Locarno Festival 2016. Recensione: HERMIA & HELENA

OC901033_P3001_217816Hermia & Helena, un film di Matías Piñero. Con Agustina Muñoz, María Villar, Pablo Sigal, Kyle Molzan, Ryan Miyake. Argentina 2016. Concorso internazionale.
OC901041_P3001_217823Cinema di conversazione e della leggerezza. L’argentino Piñero porta all’estremo quanto già mostrato nel suo precedente La princesa de Francia. Ritmo velocissimo, flashback, personaggi in perenne moviemtno tra Buenos Aures e New York. Non succede quasi niente, eppure ul film ha una struttura tra le più sofisticate di questo Locarno. Con un limite: non ce la fa a coinvolgerci. Voto 6 e mezzo
OC901040_P3001_217822Lanciato nel 2014 proprio qui con La princesa de Francia, l’argentino e anche un po’newyorkese Matías Piñero è tornato con questo nuovo Hermia & Helena, alla vigilia dato tra i favoriti al pardo. Ma la proiezione stampa ha scontentato i più, soprattutto i critici più contenutistici, delusi dallo scarso peso specifico di quanto passato sullo schermo del Kursaal ieri pomeriggio. In effetti, operina squisita quanto fragile, una bolla di sapone. Però, con quanta sapienza Piñero orchestra la sua ronde e con quanta coerenza e convinzione persevera nel suo cinema della leggerezza, apparentemente svagato e futile, cinema di chiacchiericcio e blabla più che di conversazione che ha come padre nobile Eric Rohmer e attuale cugino il Noah Baumbach di Frances Ha. Anche qui incontriamo una giovane donna che surfa sulla vita, lasciandosi spingere più dal caso che dalla necessità e dalla scelta, divisa tra più amori e non convinta di nessuno. Zero profondità, che per fortuna vuole anche dire zero retorica, zero psicologismo, zero paccottiglia sentimentaloide, zero concessioni al cosiddetto lato emozionale. Piñero è di quelli che stanno in superficie perché sanno quanta insopportabile tronfiaggine e quanto trombonismo ci possono essere nell’andare-a-fondo-delle-cose. Prendere o lasciare. In realtà firma un film assai complesso e concettuale, con la struttura forse più arrischiata di questo Locarno, almeno finora, e lo fa senza darlo troppo a vedere. Con grazia. Film per almeno venti minuti privo di un fuoco narrativo e di un main character. Con il racconto che passa dall’uno all’altro come il testimone di una staffetta velocissima, mentre ci si muove tra Buenos Aires e New York, e su e giù nel tempo con parecchi flashback. Ragazzi e soprattutto ragazze, c’è chi va e c’è chi viene, arrivi e partenze in un appartamento dove alcuni borsiti della Columbia si ruotano, succedono, alternano. Si fanno cose e si vedono gente. Dialoghi velocissimi, personaggi che entrano ed escono, che si vogliono bene, si detestano, si scontrano, si sfiorano, si pigliano e si lasciano. Cartoline mandate da non si capisce chi a qualcuno che non c’è più e sta da tutt’altra parte. Nomi che vorticano e fatichi a memorizzare, e non appena li memorizzi ecco che il film li pialla via. Finché Hermia & Helena trova il suo punto di reativa stabilità, il suo per quanto precrio, volatile baricentro, Che è Camila, giovane teatrante di Buenos Aires che arriva lì, nell’appartamento newyorkese della Columbia, dopo aver ottenuto una borsa per tradurre in spagnolo il Sogno di una ntte di mezza estate di Shakespeare (intorno a Shakespeare ruotava anche La princesa de Francia, e lì era Pene di amore perdute). Camila ha un ragazzo a Buenos Aires, Leo, ne troverà un altro a NY, Lucas, che lascerà per rimettersi con un suo ex, a sua volta prontamente rimollato. Tutto va molto veloce, mentre intorno a Camila si affollano e alternano amici e gente non così amica. Piñero divide in capitoli, ognuno dedicato a due o più personaggi, non sempre così centrali, anzi. Illustra perfino il sogno di un personaggio come un bergfilm degli anni Trenta/Quaranta girato con un’adesione sbalorditiva al modello originale. Insomma questo film fatto di niente è in realtà un vero laboratorio linguistico, un cantiere in cui si sperimenta parecchio. Il vero problema è che, pur ammirati e ipnotizzati e conquistati da tanto virtuosismo compositivo, non riusciamo ad affezionarci a nessuno, tantomeno a Camila. Un film alla Frances Ha senza però Greta Gerwig o qulcuno che almeno vagamente l ricordi. Nemmeno quando Camila incontra il padre appena ritrovato e mai conosciuto ce la facciao a interessarci. La leggerezza di Piñero si trasforma oltre una certa soglia in frigidità. Le due signore o signorine deltitolo sono personaggi assolutamente secondari, e non ricordo in quale punto del film e a che proposito compaiono o vengono citate. Come ribattezzare Rosencrantz e Guildestern l’Amleto (dite che qualcuno l’ha fatto? certo, si chiama Tom Stoppard, e però per farlo ha riscritto l’Amleto dal punto di vista dei due cortigiani).

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