Film stasera in tv: THE WAY BACK di Peter Weir (ven. 22 apr. 2016, tv in chiaro)

The Way Back di Peter Weir, Rai 3, ore 21,05. The Way Back, regia di Peter Weir. Con Jim Sturgess, Ed Harris, Colin Farrell, Saoirse Ronan, Mark Strong. Un gruppo di prigionieri fugge da un lager siberiano ai tempi di Stalin. Dovranno attraversare mezza Asia prima di poter dire di avercela fatta. E ne succederanno di ogni. Il regista dell’Attimo fuggente torna al cinema dopo un’inattività di quasi otto anni. L’attesa era grande, e grande è anche la delusione. The Way Back non va mai oltre le convenzioni del prison movie e del genere ‘grande fuga’. La regia è noiosamente didascalica e l’effetto involontario, con tutti quei ghiacci e deserti, è quello di un docu National Geographic. O peggio, di un reality alla Survivor o Isola dei famosi. Voto 4.
Questo The Way Back, che noi vediamo in ritardo e da buoni ultimi dopo che ha già fatto il giro del il mondo (negli Stati Uniti per dire è uscito nel gennaio 2011), sulla carta sembrava importante, segnando il ritorno dopo 7 anni di inattività di un regista illustre e assai rispettato come Peter Weir. Dopo il non successo dell’ambizioso e costoso Master e Commander del 2003, protagonista-mattatore un Russell Crowe allora all’apice del suo star power, nulla si erà più saputo di lui. Dunque, era elevata l’attesa per questo Il ritorno, (e chissà che il titolo non alluda anche allo stesso regista), invece spiace dirlo, ma si tratta di un film irrimediabilmente medio e pure mediocre, anche estenuantemente e inutilmente lungo (128 minuti, oltre la barriera dell’attenzione delle due ore). Sempre però, come è d’uso in Peter Weir, di nobili contenuti dai risvolti umanitari, con grande attenzione all’individuo esposto a situazioni apocalittiche o estreme e alle ricadute sul suo Io. Confesso di non essere mai stato un suo estimatore, trovo L’attimo fuggente zavorrato da cattiva retorica, The Truman Show schematico anche se assolutamente epocale, il suo pur folgorante esordio Picnic a Hanging Rock viziato e irrigidito dal calligrafismo, in fondo l’unico film di Peter Weir che mi sia piaciuto davvero è il remoto Un anno vissuto pericolosamente con la magnifica coppia allora giovane, bellissima e aurorale Mel Gibson-Sigourney Weaver. Tutto quel suo trafficare così vistosamente con i temi alti non mi ha mai convinto, l’ho sempre trovato parecchio sopravvalutato, anche se finezze di racconto e mestiere gli vanno riconosciuti sempre. Virtù, queste, che si ritrovano anche in questo The Way Back, ma al servizio di una storia, e di un prodotto, che ti sembra di aver già visto mille volte, con una progressione drammaturgica lenta e senza sussulti e pulsazioni o deviazioni dal prevedibile, dove ogni svolta dell’azione-racconto è telefonatissima. Weir prende un libro di un certo Slawomir Rawicz, Tra noi la libertà, un po’ fictionalizzato un po’ ispirato a brandelli di storie vere, per raccontare il ritorno di un pugno di uomini tenuti in cattività. Sì. siamo a uno degli archetipi narrativi della nostra cultura-civiltà d’Occidente, quello fissato da L’Odissea e L’anabasi di Senofonte, in entrambi i casi uomini e soldati che cercano di riapprodare in terre sicure e conosciute dopo una guerra o una catastrofe. Un archetipo irresistibile, potente, che ha configurato la nostra sensibilità di figli della Grecia antica, che abbiamo visto essere preso e ripreso al cinema, in teatro, in letteratura infinite volte. Lo schema prevede un’apocalisse o comunque una situazione di eccezionalità da cui bisogna allontanarsi, quindi il viaggio irto di pericoli e tentazioni, qualcuno ce la farà, qualcuno perirà prima di arrivare alla meta. Così è anche questo The Way