Festival di Locarno 2016. Recensione: THE LAST FAMILY (Ostatnia Rozina), un film di Jan P. Matuszyński

OC901256_P3001_217908The Last Family (Ostatnia Rodzina), di Jan P. Matuszyński. Con Andrzej Seweryn, Dawid Ogrodnik, Aleksandra Konieczna, Andrzej Chyra. Polonia 2016. Concorso internazionale.
OC901275_P3001_217915La vera storia della famiglia polacca Beksiński: padre gran pittore, figlio matto e autolesionista, moglie sottomessa, e due anziane a carico. Un film che per un’ora fa sbuffare, ma che poi decolla e convince con il suo miscugio di grottesco e tragico. Con ampi incursioni nel surrealismo e umor nero polacchi. E riflessioni non banali sul potere alienante e distruttivo dell’arte. Voto tra il 6 e il 7
OC901263_P3001_217912Com’è quell’incipit? Tutte le famiglie felici sono simili, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Vero, alla faccia dei cretini dallo psicologismo facile che rubricano tutte le seconde alla voce famiglie disfunzionali. Infelice di sicuro, e in modi tutti suoi, è la famiglia Beksiński – attenzione, storia vera! avverte una scritta all’inizio – di cui Ostatnia Rodzina ricostruisce storia esterna e visibile, e storie e storiacce interne e private, nella Polonia che va dal 1977 ai primi Novanta. No, nessun parallelismo e intreccio con la storia agitata del paese di quel periodo, non si sente mai la parola Solidarnoscc, mai si nominano Walesa e Jaruzelski, non il minimo accenno a comunismi e postcomunismo. Niente di niente. Solo loro, i Beksiński, famiglia con propensioni artistiche e vari talenti sparsi all’interno quasi a replicare in versione polacca i Tenenbaum (ma le affinità sono solo e tutte di superficie, qui di Wes Anderson non c’è niente). Il capofamiglia Zdzisław Beksiński è pittore, pittore di fama e di peso del novecento nazionale con le sue tele tra il metafisico, il sacro e il surreale, signore dall’io assai solido e esteso con a carico una discreta quantità di gente: la moglie, il figlio ventenne dalla mente instabile e dal carattere agressivo, più la madre e la suocera, entrambe assai anziane e malmesse. I due maschi giocano, pur diversamente, il ruolo del fuoribranco, dei non allineati, il padre per via della sua professione artistica, il figlio con la sua passione per la musica rock internazionale e i suoi devastanti scoppi di collera. E autodistruttivi, perché il ragazzo ogni tanto ci ha il vizietto di tentare il suicidio, per la disperazione della madre e nell’assoluta indifferenza del padre. Alla moglie e madre tocca la disgraziata parte di moglie e madre, e cioè rassettare pulire, occuparsi delle due anziane malate, cucinare, mandare avanti la baracca, mediare tra padre e figlio che non si pigliano proprio, e consolare il complicato rampollo ogni volta che se la prende con gli altri o con se stesso (“mamma, è che non ho voglia di andare con le donne, ma neanche con gli uomini”). Per un’ora si fa una gran fatica a entrare in questo film sghembo, abbastanza antipatico e popolato di personaggi sgradevoli. L’inizio è addirittura la confessione da parte del pater familias delle proprie abiette fantasie porno all’amico mercante d’arte. E con il figlio lo spettatore fa presto a perdere la pazienza. Tipi odiosi, che impiombano la narrazione, e che il regista non cerca in nessun modo di farci piacere. La strana vita dei Beksiński è rappresentata dal giovane regista (32 anni) con sorprendente sicurezza, miscelando benissimo i toni grotteschi, qualche raro momento di pietas e l’impassibilità di uno sguardo da entomologo. Con anche incursioni nel surreale e nell’umore nerissimo e atrabiliare polacco (penso a scrittori come Wiktiewicz e Gombrowicz e a registi come il primo Polanski). Si parte in commedia, si finisce in tragedia, ma è meglio non dire troppo, perché la parte finale è un vortice di colpi di scena, e di colpi diretti al nostro stomaco. Diciamo che la signora in nero con la falce si dà parecchio da fare. Film discontinuo, non lineare, con troppe lentezze nella prima parte e troppe digressioni, ma quando il giovane Matuszyński riprende in pieno il controllo, e quando le tessere cominciano a combaciare, il film decolla. E quel padre frigido e insensibile divorato dal suo narcisimo e dedito solo alle sue opere – filma tutto, anche i momenti più atroci, anche il dolore della sua famiglia – ci induce a qualche non banale riflessione sulla carica potenzialmente alienante e distruttiva dell’arte. Il migliore visto a oggi 5 agosto a Locarno insieme al bulgaro Slava.

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