Festival di Locarno 2016. Recensione: MISTER UNIVERSO. E se fosse Pardo?

OC901224_P3001_217886 Mister Universo, di Tizza Covi e Rainer Frimmel. Con Tairo Caroli, Wendy Weber, Arthur Robin Lilly Robin. Concorso internazionale.
OC901225_P3001_217887OC901228_P3001_217889Finora il più appaudito film del concorso. Ibridando documentario e narratività, la coppia registica Covi-Frimmel ci racconta di un giovane domatore di nome Tairo che percorre l’Italia in cerca di un portafortuna. E sono incontri di famiglia e frammenti di storie circensi che emergono. Un film di meragliosa naturalezza dove non senti mai la macchina da presa, dove tutto è perfetto e niente è furi posto. Possibile Pardo. Voto 7+
2OC901231_P3001_217891Arrivata al terzo film, la coppia registica Tizza Covi-Rainer Frimmel (lei di Bolzano, lui austriaco, tutti e due fotografi passati al cinema) realizza la sua cosa migliore. Un film che porta a maturazione quell’ibridare documentario e narrazione messo a punto nel loro primo lungometraggio La pivellina, lanciato alla Quinzaine a Cannes e diventato buon successo arthouse in molti paesi, e poi sviluppato nel secondo Il brillio del giorno, visto proprio qui a Locarno qualche anno fa (premio al migliore attore). Sono molto coerenti, Covi-Frimmel, prediligono il racconto, i racconti, dell’ambiente circense, dei circhi minori che piantano lo châpiteau nelle periferie e campano come possono. Era gente di circo quella che in La pivellina adottava la bambina abbandonata, e uno di loro è diventato poi anche il coprotagonista di Il brillio del giorno. La matrice è sempre la stessa, il mondo dei clown, dei domatori, dei giocolieri, delle contorsioniste, e le storie successive, i film successivi, sembrano essere nati per gemmazione spontanea, inseguendo personaggi laterali o percorrendo piste appena accennate. Anche il giovane uomo che sta al centro di Mister Universo, Tairo, appariva bambino in La pivellina. Ora che è cresciuto, nel tendone di famiglia fa il domatore, quattro animali vecchiotti e bonari che lui tratta come gente di casa, lamentandosi per l’anziana tigre che ha appena perso. Tairo Caroli interpreta se stesso, personaggio e attore coincidono nel nome e in molti dettagli esistenziali, e però la storia raccontata è almeno in in parte fictionalizzata, narrativizzata, pur conservando comunque il segno della realtà catturata in diretta. Mister Universo è un incanto ecco, è cinema povero di mezzi e di molte idee, è cinema della semplicità ma per niente ingenuo. Covi e Frimmel non sbagliano niente, di quei miracoli in cui tutto è perfetto, i dialoghi, i personaggi, gli ambienti, tutto è credibile, e l’avventura di Tairo che attraversa l’Italia in cerca di un nuovo talismano sembra miracolosamente farsi sotto i nostri occhi, nel mentre la vediamo. L’artificio del cinema viene annullato, la macchina da presa sembra sparire, come capita, per dire, con Rossellini o il migliore Godard. Succede che a Tairo, tipo deciso ma anche massimamente simpatico, rubano la cosa cui tiene di più, il suo portafortuna, un ferro che un mitico Mister Universo arrivato dall’America a lavorare nei circhi italiani piegò davanti a lui bambino con la forza dei suoi muscoli leggendari. Si chiamava Arthur Robin, era stato il primo black a vincere quel titolo. Tailo vuole ritrovarlo, farsi ridare un altro ferro portafortuna, sente che è l’unico modo di proteggere la sua vita, di metterla in sicurezza. Così lascia il tendone e le sue adorate tigri e i suoi leoni, e comincia la ricerca. In un viaggio che è anche un ritrovare parenti e amici, la madre, il fratello che non vede da quattro anni, e poi su, fino al Nord, fino all’incontro con Arthur Robin. Mentre un pulviscolo di microstorie si è materializzato davanti a noi, e son delizie, come lo scimpanzè che ha lavorato con Fellini e Dario Argento. Mister Universo è anche, senza la minima spocchia e senza tirarsela da documento antropologico, un viaggio dentro la vita e la cultura materiale del popolo del circo, ammassato con i suoi caravan nelle periferie delle città, spesso confinante con i campi rom. Si nota un discreto benessere medio, il rischio dell’assimilazione e della perdita dell’identità, ma anche l’orgoglio della propria irriducibile diversità. Un film in cui sembra non succedere niente, ma è un niente che se lo osservi da vicino brulica di significato, di cose, fatti. Dialoghi di meravigliosa naturalezza, e alla fine del press screening il più convinto applauso finora della platea giornalistica. Da palmarès, e possibile Pardo. (si imparano tante cose da questo film, ad esempio come scacciare il malocchio con una candela: son cose che servono, non si sa mai.)

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