Cannes 2016. Recensione: BACALAUREAT di Cristian Mungiu è il film migliore e si merita la Palma

10a359eada5695d0988c6a738af2875eBacalaureat di Cristian Mungiu. Con Adrien Titieni, Maria Dragus, Lia Bugnar, Malina Malovici. Romania. In concorso.
08c189742757cc14f985ca0923fdf21aCluj, Transilvania, 400 km da Bucarest. Un medico sta brigando perché la tralentuosa figlia Eliza ottenga il baccalauréat con i migliori voti per poter accedere a un’università inglese. Ma un imprevisto assai grave rischia di compromettere l’esame di Eliza. E allora, non resta che cercare protezioni e raccomandazioni. Ritratto amarissimo di un paese e di vite oneste progressivamente inquinate dalla corruzione. Un film profondamente morale e necessario. Con la solidità di struttura e di narrazione di Mungiu, già vincitore di una Palma con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. Voto 8 e mezzo
be64a33443800cf90a4364b156bb5429Anche a Cannes 69 il cinema rumeno si è confermato una potenza da festival. Questo Bacalaureat di Cristian Mungiu è, tra tutti quelli del concorso, in my opinion il migliore, e candidato primo alla Palma. Che potrebbe anche andare più che legittimamente all’altro rumeno della Compétition Sieranevada di Cristi Puiu. E a Un certain regard una delle cose più interessanti che si siano viste resta Dogs, sempre made in Bucarest, purtroppo del tutto ignorato dalla giuria di UCR presieduta da Marthe Keller che gli ha preferito il carino, troppo carino The Happiest Day in the Life of Olli Mäki. Di Mungiu non avevo granché amato Oltre le colline, con la sua facile polemica antireligiosa, arrivato a Cannes sull’onda della Palma vinta qualche anno prima con il poderoso, seminale 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. Con Bacalaureat torna però ai suoi massimi realizzando un’opera solidissima, squadrata, senza una smagliatura, con una sceneggiatura che andrebbe insegnata nella scuole di cinema, confermando in pieno la sua capacità unica – il suo marchio di fabbrica – di creare dramma e tensione, e spettacolo, dall’ordinarietà di vite qualunque. Per come trasforma l’apparentemente banale in affresco storico-social-antropologico, e l’agire concitato dei suoi personaggi da niente in imprese di epica quotidiana, Mungiu ricorda David Lean, che girava storie come quella di Breve incontro come fossero battaglia predisposte sul campo da un Von Clausewitz. C’è, come in ogni guerra, una grande posta in gioco nei film del regista rumeno. Stavolta il protagonista Romeo (siamo nella città storica della Transilvania Cluj), un medico rispettato per la sua capacità e dedizione, oltre che per la sua onestà e correttezza, deve fare in modo che la talentuosa figlia Eliza abbia il massimo delle chance di affermazione nella vita. Promettente com’è, verrà mandata in un’università inglese a continuare gli studi. Ma perché la accettino deve ottenere il suo baccalauréat (in rumeno bacalaureat) con ottimi voti, obiettivo che è assolutamente alla sua portata. Ma ecco l’imprevisto, l’elemento che può far crollare quella tela pazientemente intessuta da papà Romeo. Mentre sta andando a scuola Eliza viene aggredita, fors’anche stuprata da un misterioso uomo. Ne segue uno choc che rischia di non farle passare l’esame, e di non farle ottenere una valutazione sufficiente a entrare a Cambridge. E il padre, l’onestissimo Romeo che fino ad allora non è mai ricorso a nessun potente, cerca raccomandazioni, si nuove discretamente, fa telefonate alle persone giuste affinché alla sua Eliza ottenga la promozione, e nei modi necessari. Si ritroverà quasi senza rendersene conto avviluppato in una rete di scambi di favori, di sottili ricatti, con al centro della ragnatela un ambiguo pescecane del sottobosco politico-finanziario locale. La cristallina esistenza di Romeo si incrina e si inquina. La corruzione, che tutto avvolge, ormai ha espugnato anche lui e la sua famiglia. Mentre gli presentano i conti sia la moglie, con cui è in crisi da anni, sia l’amante, ansiosa di sistemarsi e abbisognosa anche lei di favori per il figlio. Come sempre nei grandi film della quotidianità e della qualunquità, succede niente e succede tutto. Mungiu è straordinario non nel fare la morale ai suoi personaggi (e magari a noi), ma nell’intrecciare un racconto avvincente sulla morale, sull’etica necessaria e ineludibile. Insieme al bellissimo (non date retta alle stroncature velenose) La fille inconnue dei Dardenne, Bacalaureat ci sbatte in faccia quelle cose diventate assai poco cool e come sparite dal nostro orizzonte cuturale che si chiamano valori, e bene e male, e la distinzione tra les deux. Suggerendoci che senza una rinascita morale l’Europa rischia davvero grosso. Ma non la fa nei modi del cinema predicatorio, saccente, didascalico, retorico, lo fa mostrandoci avalutativamente delle vite nel loro fare e disfarsi, nel loro sbattersi e corrompersi, vite che potrebbero essere le nostre, che sono anche le nostre. A rendere ancora più allarmante questo imprescindibile film è la location rumena, con quel senso di un paese ancora in cerca della sua modernità e come sospeso, come impolverato, con tracce impercettibili ma resistenti del lontano regime e delle sue reti soffocanti di potere e collusioni. E però, che cinema è riuscito a produrre negli anni Duemila la Romania, mai autoindulgente e autocommiserativo, sempre implacabile nel guardare e raccontare la propria anima nazionale e a restituirne un ritratto insieme gelido e appassionato. Mettete insieme Bacalaureat di Mungiu e Sieranevada di Puiu e avrete il meglio di questo Cannes.

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