Festival di Locarno 2016. Recensione: GORGE COEUR VENTRE di Maud Alpi è il film-rivelazione (a oggi) del festival

OC892451_P3001_214468OC892452_P3001_214469Gorge Coeur Ventre, un film di Maud Alpi. Con Boston, Virgil Hanrot, Dimitri Buchenet. Francia 2016. Cinasti del presente.
OC892454_P3001_214471Un mattatoio di notte, gli animali spinti verso il punto di non ritorno, le loro urla, gli occhi disperati. E un ragazzo che per mestiere li accoglie, li smista, li guida al macello, e che per solo amico ha un cane. Sembra un documentario, ma poi capisco che questo è un racconto forte e perturbante in cui i protagonisti sono loro, gli animali-vittime. Sono loro, stavolta, a guardare noi umani, e forse a giudicarci. Voto 8
OC892453_P3001_214470Il miglior film a oggi di Cineasti del presente, e forse di tutto Locarno 69. Una rivelazione. Visualmente e concettualmente potente, con un’intuizione forte, quella di mettere insieme una narrazione di uomini e animali nella quale non si sa chi siano i protagonisti, in cui devi decidere tu se sono gli animali a pensare, ad avere un’anima, a osservare gli umani, a costituire la trama del film oppure il contrario. Premetto: non sono animalista, penso che nell’animalismo ci sia parecchio di irrazionale e di fanatico, continuo a consumare carne senza pentimenti, aborro l’ideologia vegetariana soprattutto nella sua deriva estrema vegana (comunque, ognuno faccia quel che vuole, creda in quel che vuole e mangi quel che vuole, sia chiaro). Eppure questo film girato perlopiù in una sinstro mattatoio, buio e rugginoso – tutto un urlo, un muggire disperato, uno stridio di ferri e uncini, vera porta spalancata sull’inferno non solo dei bovini e ovini e suini che vi vanno al macello, ma anche nostro -, mi ha turbato come poche volte inducendomi, ebbene sì, a qualche spero utile riflessione (sì, lo so che non sta bene dirlo, che non usa più farsi venire pensieri al cinema, ma mi è successo). Lunghe sequenze con quelle mucche dalla faccia buona, con gli occhi mansueti che ti guardano e ti guardano ancora, mentre sono spinte dai loro peraltro innocenti carnefici verso il punto di non ritorno. Ti guardano, ti scrutano, e non puoi fare a meno di provare un’infinita pietà. Mentre là in fondo si spalanca una porta e intravedi qualcuno che appende a un gancio un animale ancora ancora vivo, e poi il colpo fatale, e il sangue che cola e si allarga sul pavimento. All’inizio ti sembra un documentario su come muoiono gi animali di cui portiamo in tavola la carne e pensi, ecco, il solito prevedibile manifesto animalista, poi però le cose si fanno più complicate e non sai più  quale oggetto filmico hai di fronte. Si fa la conoscenza di un ragazzo che ha per solo amico un cane, e che per lavoro fa quello del mattatoio, ricevere gli animali da ammazzare, ordinarli, smistarli, spingerli con le cattive o con le blandizie e l’inganno verso il punto di non ritorno. Il piccolo innocente carnefice vive da solo con il suo cane in una casa abbandonata, squarciata, degradata, si intossica di un qualche cristallo bruciato e inalato, fa l’amore con una spiritata ragazza tatuata dappertutto, e non puoi non pensare vedendoli insieme a quelli che un tempo si chiamavano punkabbestia. Ecco, a questo punto pensi che il film sia un docu sul ragazzo, il suo lavoro, la sua miserevole vita. Ma vieni smentito un’altra volta quando la macchina da presa torna a riprendere il macello di notte, e le vittime in attesa della mazzata, e sono ancora quegli occhi, quei musi, quei corpi che si abbandonanoa terra e si avvicinano, come per farsi forza, forse parlando in una lingua che non posssiamo decifrare. Allora, e solo allora, ci rendiamo conto che se i modi son quelli del documentario, questo film è in realtà una una storia, un racconto, una narrazione su un massacro. Con un finale in cui i pochi umani – il ragazzo e il suo collega – vengono definitivamente cancellati e la scena viene tutta occupata da un branco di cani. Operazione con qualche precedente, ad esempio l’ungherese White Dog vincitore a Un certain regard a Cannes nel 2014. Ma là i cani protagonisti avevano ancora un che di disneyano, che qui invece viene a mancare totalmente. Si esce dal cinema spossati e assai scossi dentro. Gola cuore ventre racconta un’apocalisse e lo fa con sguardo insieme fermo e compassionevole. Un risultato grande, opera di una giovane regista francese che finora aveva girato solo corti. C’è da sperare le diano un premio, e che il suo film giri il più possibile. Nei credits compare anche Boston, il cane, ed è giusto così.

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