Back. Siberia ai tempi cupi e sanguinari di Stalin. In un gulag con miniera, e sempre 4o gradi sottozero, un pugno di prigioniere vive (e molti ci lasciano la pelle) in condizioni subumane. Tutti vittime della paranoia collettiva di quel tempo sovietico dei lupi e delle iene, c’è il bravo ragazzo polacco che la moglie, sotto minaccia, è stata constretta a denunciare come spia, c’è l’ingegnere americano che ai tempi della grande depressione ha avuto la pessima idea di accettare un lavoro per la metroprolitana di Mosca e poi con le purghe staliniane è stato deportato nel gulag dopo aver perso il figlio. C’è l’attore che, per aver interpretato un nobile russo pre-rivoluzione in modo troppo convincente, è stato mandato in Siberia per aver fornito “un ritratto positivo dei parassiti aristocratici”; e lui commenta non senza spirito “è stata la peggior recensione della mia vita”. In miniera c’è l’ex professore di egittologia che chiosa, a proposito dei carrelli trascinati dai prigionieri: “è un sistema che già usavano nell’antico Egitto”. A loro e ad altri vittime della gran cultura del sospetto e del complotto di quell’età infelice, si aggiungono gli harki, criminali da strada pronti a sbudellare chiunque e che nel gulag sono l’equivalente dei kapò nei lager nazisti, vittime cui gli aguzzini assegnano compiti di controllo e di mantenimento dell’ordine attraverso la delega del terrore. Ora, anche interessante, ma Weir non riesce mai, neppure per un attimo, ad andare oltre le didascalie esplicative, confondendo il cinema con il bigino di storia. Che poi, spiace ed è perfino doloroso dirlo, un film come questo che – anche meritoriamente – incomincia con un tipico, infame interrogatorio staliniano, si condanna da subito all’insuccesso, visto che il pubblico sempre più giovane che affolla i multiplex di tutto il mondo di quelle cose non solo sa nulla, ma nulla vuole sapere, preferendo vivere in quella bolla narcisa di plastificata felicità, ebete e ottusa, da cui ogni problema, ogni complessità (di fatti e di pensieri) viene accuratamente espunta. Generazioni senza memoria e ogni sia pur minima conoscenza della storia, anche perché nessuno certe cose gliele insegna, né la scuola che è quella che è, né le famiglie, e dunque quando si ritrovano di fronte a un film sulla seconda guerra mondiale e dintorni, e sui sistemi totalitari del Novecento, niente capiscono, niente afferrano, e si mettono a sbadigliare, anzi agiscono preventivamente e non prendono il biglietto. (Ovvio che generalizzo grossolanamente, so bene che non tutti i ragazzi, non tutte le famiglie, non tutte le scuole, non tutti gli insegnanti sono così e che esistono luminose eccezioni, però temo che la media statistica quella sia, ecco). La conferma è che il film di Peter Weir in America, nonostante interpreti come Colin Farrell e Ed Harris, ha raccolta l’anno scorso la miseria di un milione di dollari e qualcosa, una disfatta per un autore che su quel mercato ha messo a segno in passato successi clamorosi. Ma questo è davero un film fuori tempo massimo, avulso dalla sensibilità (anzi, insensibilità) del pubblico popolar-globale di massa di oggi, oltretutto girato secondo ritmi blandi e una meticolosià da cinema irrimediabilmente datato. The Way Back ricicla infiniti generi, dal prison movie (nella sua versione lager e gulag-movie) al runaway movie, dico Il ponte sul fiume Kwai o quella meraviglia che è e resta La grande fuga di John Sturges. Dopo inaudite sofferenze a 40 sottozero e continue tempeste di ghiaccio assassine, un gruppo deciderà di scappare. Missione quasi impossibile, perché intorno è Siberia, un immenso, invalicabile campo concentrazionario naturale. Ma il piano è raggiungere a sud il lago