Festival di Locarno 2016. Recensione: CORRESPONDÊNCIAS di Rita Azevedo Gomes

OC892374_P3001_214420Correspondências, un film di Rita Azevedo Gomes. Con Eva Truffaut, Pierre Léon, Rita Durão, Anna Leppänen, Luís Miguel Cintra. Portogallo 2016. Concorso internazionale.
OC892318_P3001_214398Cinema portoghese del più austero e penitenziale. Due ore e mezzo in cui si mette in scena il carteggio tra due poeti del Novecento lusitano, lui autoesiliatosi in America, lei rimasta in patria. Zero spieghe, solo parole scritte dai due di volta in volta declamate da attori diversi in contesti diversi. Una scommessa rischiosa. Film di impeccabile eleganza e finezza, ma che solo in pochi momenti raggiunge quel sublime cui visibilmente aspira. Voto 6 e mezzo
OC892372_P3001_214418Puro cinema portoghese. Alto, altissimo, alato. Depurato di ogni misera scoria materiale e proteso smaccatamente verso il sublime. Un film volutamente ostico e inaccessibile, fiero della sua differenza, aristocratico come la lingua – bellissima, una delle più belle del mondo – del proprio paese. Un film di esibita nobiltà che traffica senza nasconderlo con la Poesia (capital letter, ovvio), che si misura solo con il cinema-arte e che arte aspira a essere. Da amare o detestare, in ogni caso perfetto per un festival come questo. Proiezione stampa stamattina alle 8,30, e non è stato facile tenersi svegli con le due ore e mezzo di estenuazioni di Correspondências, con le immagini ieratiche alla Straub-Huillet, con le parole rapinose recitate in molte lingue d’Europa, a partire da quella nazionale. La regista Rita Azevedo Gomes ha preso il carteggio durato vent’anni tra il poeta portoghese Jorge de Sena, autesiliatosi prima in Brasile poi negli Stati Uniti, e l’amica, anche lei poeta, anche lei portoghese ma non esule, Sophia de Mello Breyner Andresen, e ne ha fatto un oggetto cinematografico difficile da afferrare, alquanto elusivo, non classificabile. Documentario? Docufiction? Biopic per due? Altro? Ogni possibile approccio didascalico-esplicativo è sprezzantemente piallato via con la scelta radicale di eliminare ogni informazione sui due signori del carteggio (tanto, sembra dirci l’autrice, per quello c’è Wikipedia, no?), lasciando a noi spettatori il duro compito di comporre i frammenti man mano mostrati (abitudine altezzosa ormai alquanto diffusa nel nuovo cinema, non solo in quello da festival). Niente voce fuori campo, zero spieghe, zero didascalie, solo la declamazione di parole prese dai testi dell’uno e dell’altra. Non c’è niente che non sia stato detto o scritto da de Sena o de Mello. Le lettere che si sono scambiate, ma anche le loro poesie, e qualcosa dei loro interventi su giornali, in convegni. Versi spesso belli assai recitati da attori ora in portoghese, ora in francese, inglese, italiano (e forse dimentico altre lingue). In scene teatralmente ricostruite come in un Manoel De Oliveira, anche se di massima semplicità. Con in più l’apporto di documenti visivi, documentari, film e filmini d’epoca forse (forse) girati dagli stessi de Sena e de Mello o forse no. Un incrocio di linguaggi che colloca il film in area quasi sperimentale e lo farà amare dai cinefili più radicali (perfetto per Fuori orario, ecco). Chiaro che 144 minuti sono tanti e sarebbe stato assai utile tagliare, chiaro che se non hai la sinossi sotto mano ne impieghi almeno quaranta di minuti per raccapezzarti nella rete di parole e immagini stesa da Rita Azevedo Gomes. Ma alla regista bisogna riconoscere il senso alto dello stile, con quel tocco così lusitano di un’eleganza desueta, come stinta in fondo a qualche baule. Come lusitana è la propensione-coazione a spogliare, sottrarre, essenzializzare. Mentre la parola poetica resta al centro, mantenendo intatta la sua integrità, il suo potere di evocazione e fascinazione. E che gusto squisitissimo nello scegliere le location, perlopiù case delabré di campagna e di mare dove il tempo ha depositato polvere e consunto legni e stoffe, e dove si rinnovano riti di colazioni e pranzi e cene con impeccabili tovaglierie e vasellame. Non tutto funziona, non tutto è allo stesso livello, e se Rita Azevedo Gomes evita sbandate e cadute non ce la fa nemmeno a issarsi a vertici assoluti. Mancano insomma le accensioni e le invenzioni continue e gioiosamente anarchiche del suo connazionale e omonimo Miguel Gomes. Solo in pochi momenti si ha l’impressione di essere di fronte a un grande film, e non solo a un film impeccabile e corretto, come quando Jorge de Sena racconta il suo viaggio a Delfi, e di come la Grecia sia profondamente diversa da Firenze o da Venezia. Sentendolo parlare, e guardando le imagini di quelle rovine al cuore della grecità, percepisci il sublime, e il sacro, il numinoso. Frammenti che da soli valgono il film. Tra gli attori (e tra i produttori se ricordo bene) c’è Eva Truffaut, sì, la figlia.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Festival di Locarno 2016. Recensione: CORRESPONDÊNCIAS di Rita Azevedo Gomes

  1. Pingback: Festival di Locarno 2016. LA MIA CLASSIFICA dei film del concorso (al 10 agosto) | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.