Festival di Locarno 2016. Recensione: PESCATORI DI CORPI di Michele Pennetta

OC889392_P3001_213614OC900406_P3001_217620Pescatori di corpi, un documentario di Michele Pennetta. Svizzera 2016. Cineasti del presente.
OC889390_P3001_213612Dopo Fuocoammare, un altro documentario sul canale di Sicilia e la rotta dei migranti. Ma il titolo lascia intendere quello che il film in realtà non ci fa vedere: grazie a Dio, qui non ci sono stragi per acqua (e allora perché quel titolo?). Assistiamo invece alla storia di un peschereccio e a quella del clandestino Ahmed che vive su una barca dismessa. Due metà che non stanno insieme. Film di immagini bellissime e potenti, ma senza un progetto narrativo chiaro e coerente. Voto 5
OC889386_P3001_213608Michele Pennetta è di Varese, di Gemonio per la precisione, ha studiato cinema a Losanna, è un regular del Locarno Film Festival dove ha già presentato un corto, e vinto. E adesso eccolo nella sezione seconda Cineasti del presente con questo docu. Vedendo Pescatori di corpi vien quasi di inserirlo in quello che si va affermando come un genere ormai codificato, il Lampedusa-movie. Dove si tocca più o meno direttamente la migrazione dalle coste africane verso l’isola più meridionale d’Italia, e porta non sempre aperta verso l’Europa. Quanti sono negli ultimi anni i film che hanno raccontato l’isola-approdo e il canale di Sicilia (e, allargando il raggio, le coste siciliane) con il boat-people, i navigli di soccorso, i naufragi e i salvataggi, le vite degli sbarcati e le vite di chi a Lampedusa e in Sicilia vive? Un bel po’. Vado a memoria con i titoli: Lampedusa in Winter, docu tedesco di Jakob Brossmann presentato proprio qui a Locarno l’anno scorso alla Settimana della critica. E poi: Mediterranea di Jonas Carpignano (dove la traversata del canale di Scilia è solo un passaggio della narrazione), ovviamente Fuocoammare di Gianfranco Rosi Orso d’oro a Berlino e adesso, qui e ora, questo Pescatori di corpi di Pennetta. Il quale, direbbero i signori e e le signore del marketing, ha un titolo overpromising, che promette più di quanto vien poi mantenuto in corso di visione, titolo che fa pensare ai pescherecci che solcando quel tratto di mare si sono imbattuti nei cadaveri dei tanti clandestini annegati. Che è quanto s’è visto nelle scene più crude, e criticatissime (pornografia del dolore!, si urlò a Berlino) di Fuocoammare. Invece no, di tutto questo in Pescatori di corpi non si vede e non c’è niente, ci sono sì i notiziari radio e tv che parlano di barconi in difficoltà e di soccorsi, c’è un pescatore che racconta di quella volta che si imbattè in un boat pieno di cadaveri: “sembrava dormissero” (detto però in siciliano stretto e incomprensibile). Ma nel lavoro di Pennetta la tragedia dei migranti in pericolo resta sullo sfondo senza mai entrare nella trama della narrazione, in realtà il film va da tutt’altra parte focalizzandosi su vite di chi lavoro su quel mare o a bordo mare. Il che è parecchio interessante, intendiamoci, ma è un’altra cosa, e perché applicarci sopra un titolo fuorviante e furbetto? Due son le tracce di racconto seguite da Pennetta, quella di un arabo clandestino di nome Ahmed incagliato a Catania da anni domiciliato in una barca abbandonata, dismessa, e in attesa da troppo tempo di una regolarizzazione che non arriva mai. E quella del peschereccio Alba Angela e di chi ci lavora, tra molta fatica e scarsi guadagni, e la costante prospettiva di imbattersi in un naufragio di clandestini. La storia di Ahmed è parecchio interessante e da sola avrebbe meritato tutto il film, mescolarla a quella del peschereccio è stato un errore. Pennetta gira benissimo e sa come restituire la vita di mare, i suoi rischi, e la vita sospesa di Ahmed, con immagini e inquadrature e visioni inquietanti che ricordano il capolavoro Leviathan visto qualche anno fa in concorso proprio qui a Locarno. La partitura visuale è meravigliosa, a mancare vistosamente sono la costruzione e un progetto coerente. Nonostante il titolo  il boat people non c’entra, e le due storie non si legano e coagulano mai. Qul che resta è Ahmed, la sua disperazione, quel suo frugare sui barconi abbandonati (son quelli naufragati nelle traversate clandestine?) in cerca di qualcosa, soldi o altro di vendibile, e anche delle tracce, delle memorie dei dispersi. Se solo il film fosse stato lui.

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