(al cinema) recensione: LA MEMORIA DELL’ACQUA

La memoria dell’acqua (titolo originale ‘El botón de nacár’, il bottone di madreperla) di Patricio Guzmán. Documentario. Al cinema dal 28 aprile.201511107_5Tutto è acqua. Il cileno Patricio Guzman ci mostra i ghiacciai della Terra del fuoco, le gocce chiuse nei cristalli dell’Atacama, ma anche i popoli indios delle canoee sterminati dagli europei e il mare-tomba dei desaparecidos ai tempi di Pinochet. Ma questo viaggio per analogie e associazioni attraverso acqua e acque suona spesso artificioso e pretestuoso. E se si voleva ricordare le pagine nere della storia cilena era proprio necessario prenderla così alla lontana? Comunque quando l’han presentato alla Berlinale 2015 s’ è portato via un Orso d’argento per la migliore sceneggiatura. Voto 5201511107_1Quando l’han presentato in concorso alla Berlinale 2015 alla fine c’è stata quasi un’ovazione. Sicché io che proprio non ero riuscito a farmelo piacere mi son sentito come un dissidente in un panorama di pensiero unico. Il bottone di madreperla, tale il titolo originale, porta la firma dell’assai rispettato cileno Patricio Guzmán, già autore di un film, Nostalgia de la luz, che a Venezia nel 2010 folgorò parecchi dei nostri critici (io non c’ero, non posso dire). In forma di documentario – una forma ormai sempre più ibrida e meticciata e ambigua – Guzmán in La memoria dell’acqua ci racconta parecchie cose interessanti, alcune di massima importanza, senza farci capire però quale davvero sia il focus della sua narrazione. Sembrerebbe l’acqua l’oggetto del suo discorso, il suo feticcio, il campo di indagine di questo suo viaggio per immagini e parole. Si parte con un cristallo recuperato dal deserto salino dell’Atacama contenente una goccia d’acqua, si prosegue col racconto dei meteoriti che probabilmente hanno portato l’acqua sul pianeta terra, e subito dopo eccoci nel Cile estremo Sud, Terra del fuoco, tra i ghiacci che sprofondano nel mare, acqua nell’acqua. Guzmán ci tiene a informarci di come il suo paese abbia la più lunga costa marina del mondo (sarà vero? e il Canada? e gli Usa? e il Brasile?), eppure il Cile ha sempre guardato verso l’interno, verso la terra, diffidando di quell’elemento liquido e instabile. Navigatori veri sono stati solo gli indios di alcune etnie del Sud che con le loro canoe attraversavano anche perigliosi bracci di mare, Capo Horn compreso. Fin qui il film mantiene, pur nel suo divagare, una qualche coerenza. Quando però si comincia a ricostruire, anche attraverso testimoni, l’uccisione della cultura dei popoli nativi si entra in un altro ordine di discorso, in un altro film. Nobile, necessario anche, ma altro. Che c’entra mai tutto quel parlare, anche poetizzando con una qualche goffaggine, sull’acqua? Dallo sterminio del popolo della canoe a un altro massacro per acqua il passaggio è veloce. Siamo al tempo di Pinochet, degli oppositori fatti sparire in vari modi, migliaia tramortiti nelle prigioni con iniezioni di pentothal, poi impacchettati incoscienti ma ancora vivi, e ancora vivi lanciati da elicotteri e aerei in mare appesantiti con pezzi di vecchi binari. Atroce. E la ricostruzione di come la catena di montaggio della sparizione funzionava è agghiacciante. Ora, impossibile non turbarsi e indignarsi di fronte a queste scene. Mi chiedo solo: se si voleva ricordare il genocidio degli indios del sud e l’eliminazione degli oppositori del regime era proprio il caso di partire dai meteoriti portatori d’acqua? Dalle immagini da National Geographic glamourizzato dei ghiacciai? Di parlare di memoria e voce dell’acqua, in una poeticismo cattivo che rischia di rovinare la nobiltà dell’impresa? Forse Guzmán sceglie una strada non convenzionale sulla scia di quanto ha genialmente sperimentato lo Joshua Oppenheimer di The Act of Killing, mescolando narrazioni e registri diversi. Ma qui il procedere per associazioni suona spesso artificioso, oltre che fastidioso e liricizzante nel senso peggiore, e la zavorra finisce con l’essere davvero troppa rispetto alla polpa. E però alla Berlinale 2015 un premio di peso, quello per la migliore sceneggiatura, se lo è immeritatamente portato a casa.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, documentari, documentario, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.