festival di Locarno 2016. Recensione: SLAVA (Glory)

OC892402_P3001_214445Slava (Glory), di Kristina Grozeva e Petar Valchanov. Con Margita Gosheva e Stefan Denolyubov. Bulgaria 2016. Concorso internazionale.
OC892399_P3001_214442Dopo il notevolissimo The Lesson, la coppia registica bulgara Grozeva & Valchanov continua a raccontare misfatti e abusi di potere, del loro paese. La pr di un ministero prende un pover’uomo e ne fa un eroe nazionale da dare in pasto all’opinione pubblica per stornare l’attenzione da uno scandalo politico. Ma il burattino designato manderà all’aria il piano. Un quadro allarmante di corruzione e arroganza. Grozeva & Valchanov sono molto bravi, guardano ai Dardenne e al cinema rumeno, ma hanno ormai uno stile riconoscibile. Peccato per lo schematismo ideologico che finisce con l’ingessa troppo il film, comunque molto buono. Voto 7 meno

OC892398_P3001_214441Dalla coppia registica bulgara che ci aveva dato due anni fa The Lesson, gran film tra Dardenne e Mungiu premiato a San Sebastian e finalista al premio Lux, ci si aspettava parecchio. Invece, delusione parziale. Intendiamoci, Slava è opera di rispetto, tutt’altro che da buttare nel cestino delle cose inutili. Ma soffre di un che di troppo di programmatico e dimostrativo: un teorema (su chi ha il potere e chi ne è escluso) svolto in forma di cinema. Telefonatissimo, prevedibile, anche se scritto assai finemente e con una regia da piccoli maestri, con macchina da presa mobile però mai isterica a pedinare i personaggi, e a disegnare come già in The Lesson un micro e macrocosmo bulgaro corrotto e sordido, dove l’ppartenenza europea e la democrazia son roba di facciata a nascondere il marcio, l’eterna corrosione balcanica, l’opacità est-europea. Quanto son bravi, Grozeva e Valchanov. E se solo riuscissero a tenere a freno l’intento didascalico e un certo moralismo, se solo abbassassero il tono predicatorio, sarebbero all’altezza dei loro vicini rumeni Puiu, Mungiu ecc. Uno scandalo, sollevato da un giornalisto d’assalto, investe il ministero dei trasporti pubblici. Jule, la jena in carrierissima responsabile delle pubbliche relazioni del ministero, non ce la fa a stornare l’attenzione della pubblica opinione dala faccenda. Ma il caso le viene in aiuto. Un manutentore di binari, un tipo asociale e mentalmente non così sveglio e a posto, trova una paccata di soldi abbandonati sulla ferrovia e anziché intascarli li porta alla polizia. Subito Jule vede in lui l’occasione di far dimenticare lo scandalo creando un eroe positivo da dare in pasto al pubblico. Solo che il tizio, uno schlemiel oltretutto balbuziente ma con una sua integrità, non sta così passivamente al gioco e rischia di rovinare il piano di Jule, e la sua carriera, e lo stesso ministro. Un intrigo che i due registi alternano a incursioni nel privato della jena, alle prese con il tentativo di restare incinta tramite fecondazione assistita, e son da antologia della stronzaggine le scene con lei sempre al telefono mentre il medico le spiega la rava e la fava degli ovociti e degli embrioni e dei follicoli. Rispetto a The Lesson Kristina Grozeva e Petar Valchanov accentuano i toni grotteschi e anche comici, facendo del loro uomo qualunque uno scemo più scemo tra Keaton, Tati e gli stralunati personaggi di Roy Andersson. Purtroppo Slava stenta parecchio a carburare e manca di ritmo, e la contrapposizione tra corruzione strutturale del potere politico e innocenza del popolo, incarnata dal ferroviere schlemiel, è davvero troppo rozzo. Comunque, con tutti i suoi limiti, di gran lunga il meglio dei cinque film che ho visto oggi. Finale sospeso. Margita Grisheva, la maestra di The Lesson, qui è la pr carogna disposta a tutto. Slava è la marca di un vecchio orologio che nella storia ha un ruolo centrale.

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