Un film obbligatorio stasera in tv: LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO di Elio Petri (mart. 3 maggio 2016, tv in chiaro)

La classe operaia va in Paradiso, Iris, ore 23,24.
classeouvriere-ph1_01originalPiù citato che visto. Datato? Altroché. Quasi un fossile di quell’era operaistain cui fu realizzato, messinscena in forma di esemplare parabola di una abbastanza truculenta visione ideologica. Tema: la fabbrica come alienazione e madre di ogni degenerazione socioesistenziale. Con una sceneggiatura così didascalica da sembrare un libello anticapitalista. Ludovico (Massa di cognome, ad alludere all’uomo-massa e all’operaio-massa, non so se mi spiego), detto Lulù, è in una qualsiasi fabbrica del Nord industriale uno stakanovista che sa lavorare a ritmi infernali, preda di una sorta di raptus che lo rende amato dai padroni e odiato dai compagni, costretti a conformarsi ai suoi ritmi folli. Intanto la contestazione serpeggia dentro e soprattutto fuori dai cancelli, grazie ai soliti sudenti post-sessantottini assai marxisti e pure marxisti-leninisti, vale a dire maoisti. Un giorno Lulù ci lascia un dito sulla catena di montaggio, si risveglia e, come si diceva allora, prende coscienza (di classe). Passerà dalla parte antipadronale. Ma non sarà lo stesso così semplice per lui. Finirà in delirio. Ora, che dire oggi di fronte a una storia così ossificata e incapsulata nel suo tempo, che era poi il rovente 1971? Che non la si può più reggere. Però. Però dietro la mdp ci stava il signor Elio Petri, uno dei registi più puri della storia del nostro cinema, uno che i testi li usava come pretesti per dare corpo alle sue ossessioni, in uno stile furibondo, cattivo, urlante, iper espressionista, grottesco, teso alla deformazione, che ne faceva e fa un unicum tra gli autori italiani. La classe operaia va in paradiso è da (ri)vedere come virtuosistica esibizione autoriale, quasi muscolare, di Petri e in questo resta un film grande. Paolo Sorrentino gli deve, a mio parere, molto. Titanica interpretazione, mostruosa in ogni senso, di Gian Maria Volontè quale Lulù, che riporta su scala operaista l’istintualità, la muscolarità mattatoriale, il furore, anche la ferinità dei suoi memorabili character degli spaghetti-western. Accanto a lui una Mariangela Melato che allora non sbagliava un colpo, assestandosi definitivamente a icona femminile del nostro cinema anni Settanta. Più Salvo Randone, talismano e attore-feticcio di Elio Petri fin dai tempi di I giorni contati (film che ho appena visto, restaurato, in Cineteca: film importante, ma non così grande come l’esordio di Petri, L’assassino). Coscritto da Petri con Ugo Pirro. Musiche di Ennio Morricone. Palma d’oro a Cannes ex aequo con un altro nostro film, Il caso Mattei di Francesco Rosi. Che tempi, per il nostro cinema.

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