) si capisce davvero poco, e ancora meno dalle scarse righe (sempre le stesse, copincollate da un sito all’altro) che spuntano in rete. In un tempo che pare sia quello della guerra, due prigionieri, Tommaso e Arturo, scappano e si ritrovano in una foresta infestata da lupi. Verranno braccati, scovati e uccisi dai loro carcerieri. Anni dopo una donna assai malata sprofonda in una buca dentro lo stesso bosco, e incontrerà uno dei due. Siamo, par di capire, in una terra di nessuno tra reale e fantastico. Il delegato generale della Semaine  Charles Tesson ne parla come di “un’esperienza sensoriale, di una intensa e perturbante sensualità”. A Cannes cercheremo di verificare.
Nota: tra il festival di Cannes e le due rassegne indipendenti della Quinzaine e della Semaine c’è però un importante punto di convergenza, ed è il premio Caméra d’or assegnato ogni anno alla migliore opera prima tra tutte quelle selezionate nelle tre manisfetazioni. Il premio viene dato al Palais durante la cerimonia di consegna della palma d’oro.

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2 risposte a CANNES, 3 film italiani alla Quinzaine, 1 alla Semaine: Bellocchio/Virzì/Giovannesi e Comodin (schede, spieghe, foto)

  1. heuresabbatique scrive:

    Al di là di tutto, però devo dire alquanto inaspettata questa mossa “cannense”. Io non mi aspettatavo questo recupero, assolutamente. Forse un po ingenuamente. Ma non me l’ aspettavo. Davo per persa l’ Italia. Non che fosse così scandaloso! Come l’ anno scorso, scrivi bene tu, Quinzaine da rifugiati (non so quanto politici). Si alquanto strano il caso Larrain, anche solo per il premio importante vinto a Berlino, l’ anno passato, per El Club, si meriterebbe qualcosa di più. Ma va bene così. Poi rispunta anche Schrader in chiusura della Quinzaine con “Dog eat Dog”.

    • Luigi Locatelli scrive:

      mossa non così inaspettata. La quinzaine si è buttata avidamente sui refusé del festival, come fa sempre da quando c’è alla direzione l’abilissimo Édouard Waintrop. Da Bellocchio mi aspetto poco, da Virzì qualcosa, di più da Giovannesi e Comodin (alla semaine).

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