Cannes 2016, il giorno dopo la palma. Voto alla giuria: 5 meno

Schermata 2016-05-23 alle 15.58.09Festival de Cannes 2011, du 11 au 22 mai 2011.Ci ho dormito sopra stanotte, e chissà che le impressioni instant sul palmarès si siano sedimentate e abbiano prodotto un più ragionato giudizio. Adesso, le lendemain, sono ancora più convinto che la giuria abbia fatto un lavoro pigro e mediocre, e che la palma e gli altri premi siano più discutibili di quanto non accada normalmente a un festival (tutti i palmarès sono imperfetti, ma ci son quelli che lo sono di più, e questo è il caso). Con tutto il rispetto che si deve a Ken Loach, il suo I, Daniel Blake, per quanto pulito, sobrio, commovente senza essere sbracato, con quel rispetto degli umili che solo lui, non aggiunge niente alla filmografia del suo autore. È anche il migliore tra i suoi ultimi lavori, ma è puro Ken Loach cristallizzato, immobile, ripiegato su se stesso, non ci apre a nuove visioni né di cinema né di altro. Un film che, nonostante la maestria di Loach nel renderci partecipe dei suoi personaggi, rivela a uno sguardo più smagato una trama inesorabilmente veteroideologica. Temo che la giuria abbia più premiato in I, Daniel Blake il grido contro i misfatti del capital-liberismo che la sua qualità cinematografica, il che non è bello. Poi, l’ho scritto e lo ribadisco, mica è uno scandalo questa palma, Loach resta un signor autore dal tocco lieve pur nella sua ferrigna, indefettibile militanza, e il film piacerà immensamente. Solo che sarebbe stato meglio da parte dei giurati osare di più esplorando, scegliendo film meno chiusi in se stessi e più aperti, inquieti, più sottili e complessi, anche più in linea con le sensibilità e insensibilità di oggi. E non è questione di età, perché il ritornato Paul Verhoeven, anni 78, ha realizzato con Elle una della cose più sorprendenti di questo Cannes, una black comedy quasi buñueliana, cinica e abrasiva. Naturalmente non gli han dato uno straccio di premio. Neanche alla sua protagonista Isabelle Huppert, così fondamentale da poter essere considerata coautrice del film a tutti gli effetti. Troppo mostruosamente brava per essere banalmente premiata. A Berlino, dove lo scorso febbraio aveva stracciato ogni possibile concorrenza con la sua interpretazione sublime di L’avenir, le avevano preferito la pur brava ma inferiore a lei attrice danese del brutto La comune di Vinterberg. Replica a Cannes, dove al posto suo hanno proclamato migliore attrice Jaclyn Jose, la madre-matriarca spacciatrice che si muove in una Manila di inimmaginabile degrado nel film di Brillante Mendoza Ma’Rosa. Niente da dire sul film, sordido e potente anche se compiaciutissimo, grande cinema degli stracci e dello squallore, del laido e dei pessimi odori corporali (te li fa sentire, Brillante Mendoza, non gli serve l’odorama); un poderoso lavoro di regia cui va anche ascritto il merito della performance di Jaclyn Jose. Il suo inserimento nel palmarès conferma una regola festivaliera: le giurie adorano premiare attori e attrici dai nomi sconosciuti e di paesi non al centro dell’impero cinema, punendo la fama e il successo degli attori europei e americani. Fa niente se poi, dopo quel premio, attori e attrici di paesi terzi e quarti finiranno con lo sparire dalla scena internazionale (si potrebbe stilare un lungo elenco). C’è del buono e del meno buono nel palmarès, e il secondo è parecchio più del primo. Troppo il Grand Prix assegnato a Xavier Dolan, che per Juste la fin du monde ha ripescato un testo teatrale fine anni Ottanta mettendolo in scena senza farci capire molto, e forse senza capirci molto nemmeno lui, che ha puntato tutto sulla sua strabordante abilità di creare un cinema pop, ipercolorato, rumoroso, corporale. Ed esteriore. Un cinema che nei suoi precedenti film ha sempre funzionato, ma che qui risulta inadeguato e mostra i primi segni di logoramento. Al Grand Théatre Lumière, ritirando il Grand Prix, che è poi il secondo per importanza nel palmarès, ci ha ammorbato con uno speech retoricissimo usando troppo le parole emozione e commozione, e asciugandosi continuamente le lacrime, in un’affettazione da divo-divino. E irritando la platea dei giornalisti che seguiva in Salle Debussy la cerimonia, e che l’ha fischiato rumorosamente, mentre le ragazze, le sue fedelissime, le groupies adoranti, applaudivano. Ma temo che questo Cannes segni un punto-limite nella carriera di Dolan. O va avanti emendandosi da certi difettacci narcisistici, o rischia di restare cristallizzato e intrappolato nei cliché dell’eterno wunderkind riccioluto. Appariva assai rabbuiato, et pour cause, il rumeno Cristian Mungiu, che se la meritava lui la palma con il formidabile Bacalaureat, invece s’è visto sorpassare non solo da Loach ma anche per il secondo posto dal divetto Dolan. Gli han dato solo il premio alla regia, ed ex aequo con l’Olivier Assayas di Personal Shopper. Il quale era invece felicissimo, visti i fischi con cui era stato accolto in proiezione stampa. Ma non ha rubato niente, Personal shopper è sottile ed elegante, qualcosa di più di un esercizio di stile sul genere supernatural, e il