Cannes 2016. Recensione: RESTER VERTICAL. Alain Guiraudie ci consegna la sequenza-shock di questo festival

Rester Vertical (Restare dritti) di Alain Guiraudie. Con Damien Bonnard, India Hair, Raphaël Thiéry, Basile Meuilleurat. Francia. Concorso.
2d14aa4f85c7f4c4b22299fac45298b4179d050cAl secondo giorno di Festival c’è già un film-scandalo. Con dentro una sequenza di cui molto si parlerà: un’eutanasia con sodomizzazione (da uomo a uomo). Dopo il sessualmente esplicito Lo sconosciuto del lago il francese Alain Guiraudie continua a esplorare gli imprevedibili tragitti del desiderio, etero e omosessuale. Realizzando un film arrischiato e indecifrabile, fatto della materia di cui son fatte le fantasie e i sogni erotici. Un cinema selvaggio e sofisticato, non apparentabile a nessun altro. Voto 7 e mezzo

Siamo solo al secondo giorno, e al secondo film in concorso, ma la scena-scandalo di Cannes69 c’è già. Di quelle che marchiano un festival e lo consegnano alla posterità delle cronache maggiori e minori non strettamente cinefile. Si parlerà molto della sequenza-cardine di questo Rester Vertical, una sodomizzazione praticata da un giovane uomo sui trent’anni a un vecchio che ha scelto di morire con un’overdose di farmaci. Sodomizzazione richiesta voluta invocata e, si immagina, goduta dal morituro, nella più spinta eutanasia che si sia mai vista al cinema. La dolce morte con sesso anal-passivo. Pensare che la sinossi di questo film di Alain Guiraudie non lasciava presagire niente di simile, parlandoci invece di un uomo finito tra montagne infestate di lupi e innamorato di una pastora di capre e pecore. Ma come, l’Alain Guiraudie di Lo sconosciuto del lago – battuage omosessuale all’antica dell’era pre-Grindr con molti falli in erezione meticolosamente ripresi dalla camera e penetrazioni da uomo a uomo con tanto di eiaculazioni – convertito a una love story eterosessuale con una pastorella, con un’Heidi cresciuta? Sconforto nei cacciatori festivalieri di film ‘a tematica LGBT’. Invece alla visione Guiraudie si conferma Guiraudie, e il lato omosessuale del suo cinema rispunta forte e tumultuosamente anche qui. Certo, Lo sconosciuto del lago aveva convinto tutti e incassato premi worldwide, difficile invece che questo Rester Vertical ottenga lo stesso generale consenso. Stavolta, senza il velo del film pro-gay e politicamente corretto a proteggerlo, Guiraudie spiazza, turba, perturba e disturba assemblando un film straordinariamente libero, arrischiato fino al masochismo autoriale, folle di una follia neanche tanto lucida ma assai delirante. Un film erratico, nomade, vagabondo, che si modella sulle trame imprevedibili del desiderio, dell’eros più capriccioso e casuale. Una fiaba per adulti, un sogno e un incubo a occhi aperti, un racconto fantastico nei modi apparenti del neo-neorealismo. A me ha ricordato, per la sua dimensione allucinatoria, La morte corre sul fiume di Charles Laughton, e non solo nella parte acquatica, quando il protagonista Léo se ne va in barca da una guaritrice operante a bordo fiume in una foresta. Il sesso spunta dappertutto, e nei modi meno ovvii, e quasi sempre declinato onosessualmente. Léo, un filmmaker che ha promesso al suo produttore una sceneggiatura che deve ancora scrivere, scappa via dalla città e se ne va in una Francia interna e montana e selvaggia a cercare il suo animale-feticcio, il lupo. Si ritroverà in una fattoria di pastori, con la bionda Marie, i suoi due figli, e il padre-patriarca-padrone. Succede che, come Ulisse nel suo vagare, si ferma, pare innamorarsi di Marie, ci fa l’amore, ha un bambino da lei. Con momenti carnali assai espliciti, e un nudo di lei rifatto pari pari sulla courbettiana Origine del mondo. Non manca nemmeno il parto ripreso live, e frontalmente, nel momento clou. Ma con Marie non funziona, lei se ne va mollandogli il neonato. Se lo porterà con sé nelle sue avventure e disavventure, e intanto Léo cercherà di sedurre un ragazzino di nome Yoan, demoniaco angelo custode di un vecchio malato pazzo dei Pink Floyd. E diventerà a sua volta oggetto sessuale ambito dal suocero, cui non cederà. Nel girovagare da una casa all’altra, da un non-luogo all’altro, tra questi personaggi si comporranno e scomporranno diverse geometrie del desiderio, con prevalenza di omoerotismi. Inclusa l’eutanasia per sodomizzazione di cui si diceva. Non si capisce dove Alain Guiraudie voglia andare a parare. Probabilmente da nessuna parte, come il suo film circolare in cui tutti ritornano da tutti, e in cui Léo torna alla fine al punto di partenza. Rester Vertical comunica, nonostante i suoi grandi spazi, un senso di claustrofobia, di impossibilità a sfuggire al proprio destino, che è destino dettato dalle pulsioni e dalle passioni, primarie e incoercibili. Siamo uomini o animali? Siamo uomini o lupi? Rester Vertical è uno dei film più sinceramente radicali e arrischiati che si siano visti da molto tempo in qua, assai personale e non apparentabile a nessun altro. Con momenti di puro cinema (quel viaggiare in spazi immensi, quella minaccia dei lupi incombenti). Difficile, anomalo e inclassificabile com’è, che possa entrare nel palmarès. E però, chissà mai.

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