Locarno Festival 2016. Recensione: MOKA di Frédéric Mermoud con Emmanuelle Devos

OC902048_P3001_218311Moka, un film di Frédéric Mermoud. Con Emmanuelle Devos, Nathalie Baye, Diane Rouxel, David Clavel. Piazza Grande.
OC902046_P3001_218310A Diane una macchina pirata ha ucciso il figlio, e adesso lei vuol trovare la coppia assassina e vendicarsi. Un classico revenge movie. Solo che non siamo in uno scatenato spara-spara americano, ma in un film francese di modi francesi. Ritmi lenti, a seguire e dipanare un sordido intrigo di provincia un po’ Chabrol un po’ Simenon. Ottime Emmanuelle Devos e Nathalie Baye, ma il film non si alza dal livello medio-decoroso. Voto 5 e mezzo
OC905599_P3001_219103Moka, un colore in disuso, un cioccolato pallido, anzi color cappuccino. È il colore di una macchina – presumibilmente anni Settanta perché da allora il moka è sparito dalla produzione – che ha investito un ragazzo. Una macchina che è scappata via dopo averlo ammazzato a Evian, parte francese del lago Lemano. Adesso Diane, la madre, visto che le indagini di polizia dopo mesi non sono approdate a niente (non succede solo in Italia dunque) ha deciso di cercarla e trovarla lei, la macchina assassina, e chi stava al volante e non s’è fermato e le ha portato via quell’unico figlio. Il detective privato da lei assoldato – contro il parere dell’ex marito che la invita a lasciar fare alla polizia e a dimenticare – ha circoscritto le macchine sospette color moka a quattro, in più si sa da un testimone che a bordo ci stavano un uomo e una bionda. Con questi scarni elementi Diane incomincia le sue personali ricerche. Obiettivo: vendetta. Un revenge movie apparentemente dei più classici, che se fossimo in America ne sapremmo già modi, lo svolgimento e la fine. Ma qui siamo nel cinema francese, o meglio francofono (il film mi pare una coproduzione franco svizzera, mica per niente equamente diviso come location tra Evian – lago Lemano francese – e Losanna – lato svizzero del lago), e dunque non aspettatevi uno spara-spara con una signora trasformata in erinni assatanata. Oddio, non è che Emmanuelle Devos, la protagonista (una delle nostre attrici di riferimento da tempo immemorabile, e per capire quant’è brava si guardino solo i secondo iniziali, con lei catatonica che sbatte ritmicamente la fronte contro il vetro), dica addio alle armi poiché, non appena conosciuto un simpatico contrabbandiere giovane (“in Svizzera si trova tutto, io semplicemente lo metto a disposizione dei francesi”), si fa procurare da lui una pistola. Ma il romanzo da cui è tratto Moka è di una signora, e la tonalità femminile prevale in tutto il film. Ci si focalizza parecchio sulla disperazione e depressione di Diane più che sulla sua trasformazione in macchina per uccidere, più sulle sue motivazioni che sull’azione, e l’indagine sua va più a svelare inquietanti intrecci familiari e privati che oscure realtài criminali. Il che è la qualità distintiva di Moka, ciò che ne fa un prodotto così squisitamente europeo, e anche il limite. Ormai assuefatti ai ritmi travolgenti del cinema americano, si fatica un po’ a seguire il lento dipanarsi dei fatti e a penetrare nell’arabesco delle varie psicologie messe in campo, come in un vecchissimo mystery sui sordidi segreti di provincia (sì, c’è un qualcosa di Chabrol e Simenon qua dentro). Diane, che in corso di indagine si fa chiamare Hélène, si convince d’aver trovato la coppia assassina. Lui istruttore di fitness alle terme di Evian, lei la sua compagna, parecchi anni più di lui, con un lavoro di profumiera e un corpo e una faccia mantenuti giovani a ogni costo (una grandiosa Nathalie Baye, vista a Cannes in Juste la fin du monde di Xavier Dolan). Diane/Hélène si introduce separatamente nella vita di lei e lui, cerca di conquistarne la fiducia per meglio attuare la vendetta. E intanto si lascia corteggiare dal giovane contrabbandiere Vincent (interpretato da un attore che sembra un Cassel da giovane). Regia sinuosa, a cogliere tutti i tormenti della sua protagonista, i suoi dubbi, senza le accensioni che di sicuro avremmo trovato in un revenge made in Usa. Come se la voglia di vendicarsi e uccidere di Diane non fosse altro che un modo per elaborare il lutto, un tragitto psicologico, una catarsi. Il regista Mermoud sa creare le corrette atmosfere, ma non riesce a scuotere il suo film, e nemmeno noi spettatori, adagiandosi sulle introversioni di Diane. Benissimo usate le location. Il lago di Ginevra, o di Losanna, o Lemano, è preso in tutta la sua plumbea atmosfera, acque grigie e cieli di nebbie e nuvole. Ed è forse il lato migliore di Moka. Finale non proprio coinvolgente, preceduto da un twist abbastanza prevedibile e telefonato. Di quei film decorosi ma senza picchi, e irrimediabilmente medi. Però in Piazza Grande potrebbe piacere molto.

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