Festival di Locarno 2016. Recensione: THE CHALLENGE di Yuri Ancarani. Falchi e falconieri del deserto

OC906347_P3001_219379The Challenge di Yuri Ancarani. Cineasti del presente.
OC906352_P3001_219385Nel deserto del Qatar, a riprendere con la macchina da presa un torneo di caccia con il falcone. Un’arte antica e ancora oggi praticatissima nella penisola arabica. Ma il film è anche un esempio di cinema antropologico, una finestra aperta su un mondo che conosciamo poco. Voto 7
OC906341_P3001_219372Il ravennate Yuri Ancarani è videoartista di ampie collisioni ed escursioni nel cinema, tra gli italiani che con maggiore coerenza esplorano i confini e gli sconfinamenti nel mondo delle immagini in movimento. Stavolta è andato a osservare-riprendere, forse a raccontare (ma The Challenge più che narrazione è contemplazione, impassibile referto) quella strana cosa che si chiama falconeria. Ovverossia la caccia con il falcone, nobile animale assai amato nell’occidente medievale e oggi tutt’al più ritornante in qualche romanzo o film o serie fantasy. E invece pratica ancora fiorentissima nella penisola arabica, nei vari emirati. Del come mai, niente ci dice Yuri Ancarani, che invece preferisce mostrare riprendendo un torneo in Qatar, in pieno deserto, con esemplari meravigliosi e costosissimi (possono arrivare a decine di migilaia di euro nelle aste assai tese e frequentate), e i i loro padroni, che dedicano tempo e soldi e ogni possibile cura ai loro adorati campioni. Emerge un mondo insospettato e inaspettato, gonfio dei segni della facile ricchezza portata dai petrodollari. Lamborghini, magioni di uno sfarzo kitsch e doratissimo, ghepardi al guinzaglio, aerei privati per portare i propri falconi sul luogo dell’esibizione e della gara. Ancarani usa il grande schermo a cogliere gli spazi vuoti e sospesi del deserto, e la camera fissa piazzata frontalmente. L’effetto è quello di tableaux vivants, dove gli uomini (non ci sono donne in questo mondo e in questo film) sono rigidi come statue di cera e gli unici fremiti di vita arrivano da loro, i meravigliosi falchi. Si lancia un piccione, lo si fa volare, poi si libera il predatore, e vince quello che più velocemente intercetta e uccide la preda. Tramite una microcamera piazzata su un falco Ancarani ci fa vedere in soggettiva la caccia, ed è un’esperienza visiva straordinaria (e sono immagini finalmente dinamiche, che agiscono come scosse telluriche su una costruzione filmica fino ad allora giocata sulla fissità). Non solo falconeria però. Assistiamo anche alle rombanti corse in macchina sulle dune, ai pasti secondo tradizione beduina, che vuol dire commensali che pescano con le mani il cibo da un unico grande piatto al centro della tavola. Un esempio di cinema antropologico e insieme di ricerca visuale. Se c’è un limite, è il ritmo blandissimo e pochissimo cinematografico. Con una parte introduttiva troppo stirata. Con un editing più deciso ne sarebbe venuto fuori una cosa grande, ma va bene anche così.

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