CANNES, IL GIORNO PRIMA. Cronachetta dell’arrivo sulla Croisette tra afa, pioggia, ritiro badge e scale non mobili

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dalla mia finestra

dalla mia finestra

Eccomi a Cannes per il mio quinto festival (la prima volta è stata nel 2012, come dimenticarlo quel badge giallo che mi costringeva ultimo tra gli ultimi a file inenarrabili ed è il gavettone che Cannes riserva alle reclute, ai primavoltisti, quasi un rito di passaggio, una prova iniziatica?). Se non proprio un veterano – suvvia non esageriamo, che c’è gente che vien qui da quarant’anni e passa, da quando non c’era ancora il palais -, almeno un regular, anzi un habitué (usiamo il francese per via della famosa benché appannata eccezione). La maggior paturnia quando si parte per un festival è: che tempo farà? cosa mi metto in valigia? Siccome le previsioni per questa settimana sull’azzurrisima costa non sono il massimo, nuvole e pioggia e temperature in calo fino a 11 minacciosi gradi – s’è dovuto un po’ tutti trovar il giusto dosaggio di abbigliamento estivo e mezza stagione senza dimenticare cose a prova d’acqua. Dite che son falsi problemi? Mica tanto, io me lo ricordo il mio primo Cannes, e anche il secondo, un’acqua ma un’acqua, e file di un’ora e anche più sotto il diluvio con l’ombrellino portatile portato via dal vento. Con ricordo indelebile della fila alla Quinzaine per La danza de la realidad di Jodorowski (che quest’anno torna con un nuovo film, sempre alla Quinzaine, dunque ombrelli e impermeabili pronti) di quasi due ore sotto un’implacabile cascata, con scarpe inzuppate che neanche Gene Kelly in Singing in the Rain. Oggi, da mane a sera, ho sperimentato tutte le varianti meteo possibili, in una specie di quadro riassuntivo di quel che potrà succedere da qui al 22 maggio, giorno di chiusura. Partenza stamattina alla 9,10 da Milano in treno con qualche goccia, asfalto bagnicchiato e temperatura non gradevole, e fin quasi a Ventimiglia cielo plumbeo e mare tristissimo tra la Rimini di La prima notte di quiete e un Ruggeri-Berté dei più introversi. Poi uno squarcio, un sole scialbo, finché, passata la frontiera, mentre Tim si trasmutava in Orange sull’iPhone, anche il cielo cambiava, si apriva, lasciava passare un sole finalmente deciso, e su la temperatura, e via la giacca protettiva, e via il maglioncino antiraffreddore di lana leggera. La Costa Azzurra fino a Cannes, passando per Montecarlo e Nizza e quei bei posti così Cocteau e così Picasso come Antibes e Vallauris, era propria azzurra con il mare azzurro, come se il Dio del meteo avesse deciso di voler male all’Italia e dare tutto il suo amore alla Francia (del resto, che Dio sia francese credo ne siano convinti molti francesi, se non tutti). Viaggio interminabile, as usual, sette ore che neanche la transiberiana, ma un filo meno estenuante del solito, e arrivo a Cannes alla 15,45 spaccate come da orario ferroviario. E caldo caldo caldo. Anche afoso, con un’umidità a mezz’aria che il sole non ce la fa a portarsi via. Sistemazione all’hotel, grazie al cielo a un minuto dal palais, e via a prendersi il badge, rito di ingresso per ogni festivaliero accreditato. E qui, sorpresa, una coda che arriva parecchio fuori dal palazzo e che non s’era mai vista. Che i controlli all’entrata siano più rigorosi del solito? o che si sia battuto anche quest’anno il record dei giornalisti presenti? Finalmente entrati e sbrigata la pratica, compreso il ritiro del sac con logo del festival (blu, non male), si rientra in hotel sempre con le scalmane addosso per via dell’afa benché si sia ormai in tenuta estiva. Ecco che in camera arriva via iphone la notizia targata Ansa: palais evacuato, con perentorio ordine impartito in cinque lingue (italiano compreso) ai presenti di uscire al più presto. Ed è tutta un’illazione e una paranoia: mammamia, sarà un falso o un vero allarme? o un’esercitazione della sicurezza? È che, sapete, i controlli si sono intensificati per i noti motivi. Vado su siti francesi, inglesi, vari internazionali, ma nessuno riporta la notizia, lanciata e rilanciata solo in Italia. Sicché la cosa si ridimensiona e l’allarme si sgonfia. Faccio un salto più tardi al palais e trovo tutto assolutamente tranquillo. Il problema massimo all’interno sono le scale mobili ancora non funzionanti, e mancano poche ore all’inizio dell’ambaradan (domani alle 10 c’è la prima proiezione stampa di Café Society di Woody Allen, il film di apertura). Sicché si deve salire a piedi fino al WiFi Café, piano numero 3, a ritirare la card con login. Dappertutto è ancora un cantiere. Il Nespresso bar, un’istituzione, è in allestimento, operai che spacchettano srotolano inchiodano incollano. Non è cambiato granché rispetto agli anni scorsi, però tinteggiatura fresca fresca che si sente l’odore, e prudente restyling del WiFi Café con tavoli di legno chiaro e pouf di design sicuramente nordico. Poca gente al momento, e quei pochi lì a perlustrare il territorio e magari marcarlo prima che domani calino i barbari. Gli addetti alla sicurezza, alcuni tostissimi (io li chiamo les légionaires), hanno abbandonato la consueta divisa color sabbia, anzi caki (inconsce reminiscenze coloniali), per un borghese blu. Sulla facciata esplode il manifesto virato in un giallo clamoroso con l’immagine logo di questo Cannes 69, casa Malaparte a Capri tratta da Il disprezzo di Godard. Gigantografia sopra la Salle Debussy, gigantografia sopra l’ingresso centrale, gigantografia sopra la Montée des Marches, il red carpet con scalinata che porta al Grand Théatre Lumière, il sancta sanctorum del palais. C’è un tettoia antipioggia all’inizio del tappeto e prima dei gradini della montée, e mi pare che sia una novità (se mi sbaglio qualcuno mi corregga). Si vedono facce sconosciute e altre molte conosciute, i festivalieri che trovi a Venezia, Locarno, Berlino, e qui. Intanto il tempo è peggiorato, pioviggina, la temperatura si è di novo abbassata. Noto con dispiacere che il ristorante Le Pain Quotidien davanti al Casino, dunque comodissimo, non c’è più, sostituito dall’ennesima brasserie ancora in allestimento con divani e sedie sotto cellophan. Peccato, si mangiava bene e sano. Solo che erano lentissimi e, en attendant l’insalata, rischiavi di perderti il film. La vigilia si chiude con un problema tecnico del mio nuovo Mac: non trovo il comando dei caratteri speciali, nel trasferimento dati dal vecchio è andato perso. Mi guardo un po’ di forum per trovare dritte e, smadonnando e smanettando, riesco dopo una mezz’ora a sistemare la cosa. Adesso posso finalmente scrivere È e non E’.IMG_2892

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