Un gran film stasera (tardi) in tv: FISH TANK di Andrea Arnold (dom. 10 luglio 2016, tv in chiaro)

Fish Tank, Rai Movie, ore 1,15.
Fish-Tank-michael-fassbender-27746392-1024-768Fish Tank
di Andrea Arnold. Con Katie Jarvis, Kierston Wareing, Michael Fassbender, Rebecca Griffiths. UK 2009, Premio della giuria a Cannes 2009.

Katie Jarvis è Mia in “Fish Tank”

“Fish Tank” è  “Lo specchio della vita” di Douglas Sirk girato alla maniera di Ken Loach. Un gran bel film, che parte come cinema sociale e finisce in melodramma. E che ha imposto Michael Fassbender quale sex symbol.
19101192lead_largeDire Essex Girl nel Regno Unito è come da noi truzza, coatta, burina, con l’ulteriore accezione di una che la dà via facile e si veste in stile da marciapiede. La teenager Mia vive in una terribile periferia dell’Essex, che già di suo è estrema periferia londinese, fatta dei soliti casermoni globali, inquadrati a inizio e fine film dalla regista Andrea Arnold come acquari (da qui il titolo) in cui si aggirano e boccheggiano, come pesci prigionieri, essere umani agli ultimi gradini della scala sociale. Intorno, campi giochi per tossici e pusher e store dove si smerciano piramidi di bibite ipercaloriche e ingrassanti. Mia è coattissima, ma non si può proprio chiamarla Essex Girl perché le manca la voglia di essere femmina e mettersi in mostra davanti al maschio. Sempre in sneakers, felpa con cappuccio e pantalonacci che nascondono ogni rotondità per quanto acerba dei suoi 15 anni, Mia coltiva la passione per hip-hop e breakdance. È una tosta, Essex Girls se mai sono le coetanee che lei detesta e che al campetto sfilano ancheggiando e sculettando e pupeggiando davanti ai bulli del quartiere. La vera Essex Girl di casa è la mamma di Mia, trent’anni e qualcosa, bionda e gran degustratrice di vodka e whisky, con la voglia di trovarsi l’uomo giusto dopo una serie molto lunga, immaginiamo, di uomini sbagliati (tra l’altro – coincidenza tra maschera e volto – l’attrice, Kierston Wareing, viene proprio dall’Essex). C’è oltre a Mia anche una sorellina, a chiudere il cerchio di questa famiglia senza uomini dove le tensioni tra madre e figlia adolescente esplodono in violenze verbali alla Tennessee Williams, ma senza i suoi meravigliosi barocchismi (“Mia, che cazzo di problema hai?”, “Mamma, non l’hai ancora capito? Sei tu il mio problema”). Il tutto in un interno di squallore popolar-postmoderno con il televisore che sputa i peggiori video di Mtv e i muri ricoperti da trompe-l’oeil di spiagge tropicali, e un tripudio di rosa confetto ovunque. Pura coatteria. Déjà vu? Sì, perché dopo qualche decade di cinema di Ken Loach e Mike Leigh su proletariato e sottoproletariato inglese qualcosa abbiamo visto e imparato sul tema. Chiaro che i riferimenti, voluti o inconsci, di Andrea Arnold, 49 anni, una regista che già col suo esordio Red Road aveva lasciato il segno, sono quelli. Chiaro anche che, mettendo al centro del film una madre single trentenne con  due figlie a carico, la Arnold abbia voluto segnalare la piaga sociale delle madri single working class e delle gravidanze adolescenti (e degli aborti) di cui la Gran Bretagna detiene di gran lunga il primato europeo. In questo quadro da apocalisse suburbana arriva il principe azzurro, l’angelo salvatore nella persona, soprattutto nel corpo, bicipiti e deltoidi perfetti, di Connor, un Michael Fassbender che si impone come nuovo sex symbol (ne parleremo presto in un altro post). Lui è il nuovo fidanzato di mamma, un tipo ammodo, mica come quei cafoni tatuati che malfrequentano il desolato quartiere e che si presume siano