(visti al cinema) PAURA IN PALCOSCENICO di Alfred Hitchcock. Non il suo film migliore

Visto allo Spazio Oberdan di Milano:
Paura in palcoscenico (Stage Fright) di Alfred Hitchcock, 1950. Con Jane Wyman, Marlene Dietrich, Richard Todd, Michael Wilding, Alastair Sim. Prossima proiezione all’Oberdan il 9 luglio alle 21,15.
stage-fright-6Alfred Hitchcock, che pure se l’era autoprodotto, non l’amava, François Truffaut che ne parlò con lui nel mitologico libro-intervista ancora meno. “Non mi sembra aggiunga niente alla sua gloria; è veramente un piccolo film poliziesco inglese nella tradizione di Agatha Christie e proprio uno di quei whodunit che lei disapprova”, chiosa perfidamente il francese, e il grande Alfred non può che abbozzare, e ammettere che sì, parecchio non ha funzionato in Stage Fright. “…una storia nella quale sono i cattivi ad avere paura. È il lato veramente debole del film, perché questo infrange la grande regola: più riuscito è il cattivo, più riuscito sarà il film”. Bene, avevano ragione: questo è davvero uno dei film meno risolti di uno dei migliori e più consapevoli cineasti di sempre. Film che non avevo mai visto e che ho preso al volo l’altro giorno nella retrospettiva assai parziale che l’Oberdan di Milano sta dedicando a Hitchcock & Truffaut (quattro titoli in due, poca roba davvero). Sicché adesso posso finalmente dire, come il collezionista compulsivo di figurine: ce l’ho (e mi manca ancora qualcosa per completare l’album, Hitch ha girato una quantità impressionante di roba). La storia? Come dice Truffaut, una robuccia giallo-inglese, molto virata per almeno tre quarti sul rosa, sulla commedia, senza che il regista raggiunga la grazia e la levità di altri suoi film come Caccia al ladro o La finestra sul cortile. Tediosissimo. Con un ganzo coinvolto malgré lui nell’assassinio del marito violento della sua amante, una chanteuse che è Marlene Dietrich, la presenza migliore del film, anche perché ci canta La vie en rose che da sola vale il biglietto. Lui, il ganzo, confessa a una ragazza che lo ama e che si butterebbe nel fuoco per toglierlo dagli impicci, ha solo accettato di dare una mano alla sciantosa, e adesso lo sospettano del delitto. Figuriamoci lei, un’aspirante attrice – la legnosa e qui abbastanza antipatica Jane Wyman già signora Reagan – che si mette a fare goffe indagini per salvarlo. Non succede niente per almeno un’ora, tra dialoghi che vorrebbero essere di un brillante britannico e son solo superflui. Per fortuna negli ultimi venti minuti, dalla fiera di beneficienza in poi, Hitchcock riprende il controllo della situazione e ci consegna qualcosa all’altezza della sua fama, come la scena formidabile del bambino che mostra la bambola insanguinata a una terrorizzata Dietrich. Puro horror futuro, a ennesima riprova di come il signor Alfred fosse un precursore e un inventore di cinema. Intanto la Jane Wyman, presaga del finale, sposta la sua attenzione amorosa dal ganzo a un ispettore ben più rassicurante. Ispettore che è Michael Wilding, attore che stava allora per sposare in America Elizabeth Taylor, da cui avrebbe avuto due figli e divorziato qualche anno dopo. Inglese algido e asessuato come da cliché, sottomarca per intenderci del propotipo Leslie Howard (e non si capisce come la Jane Wyman nel film possa perderci la testa). Se vi capita, vedetevi Paura in palcoscenico per Marlene, magnificissima e vincitrice per ko del duello primadonnesco con Jane Wyman (la quale, testimonia Hitchcock nel libro truffautiano, soffriva di inferiority complex verso la divina. Come darle torto?). I teorici e aspiranti teorici del cinema tengano d’occhio il lungo e falsissimo flashback dell’inizio, una furbata che legioni di critici moralisti hanno poi rinfacciato al regista: è una menzogna! un tradire il patto di fiducia con lo spettatore! non si fa! Naturalmente a Hitchcock non importava niente della coerenza e della cinemoralità, a lui interessava solo lo spettacolo. Aveva ragione.

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