Cannes 2016. Recensione: MAL DE PIERRES (Mal di pietre) di Nicole Garcia. Il film che il critico da festival ama odiare

04542f49ebc40733688b700bd698d9f631899d233c50b5de28de22c79caa3a2bMal de pierres (Mal di pietre; titolo internazionale From the Land of the Moon), un film di Nicole Garcia. Tratto dal romanzo di Milena Agus Mal di pietre (ed. Nottetempo). Con Marion Cotillard, Louis Garrel, Àlex Brendemühl. Concorso.
b51fc840866fe797501dd57f87f3bce7Anni Quaranta. Storia di una romantica donna provenzale in cerca dell’amore assoluto. Sposerà senza amarlo un brav’uomo che la ama, finché in un clinica avrà l’incontro fatale. Diretto da Nicole Garcia, interpretato dalla superstar Marion Cotillard, Mal di pietre è stato accolto con qualche fischio alla proiezione stampa. Cinema convenzionale, ma non senza dignità. E il personaggio della femmina folle Gabrielle non è poi così banale. Il classico film che ai festival è destinato al flop. Voto 5
e5955d112404ae80cf599bd26814d7bcIl film che il critico di Cannes ama odiare. Già scorrendo la lista del concorso si capiva subito come Mal di pietre fosse l’anello debole, l’elemento più basso della catena alimentare, la vittima designata, il film destinato in press screening all’affondamento per mezzo di fischi e buuh. Per più motivi. Perché la regia è di Nicole Garcia, attrice mai accettata davvero dai ciritici come autrice. Perché la protagonista è Marion Cotillard, attrice di troppo successo, perfino in America, e dunque il perfetto idolo da infrangere secondo le pulsioni mimetico-distruttive di massa così bene messe in luce da René Girard. Perché è una storia d’amore delle più classiche, neanche riscattata dal fiammeggiare delle passioni almodovariane o fassbinderiane, e l’amore ai festival chic non si porta. Ultima ragione del flop annunciato, Mal di pietre è tratto da un romanzo italiano di Milena Agus di una quindicina di anni fa, perciò agli occhi dei nostri critici aspiranti cosmopoliti cosa provinciale e assai cheap. Anch’io sono andato alla proiezion stampa, ahimè alle 8 e mezzo di mattina alla Lumière, soprattutto per doverismo (ai festival mi do come vincolo di vedere tutti i film del concorso), aspettandomi il peggio. Invece Mal di pietra mi è sembrato un prodotto onesto, di una medietà che al cospetto di un Bruno Dumont o di Park Chan-wook certo stinge, e però guardabile, ecco. Non infame. Degno di una qualche attenzione. Che poi, scusate, se si è esaltato oltre ogni logica e ogni buon senso il tedesco Toni Erdmann, perché fare gli schifiltosi e tirarsela di fronte al film di Nicole Garcia? Mal di pietre è una storia d’amore, anzi il sogno di una storia d’amore, come non se ne raccontano più al cinema, tutt’al più in qualche bassa serialità televisiva italiana. E però questa ragazza della campagna provenzale di nome Gabrielle che per tutta la vita si ostina a cercare l’amore, l’assolutezza dell’amore, rifiutando il compromesso, mi ha ricordato le femmine folli dei mélo hollywwodiani anni Quaranta e Cinquanta, ostinatamente autodistruttive, e magari per uomini che non ne meritavano il sacrificio. C’è qualcosa di estremo, di radicale, di eroico nel personaggio di Gabrielle (Marion Cotillard, ovvio) che ce la fa a dare dignità a un film che non osa niente stilisticamente, che si astiene da ogni azzardo. Ma Nicole Garcia almeno ha il merito di aver mantenuto a temperatura abbastanza fredda i tormenti e le insanità di testa della sua eroina, impaginando con discrezione senza cadere nei manierismi e nelle smancerie del film d’epoca. E la parte nella clinica delle acque ha la sua suggestione. La storia. Gabrielle è una romantica donna provenzale che va a innamorasi del maestro bibliotecario del paese. Sposato, perciò uomo sbagliato, cui lei ostinatamente non rinuncia finché verrà platealmente respinta facendosi la fama di folle, di posseduta. Solo un uomo è disposta a prendersela per moglie, un catalano scappato dal franchismo che nella Provenza del dopoguerra si sta facendo la sua piccola posizione nell’edilizia. José sa che non potrà mai essere amato da Gabrielle, ma lui la ama, e accetta l’impossibile matrimonio. E scusate, anche la dignità e la forza silenziosa di questo brav’uomo non merita i fischi e i buuh. La nostra Bovary troverà finalmente l’uomo da amare allorché, mandata in una clinica delle acque a curarsi il mal di pietre, i calcoli, vi incontrerà un ufficiale reduce dall’Indocina assai malato e che ha le fattezze e i modi del pallido prence Louis Garrel. Non vi sto a dire cosa succede da quel momento, e però se vi capita di vedere Mal di pietre preparatevu a un finale con parecchie sorprese. Ci sono stati a fine proiezione fischi e buuh, e però molto meno di quanto mi aspettassi. Adesso il cecchinaggio continua sui social. Del resto, sparare sui film più deboli, meno protetti e meno fighi, è pratica consolidata (e abbastanza abietta). Da parte mia do un 5, riconoscendo a Mal di pietre la dignità della confezione.

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