passati numerosi nel letto di mamma. Connor, oltre che bello, è carinissimo con le due ragazze. Mia sulle prime resiste, diffida, poi a poco a poco si lascia andare, lo accetta. Ma, come tanti angeli cinematografici prima e dopo lui (da Teorema a Io sono l’amore), Connor è destinato con il suo potere erotico a sconvolgere gli equilibri di famiglia. Di più meglio non rivelare. Diciamo che Fish Tank, partito quasi come rigoroso docufiction su una teenager disadattata, a un certo punto svolta e slitta nel melodramma. Fino a sfiorare nel sottofinale perfino la tragedia, tra Euripide e Racine. Strano percorso, per un film contorto eppure molto interessante e bellissimo. Una madre e una figlia che si detestano, e tra loro due un uomo. Ecco, si potrebbe dire che Fish Tank è Lo specchio della vita di Douglas Sirk girato alla maniera di Ken Loach, è il caso Lana Turner-Johnny Stompanato-Cheryl Crane lontano da Hollywood, dislocato tra le torri-acquario dell’Essex. In questa deriva da un genere all’altro sta l’imperfezione del film, il suo squilibrio, ma anche la forza. Grazie a Dio, Andrea Arnold esonda dal tracciato, degnissimo ma prevedibile, del film sociale, che pure segue diligentemente per quasi un’ora, e si addentra in territori più oscuri e interessanti. Anche lo stile cambia. Prima camera a mano a pedinare i personaggi e scrutare ambienti senza tralasciare nemmeno il dettaglio più disgustoso, tipo un pesce sul pavimento sventrato dal micio. E lunghi piani sequenza a seguire Mia nelle sue peregrinazioni, che però non hanno nulla a che fare con i gloriosi piani sequenza di Antonioni, piuttosto sembrano quei video di YouTube fatti di un blocco solo, senza stacchi e senza uno straccio di montaggio semplicemente perché chi li ha girati non ha ancora imparato a usare un programma minimo di editing tipo iMovie. Stile di ripresa sporco, inquinato, nell’intento evidente di mimare l’oggetto del racconto. Ma quando il melodramma avanza, quando boschi notturni e acque minacciose prendono il posto dei paesaggi di cemento, la camera di Andrea Arnold si alza da terra e cattura nubi e cieli con un senso romantico e panico alla Caspar Friedrich, o come il von Trier più invasato e meno dogmatico. Quel che resta costante lungo tutto il film è lo sguardo duro, implacabile, restio a ogni resa emotiva, della regista, che ricorda la radicalità di un Bruno Dumont. Fish Tank ha anche il difetto di durare troppo, allentando così la tensione e mettendo a dura prova la concentrazione dello spettatore. Resta però un film notevolissimo, uno dei migliori da parecchi mesi a questa parte, assolutamente da vedere. Non è facile dimenticare la protagonista, la sorprendente (è al suo primo film) Katie Jarvis. Presentato a Cannes nel 2009, ha impiegato un anno e mezzo ad arrivare in Italia, trovando qualche sala solo adesso, nella stagione cinematograficamente più difficile. Certo non ha avuto il percorso facile di un altro film inglese che, pur sembrando agli antipodi, con Fish Tank ha parecchio in comune, An Education di Lone Scherfig, con Carey Mulligan: anche questo racconto di formazione di un’adolescente che diventa grande attraverso l’incontro con un uomo più maturo di lei. E che, esattamente come il Connor di Fish Tank, nasconde qualcosa e non è quel che sembra. Solo che in An Education c’è la borghesia inglese, o almeno il sogno di farne parte, tra Oxford, mostre e raffinati pezzi di anquariato. Mentre in Fish Tank c’è la desolazione di una vita ai margini, la deprivazione degli umiliati e degli offesi.

TRAILER

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