Baikal e da lì penetrare in Mongolia, terra non comunista. Via, si scappa. Sono in sette, dal buon polacco al feroce harki (l’unico dotato di un utile coltello, e dunque subito accettato dala compagnia nonostante la sua pericolosità) al bravo disegnatore che anche nei momenti peggiori riusciva ad allietare i prigionieri con le sue caricature, e magari con donne nude. C’è il prete, e via via gli altri, a comporre il solito campionario di tipi umani pronti a entrare in conflitto per le loro diversità caratteriali e dunque a creare drammaturgia e necessario spettacolo. Strada facendo si aggiungerà poi una strana ragazza fuggita da una fattoria colletivizzata. Naturalmente ne capiteranno di ogni, tutto sarà ancora più complicato del previsto, si troveranno a fronteggiare situazioni estreme, prima il grande freddo poi il grande caldo del deserto, l’acqua che non c’è, e se c’è manca il cibo, e allora si rimedia con quel che si trova, insetti schifosi, cortecce d’albero, perfino sassi da succhiare. Nulla ci viene risparmiato, in un repertorio da film di sopravvivenza che attraversa tutti i possibili luoghi comuni e il già visto senza un barlume di originalità, senza uno scarto rispetto alla medietà. Sfiorando anche pericolosamente e senza volerlo qua e là l’effetto Survivor e Isola dei famosi. La mano d’autore di Wir non la si sente mai, nè nelle interazioni tra i personaggi, sempre alquanto elementari, né nelle parti di azione, che si trascinano lentissimamente come in un ieratico film giapponese anni Cinquanta. Senza che peraltro la lentezza diventi leva stilistica, senza che il film produca attraverso la ilatazione del tempo contemplazione, rarefazione, ipnosi, trance. Solo noia. Eppure, con un materiale molto simile e mezzi infinitamente più poveri, tre anni fa il grande vecchio esule del cinema polacco Jerzy Skolomowski aveva confezionato quell’Essential Killing che a Venezia (capogiurato Tarantino) aveva portato a casa due premi. Lì un talebano catturato in Afghanistan (Vincent Gallo!) e portato in rendition in un misterioso paese del Nord Europa, scappa dal carcere speciale e si ritrova a dover sopravvivere tra ghiacci eterni e altre situazioni estreme mentre con un elicottero gli dà la caccia. Skolimowski riusciva a cavre qualcosa di notevole e interessante, inventandosi movimenti di macchina mirabolanti e altri espedienti tecnico-narrativi, braccando il suo personaggio, lscaindo perdere parole e spieghe per privilegiare il puro cinema. Niente del genere in questo The Way Back, che purtroppo somiglia non a Skolimowski, ma a uno dei più brutti film degli ultimi mesi, il francese Special Forces, su un’unità speciale che dopo un intervento per liberare un ostaggio in Afghanistan è costretta a un lungo e periglioso viaggio di rientro alla base, e anche lì ci sono di mezzo i ghiacci dell’Himalaya, eesatamente come nell’ultima parte del film di Weir. Già, perché quando i nostri pensano che con l’arrivo in Mongolia ce l’hanno fatta, scoprono che il paese è nel frattempo finito sotto il comunismo e nella sfera d’influenza staliniana, e che se li ribeccano sono guai. Così devono cambiare i loro piani, attraversare la Cina, poi il Tibet e, dopo un po’ di Himalaya, arrivare in India. Loro sono stremati, noi altrettanto. Tra gli sponsor ufficiali del film figura anche il National Geographic, e davvero The Way Back finisce col somigliare a un documentario dei loro, e forse piacerà a quei turisti fanatici che han voglia di vacanze estreme e amano mettersi alla prova attraversando ghiacci, foreste e dune infuocate. Si accomodino, gli lasciamo volentieri il posto al cinema (e anche nelle stupide vacanze no-limits).

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