(al cinema) recensione: SOLE ALTO, il film-rivelazione dello scorso Cannes. Da vedere assolutamente

12496283_10153321001632944_1862366750129965742_oSole alto (Zvizdan), un film di Dalibor Matanić. Con Tihana Lazović e Goran Marković. Una coproduzione Croazia-Slovenia-Serbia. Presentato a Cannes 2015 a Un Certain Regard dove ha poi vinto il Premio della giuria. Al cinema da giovedì 28 aprile.
12605331_10153321001132944_855945825750286874_oCroazia 1991. Mentre sta per deflagrare la guerra con la Serbia scoppia anche l’amore tra un uomo e una donna delle opposte etnie. 2001 e 2011: altre due storie tra un croato e una serba, altre due storie impossibili. E sempre con la stessa coppia di attori a interpretarle tutte. Un film che ha il coraggio di raccontarci in un microcosmo a due la molto complicata conciliazione nei Balcani. Bello, lucido, implacabile. Voto 8
12768281_10153392761142944_6531233910211506947_oQuesto film croato di un regista poco più che trentenne è stata una delle buone sorprese di Cannes 2015. Siamo in un villaggio della Croazia (in Slavonia?) nell’annus horribilis 1991, mentre già cominciano le frizioni con i serbi e si costruiscono barriere e checkpoint per separare gli uni dagli altri. Ivan è croato, suona nella banda del paese, ama godersi la vita con la fidnzata Jelena, serba. Finirà malissimo, sarà ammazzato, vittima delle tensioni interetniche. Seguono altre due storie, una nel 2001, l’altra nel 2011. Sempre nello stesso villaggio, sempre con amori impossibili tra un croato e una serba. Anche molti anni dopo la guerra le differenze non si cancellano, i traumi passati nemmeno, e andare a letto con il nemico resta dannatamente complicato.
Il regista ha la bellissima idea di far interpretare le tre coppie sempre agli stessi attori, Tihana Lazović e Goran Marković, tracciando una sorta di sotterranea continuità da un decennio all’altro, inserendo nei vari episodi elementi e dettagli degli altri (nel terzo vediamo, per dire, la tomba di Ivan, il ragazzo ucciso nel primo). Nei toni della tragedia e anche tragicommedia balcanica – corpi furiosamente intrecciati, violenza belluina, musica chiassosa, strepiti e urla – Dalibor Matanić costruisce una sofisticata architettura a incastro, giocando sulla ripetizione e i rimandi, come in un Marienbad trasportato oltre Zagabria. Premiato giustamente a Cannes-Un Certain regard con il premio della giuria. C’è qualcosa di fortemente simbolico, un segno di conciliazione, nel miracolo produttivo che per Sole alto ha messo insieme finanziatori di Croazia e Slovenia con altri della Serbia, il nemico delle guerre balcaniche anni Novanta.

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