Cannes 2016. Recensione: il brasiliano AQUARIUS. Film mediocre, ma con una Sonia Braga travolgente

d928ec57f0862c64c2c657b2f55904d8Aquarius, un film di Kleber Mendonça Filho. Con Sonia Braga, Maeva Jinkings, Irandhir Santos, Humberto Carrão. Brasile. In concorso.
ab8ef6c9d7d44f79cccd3406acc779e4Recife, alto Brasile. Dona Clara, 65 anni, anticonformista figlia dei Sixties, vive sola nel suo  appartamento vista mare. Ma perfidi immobiliaristi vogliono sloggiarla per trasformare il building in una lussuosa residenza. Lei resiste ai soldi offerte e alle velate minacce: si arriverà allo scontro finale. Film di biechissimo populismo, con l’eroina sola contro tutti. Per fortuna c’è l’inconica Sonia Braga, leggenda del cinema brasiliano, semplicemente travolgente. Sarà dura non darle il premio di migliore attrice. Voto 4 (8 però a Sonia Braga)
47abb012fd2bf73c16219d4abe405958C’era molta attesa per il ritorno di un film brasiliano nella Compétition dopo parecchi anni di assenza. Ma Aquarius s’è mostrato poca cosa (e non capisco come i critici iternazionali di ScreenDaily l’abbiano trattato tanto bene, non capisco proprio), essendo alla fin fine un vehicle per Sonia Braga, ancora bellissima, travolgente, maestosa, di una tale regale autorità da pietrificare tutto e tutti intorno a sé. Come la Charlotte Rampling di 45 anni. Solo che Aquarius è molto peggio del film di Andrew Haiig che ha procurato alla Rampling un mare di premi, e ha il solo merito di riproporci l’icona invecchiata magnificamente di Dancin’ Days, la telenovela intelligente anni Ottanta, e Dona Flor. Che qui è Dona Clara, signora della borghesia colta di Recife, già critica musicale, con una bella casa piena di cose e di ricordi e soprattutto di meravigliosi vinili, dove ormai abita da sola dopo la morte del marito e i tre figli impegnati in famiglie vaiamente assortite (c’è anche il figlio gay con legittimo fidanzato, of course, e mamma mica si dispera come nei film di una volta, anzi non fa una piega, a segnalare quanto il Brasile signora mia si sia allineato ai paesi più avanzati). La nostra adorabile signora (Dona Clara per la servitù e lavoranti vari, solo Clara per le amiche, i familiari e i pari-grado sociali) si gode senza pentimenti né tantomeno rimpianti i suoi 65 anni, felice di quella casa che dà sul più bel lungomare in città e sulla spiaggia governata da un bagnino che la conosce da una vita e la rispetta. Solo che un’immobiliare perfidissima ha acquistato e svuotato tutti gli altri appartamenti del building Aquarius in cui DC vive, un meraviglioso esempio di edilizia anni quaranta, per rifarlo nascere come Nuovo Aquarius. Che vuol dire appartamenti de luxe a prezzi più cari. Ma Clara, nostra signora di Recife, non vuole vendere, non ha bisogno dei soldi – molti – che le offrono, quella è la casa della sua vita, perché mai andarsene? Ecco, il film, della bellezza di due ore e 25 diviso in tre capitoli di cui il primo quasi superfluo (perché quell’introduzione anni ottanta al personaggio? ce n’era proprio bisogno?), è, ancora!,  lo scontro tra il debole il forte, secondo un archetipo immarcescibile ripreso e riraccontato milioni di volte. L’eroina sola contro gli speculatori: cosa di più irresistibile – e di populista – per portare dalla propria parte lo spettatore? Fancamente, non si capisce perché i torvi immobiliaristi dipinti da Aquarius non siano ricorsi a sistemi più spicci tipo minacce, gambizzazioni e quant’altro offrendo invece alla resistente Clara una cifra spropositata, il doppio del valore di mercato dell’appartamento. Non conosco certo le astuzie dei palazzinari, tantomeno brasiliani, tantomeno di Recife, ma non mi pare sensata la strategia di convincere a uno a uno tutti i condomini, strategia con molte probabilità di insuccesso (c’è sempre qualcuno che dice no), molto più semplice è acquistare da un unico proprietario e buttar fuori gli inquilini, come s’è visto in trutte le città del mondo, Milano compresa, negli ultimi trent’anni. Insomma, il film mi pare un attimo pasticciato e poco attendibile nella sua fondamentale premessa narrativa. Per fortuna il regista – qui a Cannes si dice appartenga a una potente e ricca famiglia, sarà vero? – ha avuto la furba idea di richiamare in servizio in un film di livello destinato anche al mercato internazionale Sonia Braga, una leggenda, che letteralmente si impadronisce di Aquarius e lo piega a sé. Indipendente, sarcastica, sinceramente anticonformista, figlia degli anni Sessanta-Settanta, colta, una vera borghese di sinistra (come si dirà in Brasile radical chic o gauche caviar?). Sembra a momenti di rivedere il cileno Gloria, di cui l’indomita Clara sembra una replicante. Dona Clara comanda con autorità servitù e squadre lavoratrici, riduce a docili agnelli anche i machos più trucibaldi, beve vino, ascolta musica Sixties (è pazza di Maria Bethania, ma se abbiamo visto bene sul piatto mette anche Roberto Carlos), si mostra nuda alla macchina da presa con le cicatrici del suo seno asportato dopo un cancro. Scusate la brutta domanda. Trattasi di trattamento in digitale o il seno a metà appartiene a Sonia Braga? Quanto al sesso, Clara ne parla sboccatamente con le amiche, e non esita a chiamare un gigolo peraltro belloccio, gentilissimo e efficientissimo di cui resta pienamente soddisfatta. Lo scontro finale tra l’eroina e i cattivi è tremendo, sotto il segno del peggio populismo. Però Aquarius, a mio parere uno dei peggiori del concorso, è molto piaciuto, funzionerà in tutto il mondo e si porterà a casa parecchi premi. La durata di due ore e venti è dovuta a una forma-cinema ormai dilagante e adottata da molti registi. Quello che, anche raccontando mondi minusccoli e figure qualunque, è costruita a blocchi giustapposti, ognuno in piano sequenza o con pochissimi tagli, in modo da dare l’illusione del tempo reale. Avva cominciato, se ricordo bene, Kéchiche con La vie d’Adèle, adesso lo fanno in tanti (anche Toni Erdmann visto pochi giorni fa è costruito allo stesso modo). Sonia Braga favorita come migliore attrice. Domenica sera vedremo.

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