Festival di Locarno 2016. Recensione: JASON BOURNE. Si torna all’originale, si torna a Matt Damon

OC901888_P3001_218287OC901894_P3001_218289Jason Bourne, un film di Paul Greengrass. Con Matt Damon, Tommy Lee Jones, Alicia Vikander, Julia Stiles, Vincent Cassel. Usa 2016. Piazza Grande. Nei cinema italiani il 1° settembre 2016.
OC901890_P3001_218288Dopo il deludente The Bourne Legacy si torna alle origini. C’è di nuovo Matt Damon in questo nuovo episodio della saga dell’agente smemorato cominciata nel lontano 2002. Lui, ex agente Cia, deve scappare e scappare dalla Cia cattiva (perché ce n’è anche una buona con la faccia di Alicia Vikander) che lo vuole morto. Meno astratto, meno metafisico della trilogia fondativa, più diciamo così di denuncia, più legato all’attualità. Ed è un peccato. Resta lo spettacolo, altissimo, con almeno due sequenze memorabili. Voto 7 meno
OC901880_P3001_218284Dopo l’infelice spinoff The Bourne Legacy con Jeremy Renner si torna all’originale, ovverossia a Matt Damon quale (ex) agente smemorato più famoso del mondo. Torna lui quale Bourne, torna Paul Greengrass regista già dei capitoli 2 e 3 della saga, i migliori. E il pubblico ringrazia. L’infinito feuilleton della spia con l’amnesia è di nuovo tra noi, spettacolare, adrenalinico, impegnato contro il marciume dei poteri forti, anche se stavolta si esagera in paranoie e complottismi, cose che nella trilogia fondativa erano più adombrati e allusi che presenti in opere e misfatti. Bourne, che recupera faticosamente come il Gregory Peck di Io ti salverò brandelli del proprio passato (quell’attentato con macchina-bomba a Beirut), per salvarsi anche stavolta deve correre e e corerere e correre, facendo pure balconing e parkour da un tetto all’altro, da una terrazza sospesa sul vuoto all’altra, passando da Roma ad Atene a Las Vegas e toccando in mezzo infiniti altri punti el mondo, come in una google map impazzita (ed è bello che noi con lui conosciamo sempre più da vicino e in dettaglio posti in cui mai metteremmo piede, e son come le cartoline o i filmini della vacanza di una volta, solo su grande schermo e girati da uno che si sa fare con la macchina da presa). Siamo tutti Bourne, siamo tutti Matt Damon quando è costretto a scappare da quella macchina per uccidere mandatagli addosso dalla parte cattiva della Cia (ce n’è anche una buona, o se preferite meno perfida) roboticamente impersonata da un ghignante Vincent Cassel. Plot tortuosissimo, come sempre e anche di più. Un hacker si introduce negli archivi neri e supersecretati di Langley portando alla luce anche un pezzo della storia di Bourne, il perché della morte di sua padre. Chiaro che lui a questo punto è costretto a schierari contro la Cia dei malvagi che vogliono morto pure lui. Non sto  a dirvi troppo, se non che l’agente incaricata dal dibolico boss dei servizi Tommy Lee Jones progressivamente scivolerà dalla parte di Bourne e ne diventerà l’alleata: lei è la meravigliosa Alicia Vikander, che da sola vale il biglietto, e che si installa come presenza irrinunciabile per ogni possibile futura puntata della saga. Naturalmente c’è di mezzo di peggio, c’è il tentativo fa parte della Cia-ci-spia-e-non-vuole-più-andare-via di controllare una specie di super Facebook onde spiare le nostre vite, a una a una. Il film gigioneggia con il dilemm sicurezza o libertà? dobbiamo rinunciare a un qualcosa della nostra privacy per essere più sicuri? o questo è solo l’alibi di un neototalitarismo che avanza? Purtroppo questo lato Snowden-esque e ideologicamente correttissimo e engagé è quanto meno convince del film. Anche le allusioni alla stretta attualità come la crisi greca non son così indisensabili. Nella pretesa di rincorrere l’agenda dei grandi temi Jason Bourne perde parecchio del fascino che lo distingueva, fascino dovuto alla sua astrazione, alla sua raggelata metafisica, all’essere Bourne la vittima, l’uomo cosificato in un mondo retto da poteri spesso inconoscibili e senza faccia. Come gli dei che nei poemi omerici giocavano da lassù con le vite degli umani. In questo espidosio c’è troppa luce e ci sono troppe poche ombre, male e bene sono troppo nettamente divisi. Quel che perde in suggestione, ed è moltissimo, Jason Bourne cerca di riguadagnarlo in spettacolarità. Con almeno due sequenze memorabili, la caccia del killer a Jason per starade e vicoli di Atene durante una manifestazione che mette a ferro e fuoco la città, e l’inseguimento in macchina a Las Vegas. Oscar per il montaggio subito!

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi