Recensione. MARGUERITE E JULIEN, un film di Valérie Donzelli: incesto tra fiaba, mélo e kitsch. Al cinema

3737354e4c4cc4906e28014ba7a07a1aMarguerite e Julien di Valérie Donzelli. Con Anaïs Demoustier, Jérémie Elkaïm, Sami Frey, Geraldine Chaplin. Presentato in concorso a Cannes 2015.
743e64c243d5d14021fc40f08ef6c6c8Un amore incestuoso fratello-sorella del primo Seicento ricostruito da Valérie Donzelli con furore melodrammatico e iperpassionalità. Mescolando pure le epoche, dal Seicento dell’Inquisizione all’oggi passando per l’Ottocento borghee. Un pastiche ultrakitsch che ha però almeno il merito di non cedere alle convenzioni del period movie e di privilegiare il tono della fiaba e del mito. Voto tra il 5 e il 6
3fda3dae1b11575448f622d3fdf1602bValérie Donzelli, il cui La guerra è dichiarata è diventato un piccolo classico e un culto soprattutto femminile, torna con questo Marguerite e Julien e mira altissimo, riscrivendo una sceneggiatura di Jean Gruault destinata a Truffaut e mai realizzata. E ricostruendo con ampi margini di libertà un incestuoso amore tra fratello e sorella, Marguerite e Julien de Ravalet, che scandalizzò la Francia tra tardo Cinquecento e primo Seicento e finì con la condanna a morte della coppia. Devo dire che Donzelli ci mette l’anima in questo film, mostra di avere un’idea di cinema e una visione, tenta la messinscena grandiosa e spettacolare, e mai banale, fregandosene di ogni minimalismo. Massimo rispetto per il suo coraggio. Però strafà, deborda, mette insieme un pastiche spesso indigesto mescolando registri diversi e generi diversi. L’idea, buona, è quella di non ricostruire cronachisticamente il caso, o di adottare piattamente le convenzioni del period movie. Donzelli inscrive invece la sua storia nel fiabesco e nel mitologico, ma poi sbanda e va sul melodramma, sul feuilleton ottocentesco, sul romanzo popolare, sul racconto orale. Di tutto. Aggiungete che, per sottolinare come l’incesto sia un tabù rimasto tale per secoli e millenni, condannato ieri come oggi, ambienta la sua storia in un tempo oltre la Storia che mescola il Seicento dell’inquisizione ai processi mediatici di oggi (con tanto di microfoni nella corte e uso di elicotteri nella cattura dei due colpevoli), passando per il Settecento e l’Ottocento borghese. Da perderci la testa. Però questo è un film sballato che ne contiene un altro molto riuscito. Sono i venticinque minuti-mezz’ora in cui Donzelli, per merito anche della grazia dei suoi due interpreti, Anaïs Demouster e Jérémy Elkaïm, sembra rifarsi a certi amori stilizzati e nobili, da fregio araldico, raccontati da Rohmer (Gli amori di Astrea e Celadon) o Bresson (Lancillotto e Ginevra), con perfino un che di Kubrick, De Oliveira, Charles Laughton (La morte corre sul fiume). Insomma, incredibilmente si sfiora il sublime e poi ci si schianta al suolo del cattivo gusto e del sentimentalismo sciampistico. La prima parte dell’infanzia al castello è tremenda, lo stesso il coro delle bambine. Peccato, occasione buttata via.

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