film-recensione: I MIEI GIORNI PIÙ BELLI di Arnaud Desplechin. Un racconto di formazione di infinita grazia. Al cinema

372490I miei giorni più belli (Trois souvenirs de ma jeunesse) di Arnaud Desplechin. Con Quentin Dolmaire, Lou Roy-Lecollinet, Mathieu Amalric, Dinara Drukarova, Cecile Garcia-Fogel, Françoise Lebrun, Olivier Rabourdin. Francia 2015.
370771Diventare grandi a Roubaix, non allegrissima Francia del nord. Storia (con qualche pezzo autobiografico del regista Desplechin) di un ragazzo di nome Paul che cresce in fretta tra incanti e dolori per poi andarsene a Parigi e nel mondo. Il bello e il brutto di una vita raccontati con sapienziale leggerezza. E personaggi maggiori e minori che non si dimenticano, come la fantastica nonna lesbica e Esther, la ragazza della vita. Ritorno di Desplechin dopo il deludente Jimmy P. al suo meglio. Voto 8+
214821Bello assai. Uno dei miglior film visti l’anno scorso a Cannes, anche se rifiutato tra molte polemiche dal Grande Festival e poi finito nell’esilio per quanto dorato della Quinzaine des Réalisateurs dove si è fatto valere vincendo un premio (comunque pace è stata fatta quest’anno tra il Festivàl e il regista di I miei giorni più belli Arnaud Desplechin, chiamato a far parte della giuria: un atto riparatorio e di conciliazione il cui significato non è sfuggito a nessuno). Un meraviglioso Desplechin, qui al suo massimo, e in stato di grazia dopo il precedente e assai deludente Jimmy P. Questo Trois souvenirs de ma jeunesse – titolo originale che suona molto meglio dell’appiattente e un po’ soappistico I miei giorni più belli – è un classico racconto di formazione semiautobiografico, o almeno con echi autobiografici, in quel di Roubaix, non allegra provincia nord-francese, la piccola patria in cui Arnaud Desplechin ha ambientato parecchi dei suoi film. E torna il suo alter ego Mathieu Amalric, stavolta quale antropologo dal nome joyciano di Paul Dédalus che dopo aver vagato, vissuto e lavorato in parecchie plaghe del mondo, quelle centroasiatiche soprattutto, ora è di ritorno a Parigi per prendere un incarico al Ministero degli esteri. È il pretesto per scatenare i ricordi, della sua infanzia, soprattutto di lui adolescente a Roubaix e poi giovane uomo a Parigi. Ne abbiamo visti centinaia, di bildungroman come questo. A rendere Trois souvenirs diverso e superiore alla media è l’infinita grazia, lo stile della messinscena, lo sguardo mai convenzionale, l’organizzazione del raccono in blocchi quasi autosufficienti, veri capitoli. Madre suicida, padre assente e dai comportamenti non così limpidi verso la sorella della protagonista. E poi, il meraviglioso quadro con la nonna lesbica e la sua fidanzata russa il cui marito è stato travolto dal terrore staliniano. E il gruppo dei coetenai, e l’incontro con l’antropologa del Benin sua mentore, e l’amore con Esther, l’amore inestinguibile, l’unico amore. Esther è tra i più bei personaggi femminili che il cinema ci abbia dato in questo ultimi anni, e già da sola merita la visione. Un miracolo che di questi tempi unfilm così abbi atriobvato una distribuzione da noi: onore a chi (la BIM) ha avuto il coraggio.

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