premio della regia in coabitazione ci sta tutto. Uno dei pochi colpi azzeccati dalla giuria. Che ha sbagliato anche proclamando migliore attore Shahab Hosseini dell’iraniano The Salesman di Asghar Farhadi. Per un paio di motivi: il primo è che il pur bravo Hosseini ha fornito un’interpretazione funzionale alla perfetta architettura messa in piedi da Farhadi e niente di più, il secondo è che più di lui meritavano Adam Driver (per Paterson di Jim Jarmusch) e Joel Edgerton (per Loving). Farhadi si porta a casa il premio per la migliore sceneggiatura, ed è la scelta più azzeccata e condivisibile della giuria insieme ad Assayas, visto che l’iraniano (il suo film è buono ma non all’altezza del capolavoro Una separazione) è tra i più grandi dialoghisti e artigiani costruttori di storie in circolazione, e però lasciano perplessi due premi al suo film sottraendo uno slot – quello per il miglior attore – ad altri. Last but not least, Andrea Arnold, una delle registe che non indulgono ad approcci femminili, che non cianciano di cinema della differenza, ma che fa cinema e basta, e lo fa molto bene. Peccato che American Honey, pur magnificamente girato, non sia il suo meglio. Certo è il suo più ambizioso (dura quasi tre ore, troppo), ma è senza un baricentro narrativo, troppo selvaggio e anarchico, non all’altezza dei suoi precedenti e più compatti Fish Tank e Cime tempestose (uno dei film più sottovalutati della decade). Temo che anche in questo caso il premio sia andato a lei in quanto regista donna, assegnato più per correttezza ideologica che per convinzione, e anche questo non va bene. Alla fine, la decisione più felice della giuria è stata non un’inclusione nel palmarès, ma un’esclusione. Quella del tremendo tedesco Toni Erdmann, per misteriosi motivi (secondo me s’è trattato di vero e proprio contagio psichico) salutato come un capolavoro dalla stampa internazionale, in testa inglesi e americani (ma anche i francesi hanno detto sì), una bolla sorta i primi giorni di festival e via via sgonfiatasi. Dargli la palma d’oro sarebbe stata una catastrofe. Almeno questo la giuria ce l’ha risparmiato. Voto insufficiente all’eterogenea compagnia capitanata dal presidente George Miller. Giusti i premi a Mungiu, Assayas e Farhadi, anche se al primo è toccato troppo poco. Sballati il Grand Prix a Dolan e i premi ai due attori. Sbagliata la palma a Ken Loach, cui si sarebbe potuto dare un dignitoso riconoscimento minore, accettabile quello alla Arnold. Non un gran bilancio. Voto alla giuria: 5 meno. Se poi si vanno a vedere gli esclusi, il voto rischia di abbassarsi. Niente a Bruno Dumont, a Jarmusch, a Verhoeven, a Jeff Nichols. Niente al meraviglioso Sieranevada di Cristi Puiu. Certo, c’era molto di buono ed era necessario scegliere. Ma la giuria, pur nell’impossibilità di soddisfare tutti, poteva scegliere meglio. Doveva. Discorso a sé per la Caméra d’or, il premio per la migliore opera prima scelta tra tutte quelle non solo della Sélection officielle del festival, ma anche delle parallele (e autonome) Quinzaine des Réalisateurs e Semaine de la critique. Premio che viene assegnato da un’altra giuria rispetto a quella della Palma, presieduta stavolta da Catherine Corsini, regista di un successo degli ultimi mesi come Une belle saison (amore travolgente tra due donne ai tempi del femminismo parigino anni Settanta): Corsini che, onnipresente, aveva già presentato il premio Carrosse d’or in apertura di Quinzaine. Ebbene, la Caméra d’or è andata a una donna, la regista francese di origine magrebina Houda Benyamina, autrice di Divines dato con clamoroso successo di pubblico alla Quinzaine. Film di una donna sulle donne, con al centro due ragazze di famiglia nordafricana nella più tosta delle banlieue, e desiderose di ascendere alla bella vita prendendo a loro modello una spacciatrice-piccola boss di quartiere. Diciamo una filiazione del seminale Bande de filles di Céline Sciamma, ormai un riferimento per molti cineasti e cineaste (e io, che non l’avevo a suo tempo per niente amato, adesso devo fare autocritica). Molta energia, molta velocità, gran turpiloquo, gergalismi in verlan incomprensibili a uno straniero, molto french rap: il ritratto di una femminilità aggressiva e con le palle, pronta a ogni violenza, ma che poi si sbriciola di fronte al bel ragazzetto di turno, perché signora mia siamo sì delle guerriere, ma l’amore è sempre l’amore. Comunque un esordio interessante, suvvia. La regista ha stremato tutti con il suo discorso di ringraziamento: interminabile, sovreccitato, sguaiato, l’han quasi dovuta tirar giù dal palco, e signora Houda, io capisco che in quanto donna e in quanto figlia di immigrati lei avesse parecchie soddisfazioni e anche sassolini da togliersi, ma non si fa. Non si urla, non si dice putain merde davanti alla platea festivaliera, non si sequestra la tribuna di Cannes per un quarto d’ora per concionare sulle ‘femmes’ e salutare parenti e amichetti. Avevo apprezzato il suo film, ma dopo la sua pessima esibizione sul palco quasi quasi mi vien voglia di scriverne male (ma no, non lo farò).

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