Festival di Locarno 2016. Recensione: l’egiziano BROOKS, MEADOWS AND LOVELY FACES irrompe con la forza del cinema popolare

OC900988_P3001_217770OC900989_P3001_217772Al ma’ wal khodra wal wajh al hassan (Brooks, Meadows and Lovely Faces), un film di Yousri Nasrallah. Con Laila Eloui, Mena Shalaby, Zeina Mansour, Mohamed Aly Rizk, Bassem Samra. Egitto 2016. Concorso internazionale.
OC900992_P3001_217775OC900991_P3001_217774Dall’Egitto un film che ricorda le nostre comedie e i nostri melodrammi anni Cinquanta. Cinema semplice, immediato, costruito su schemi narrativi primari, al quale non siamo più abituati. Ma se la si guarda senza snobismi, questa storia di una famiglia di cuochi e ristoratori ha molto da dirci. Ed è anhe parcchio divertente. Peccato per il finale drammatico e a tesi non così necessario. Voto 7 meno

Quante facce corrucciate e quanti sopraccigli alzati dopo la proiezione stampa ieri di questo vitalistico, strabordante film egiziano, e però anche quanti applausi convinti e liberatori. È che i tipini fini da festival, ormai sconnessi da ogni mondo reale (sono intossicati di cinema d’autore come gli addicted di videogame dei loro spara-spara virtuali) e chiusi in una bolla, non ce la fanno più a sopportare e metabolizzare gli odori e sapori forti che provengono da un film come l’egiziano Brooks, Meafdows and Lovely Faces. Che è come quando il medio europeo-occidentale si ritrova di colpo nel pieno di una città medio-orientale e rischia di svenire per il traffico, il rumore, il caos, i miasmi. Ecco, qualcuno stava per (metaforicamente) svenire, ieri al Kursaal. Come gli sarà parso sconveniente e poco fine tutto quell’urlare e cantare e ballare e cucinare toccando tutto con le mani, altro che protettivi, igienici guanti di gomma, e quel farsi la corte maschio-femmina ancheggiando e lanciando occhiate di sguincio da maliarda (lei) e esibendo cipiglio macho e muscoli tesi (lui), e quell’organizzarsi e muoversi in clan familiari dove il patriarca regna sovrano e figlie, figli, nuore, generi, nipoti devon seguire ed eseguire. Puro cinema popolare, signori, primario, giocato su storie semplici, basiche e universali, e niente confusione tra bene e male, tra buoni e cattivi, tutto dev’essere chiaro e definito acciocché lo spettatore sappia subito da che parte schierarsi e con chi prendersela. Come nel grandissimo cinema popolare italiano degli anni Cinquanta, quando non avevamo ancora conosciuto il boom e lo schermo si popolava di poveri ma belli, belli ma poveri, domeniche al mare con i pupi, guardie e ladri, maggiorate fisiche e mauriziarena, bersagliere e marescialli. Commedie, drammi, melodrammi dove scorrevano impetuose pulsioni e passioni. Ecco, questo film egiziano, pur aggiornato alla contemporaneità del suo paese, ci riporta a un cinema che non abbiamo più, che abbiamo dimenticato, che gran parte dei frequentatori di festival non ha mai visto e vissuto. Ma Brooks, Meadows and Lovely Faces (o preferite il titolo originale Al ma’ wal khodra wal wajh al hassan?) è anche il risultato degnissimo della lunga, gloriosa tradizione del cinema del Nilo, il più vecchio del mondo arabo, che ha prodotto in passato film esportati dal Maghreb all’India, e in grado di creari divi e miti inossidabili. Un cinema da decenni in crisi, e in cerca di una sua rinascita. Il regista Yousri Nasrallah mica per niente è stato allievo di Yussef Chahine, l’uomo che ha portato il cinema d’Egitto nel mondo, avendo preso da lui non solo la robusta capacità di raccontare storie e di comunicarle alla più ampia platea possibile, ma anche il gusto per il racconto sociale, volto a denunciare mali e ingiustizie ai danni della povera gente. Era assai politico il precedente film di Nasrallah, Dopo la battaglia, presentato in concorso a Cannes 2012, un generoso ma poco convincente tentativo di raccontare l’Egitto della prima rivoluzione di piazza Tahrir, quella del 2011, dal punto di vista degli ultimi, degli esclusi. Va molto meglio adesso con questo film che si attiene perlopiù ai toni e ai modi della commedia, per poi svoltare solo alla fine verso il dramma e la denuncia (ed è la parte che meno convince). Ritrattone di un clan parentale con a capo il rispettato Yehia, gran cuoco, proprietario e guru del ristorante Locanda e dell’attività di catering di famiglia. Come in una saga biblica, nei miti, nelle narrazioni orali, ecco due figli maschi, uno opposto dell’altro. Refaat è onesto, gran lavoratore, ottimo cuoco, il miglior figlio che un padre possa immaginare e destinato a prendere in mano il ristorante. Mentre Galal è un narciso finito anche in galera, e con poca voglia di darsi da fare. È però di bell’aspetto e charme e molto amato dalle donne. Vedovo, con un bambino. Intorno una folla di personaggi che disegnano trame e sottotrame a incastro, a intreccio, ad arabesco, personaggi che tutti si incontreranno con molteplici effetti in una chiassosa festa di matrimonio del villaggio. Come in un film di Altman, e non si può non pensare soprattutto a Un matrimonio, Nasrallah traccia infinite storie e le fa intersecare e interagire con enorme mestiere, consegnandoci un ritrattone vivivo e popolato di cose e persone. Si parla moltissimo, si canta, si balla, si cucina e si mangia, si litiga, ci si tiene il muso, si fa la pace, si intrecciano amori e se ne distruggono, ci si tradisce e ci si ricongiunge. Il buon Refaat cerca di avvicinarsi a Sadha, la donna di cui è da sempre innamorato e appena tornata in Egitto dopo il divorzio dal marito in Arabia Saudita. Ma, come nei nostri nelodrammi anni Cinnquanta, c’è la differenza di classe a scavare un abisso e complicare le cose: lei ricca e coltivata, lui analfabeta. Ancora, una coppia che si è sposata clandestinamente contro la volontà della famiglia di lei. E il fratello bello conteso dal due donne. Mentre nell’ombra, e neanche troppo nell’ombra, trama o’ malamente, il villain, un riccastro che vuole mettere le mani sul ristorante della famiglia, spinto dall’ambiziosa moglie. Tutto orchestrato benissimo da Nasrallah. Si imparano parecchie cose sull’Egitto. La cucina, innanzi tutto (la raffinata Sadha rimanda indietro il suo piatto preferito perché al posto del timo c’è il coriandolo), le canzonacce del pop arabo, i balli che purtroppo ormai somiglianp più a quelli dei film di Bollywood che alla tradizione locale. E il miglior amico del capofamiglia è il cristiano Morcos (San Marco è santo egiziano puro; le sue spoglie furono trafugate dai veneziani con l’inganno da Alessandria). E per cercare fortuna altrove non si va in Europa, si va in Arabia Saudita. Insomma, se ci si arrande senza spocchia a un film che ha modi e semplificazioni non più rintracciabili nel cinema europeo e americano da decenni, si finisce col divertirsi parecchio. Peccato che verso la fine irrompano il dramma e una mezza rivolta contro il potere. Non era necessario, era già stato detto tutto prima, e molto bene, in chiave di commedia.

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2 risposte a Festival di Locarno 2016. Recensione: l’egiziano BROOKS, MEADOWS AND LOVELY FACES irrompe con la forza del cinema popolare

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