Recensione: FIORE, un film di Claudio Giovannesi. Una delusione, ed è un peccato (visti al cinema)

show_photo-7show_photo-1Fiore, un film di Claudio Giovannesi. Con Daphne Scoccia, Josciua Algeri, Laura Vailiu, Aniello Arena, Valerio Mastandrea, Gessica Giulianelli, Klea Marku.
show_photo-18Dopo Alì ha gli occhi azzurri ci si aspettava molto da Claudio Giovannesi. Ma Fiore, presentato a Cannes alla Quinzaine des réalisateurs, rimane ostaggio del suo approccio austero e documentaristico, non riuscendo a farci appassionare alle modeste peripezie dei suoi due (peraltro non così simpatici) protagonisti Daphne e Josciua. Un film la cui sobrietà finisce col produrre una narrazione anoressica e personaggi francamente poco interessanti. Voto 5
show_photo-15Dei tre italiani presentati a Cannes alla Quinzaine, era (almeno da me) il più atteso in quanto il più scostato sulla carta dalla medietà anche di certo nostro cinema autoriale (gli altri, ricordo, erano Fai bei sogni di Marco Bellocchio e La pazza gioia di Paolo Virzì). Di Giovannesi aveva assai colpito e convinto il precedente Alì ha gli occhi azzurri, titolo esplicitamente pasoliniano – quasi una dichiarazione d’intenti – per un film sui diseredati, i nuovi ragazzi di vita proiettato con un bel successo a un festival di Roma di qualche anno fa. In Fiore – titolo enigmatico: nessun personaggio si chiama così, e a me per immediata associazione è venuta in mente la stornellata di Anna Magnani in ‘Mamma Roma’ Fior de gaggia… fiore de sabbia… fiore de menta… (e poi fiore de merda…): che c’entri qualcosa? – Giovannesi si mantiene schiscio sul nuovo lumpenproletariat che si muove tra la capitale nostra e il suo vicino litorale, tra fuori e dentro il carcere, vite giovani e disgraziate e votate inesorabilmente, anche per propria volontà o insipienza all’esclusione, alla sconfitta esistenziale, destinate a popolare il margine, e lo fa osservandolo con lo sguardo aparentemente avalutativo del documentarista – da lì peraltro proviene – uno sguardo neutro che si fa, o tenta di farsi racconto nell’accumulazione di dettagli e tranche de vie desolatissime. Apparentemente avalutativo e impassibile, perché Giovannesi in realtà sta tutto dalla parte dei suoi due protagonisti adolescenti e già tagliati fuori, Daphne e Josciua, pur evitando ogni compromissione melodrammatica, ogni possibile narrazione calda e turgida. Siamo dalle parti dell’austerità dei cinema-verità più radicale e spoglio, di certo Rossellini, o del Bresson giansenista che ci consegna con pietas ma a ciglio asciutto l’odissea quotidiana delle sue Mouchette, dei suoi Balthazar. E però, qualcosa, anzi parecchio non funziona in questo film dalle intenzioni così encomiabili, di indiscutibile dirittura morale, in questo cinema tra i più puri e sinceri che oggi possiamo sperimentare in Italia. Il rispetto di Giovannesi per i suoi due ragazzi, soprattutto per lei, Daphne, amatissima da una macchina da presa che la accarezza pudicamente e però sfiorando il feticismo (l’attrice, un’esordiente, ricorda Kristen Stewart), è assoluto. Solo che la rinuncia ascetica, così calvinistica e pochissimo cattolico-romana e barocca, a ogni sovrappiù nella rappresentazione, nella messinscena, nel racconto, portano a poco a poco a una vanificazione-evaporazione anche di ogni trama, di ogni possibile storia. Anche perché si fatica parecchio a stare dalla parte dei due sciagurati protagonisti, soprattutto di lei, Daphne. Difficile simpatizzare per una che ruba smartphone a povericristi qualsiasi per strada puntandogli un coltello alla gola per estorcere il codice, difficile capirla quando in una breve vacanza dal carcere minorile in cui è rinchiusa fa di tutto per farsi detestare dal padre e dalla sua compagna rumena combinando guai e stronzate a ripetizione. Siamo spettatori dopotutto, non assistenti sociali o psicologi pronti a spiegare e tutto giustificare, sant’Iddio. Daphne è una teppistella di periferia scontrosa, ribelle naturale, ennesima reincarnazione dei tanti piccoli anarchici cui il cinema ci ha abituato da tempo immemorabile e però priva di quelle vibrazioni che l’avrebbero potuta elevare a personaggio credibile e complesso. Qui è solo un dato di cronaca nera, poco più di una figurina emblematica di quel che è oggi, nel linguaggio sociologistico e nel giustificazionismo ideologicamente corretto, il disagio delle periferie. Dopo quelle rapine in serie di iphone e galaxy finisce ineluttabilmente in un carcere per minori diviso tra ala maschile e femminile, non particolarmente repressivo e fetente, e con ovviamente tutte le sue cose e iniziative ‘tese al recupero’, come i laboratori di sartoria (e la scena migliore è il capodanno tra le mura festeggiato con una sfilata di modaccia tamarra maschile e femminile realizzata dalle detenute e con i ragazzi stessi a far da modelli sull’improvvisata passerella, mentre una tizia lanciata da Amici della De Filippi fa l’ospite cantando mi pare di ricordare Maledetta primavera). Non succede quasi niente purtroppo, perché non basta seguire con una macchina da presa sincera e sensibile i giorni e le notti, i sogni e i bisogni, i grugni e le deambulazioni di Daphne, bisognerebbe pur crearle addosso e intorno una storia di un qualche interesse. Invece l’austero Giovannesi non osa, forse per timore di sporcare con l’artificio la presunta purezza del reale, consegnandoci un film anoressico e come depotenziato di ogni tensione drammatica. Gli screzi e gli scazzi di Daphne con carcerieri e compagne non sono mai davvero rivelatori di una qualche temperie, non danno mai vita a un intreccio, e certe cose sono pure imbarazzanti, come l’alluso rapporto lesbico con la boss del braccio femminile, in una sorta di citazione non so quanto voluta ma certo assai goffa di Orange is the new black. Purtroppo le cose non vanno meglio quando si passa all’amore (amore?) con il detenuto Josciua, ragazzo di Milano – lo si capisce dall’accento inequivocabile – di cui Daphne si incapriccia a distanza (si guardano e ahinoi si mandano baci da una finestra all’altra, o mentre lui sta in cortile, e per vedersi devono ricorrere a complicate strategie). Questa trama di sguardi attraverso le grate e di furtivissimi incontri e corpi che si sfiorano dovrebbe essere il nerbo del film, ne è invece la massima debolezza. Niente a che vedere purtroppo con il fiammeggiante Un chant d’amour di Jean Genet dove la separazione fisica tra due detenuti (maschi), l’assenza, alimentava il desiderio portandolo al calor bianco, al punto di fusione, all’ebbrezza. Qui purtroppo il lessico amoroso, il body language e anche certe svenevolezze sono quelli delle trasmissioni di Maria De Filippi, sicché il romance somiglia più che a Genet a Uomini e donne, senza che Giovannesi metta mano con decisione per evitarlo. Tutta l’ultima parte, quella della fuga prima solitaria di lei e poi insieme a Josciua, ci fa sembrare i due troppo stupidi perché possiamo stare dalla loro parte (ma se scappi e sai di essere ricercato, come fai a prendere un treno veloce senza il biglietto? chiaro che ti cuccano). Asciugando asciugando, Giovannesi finisce solo col mostrarci senza più alcun filtro la nudità psicologica di Joshua e Daphne, la loro inconsistenza e pochezza, la loro assoluta balordaggine e dabbenaggine. E non basta citare fin troppo esplicitamente Truffaut con la corsa di Daphne lungo il mare per rifare I 400 colpi, bisogna anche costruire personaggi credibili che non siano solo funzioni sociologiche e indicatori del famigerato disagio. E che siano anche meno odiosi. Peccato, Giovannesi è bravo e sa girare un cinema incorrotto, pulito, onesto che è raro vedere. Ma, si sa, registrare la (presunta) realtà e situarsi al suo livello non basta, bisogna anche reinventarla per renderla eloquente. Valerio Mastandrea è più che mai Mastandrea nella parte del padre assente e narciso di Daphne.

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