Festival di Locarno 2016. Recensioni: il francese L’INDOMPTÉE e l’egiziano AKHDAR YABES

L’indomptée di Caroline Deruas. Con Clotilde Hesme, Tchey Karyo, Jenna Thiam, Filippo Timi, Renato Carpentieri, Tanya Lopert. Francia 2016. Cineasti del presente. Voto 5
OC900253_P3001_217592OC900256_P3001_217594È dal 1666 – 350 anni! – che Villa Medici a Roma ospita l’Accademia di Francia e coloro – artisti e ricercatori – che l’Accademia finanzia perché possano realizzare liberi da preoccupazioni materiali i loro progetti. Villa Medici oggi. Camille e Axèle superano il colloquio d’ammissione (Axèle in modo poco ortodosso): avranno la residenza per un anno, la prima per scrivere un suo saggio-romanzo, la seconda per continuare il suo lavoro di fotografa e organizzare una propria mostra. Ma non si può passare indenne da un posto così. Così carico di storia e di ingombranti presenze e memorie del passato. Le due diventano a modo loro amiche, di un’amicizia aguzza e pericolante, con Camille che man mano viene trascinata in un gorgo di paura e delirio da Axèle l’inquieta, la fotografa che vede fantasmi e ne è attratta e soggiogata. Fantasmi che sono persone che a Villa Medici hanno vissuto. Le premesse sono ottime, per un po’ si spera che il film diventi una ghost story un po’ anni Sessanta-Settanta, tra Belfagor, Il segno del comando e A Venezia un dicembre rosso shocking. E tra Dario Argento, Bava, Fulci. Invece no, purtroppo. Caroline Deruas non imbocca con decisione nessuna delle strade possibili, nemmeno quello del lesbo-thriller che a un certo punto sembra profilarsi, e L’indomptée, L’indomita, non si disincaglia dai blocchi di partenza. Restando come incastrato in una stanza degli specchi senza uscita. Un film che non parte mai e che non può arrivare da nessuna parte. Con un finale che cerca di rimettere insieme i cocci con una spiegazione fin troppo di comodo. Per fortuna c’è, quale Camille, la meravigliosa Clotilde Hesme. Jenna Thiam fa la fotografa scapigliata e dannata con una certa efficacia. In un medaglione compare Filippo Timi, è il (fantasma del) cardinale primo proprietario della villa.

Akhdar Yabes (Withered Green – Verde secco) di Mohammed Hammad. Con Hiba Ali, Asmaa Fawzy, Mohammed El Hajj. Egitto 2016. Cineasti del presente. Voto 6+
OC892428_P3001_214461OC892430_P3001_214463Due film egiziani nello stesso giorno a un festival (l’altro è quello di Yousri Nasrallah del concorso, Brooks, Meadows an Lovely Faces) sono a memoria mia un record. E sono due film assai rispettabili. Questo Akhad Yabes si discosta però decisamente dal cinema popolare di Nasrallah per inoltrarsi in un territorio di rigore, di sperimentalismo per quanto trattenuto ed educato, di sobrietà, di antispettacolarità. Anche troppo. Tant’è che si ha l’impressione qua e là di un che di programmatico, di un film d’arte e d’autore, e da festival, quasi pianificato. Grande schermo, camera fissa a inquadrare interni soffocati e polverosi, ed esterni urbani plumbei, anonimi, tra palazzoni in degrado, strade ipertrafficate, treni tristissimi. Protagoniste: due sorelle rimaste sole dopo la morte dei genitori nella casa ormai troppo grande di famiglia, un appartamento un tempo di medio benessere e oggi scrostato, cadente. Iman, la maggiore, lavora in una pasticceria, ha problemi di salute, è una donna che ha sacrificato tutto agli altri e adesso è sola. Deve pensare lei all’odiosa sorella minore Noha, la cui sola preoccupazione è di fidanzarsi ufficialmente al più presto, e siglare il contratto di matrimonio, con Ahmed, un ragazzo discretamente agiato. Ma bisogna fare i conti con i cavilli della legge e con le tradizioni dell’Islam, come spesso vediamo anche nei contorti film dell’iraniano Asghar Farhadi. Perché Noha possa fidanzarsi ufficialmente e impegnarsi con Ahmed ci dev’essere la presenza di un parente maschio. E cominciano i viaggi in treno di Iman dai tre zii. Ma il primo, sobillato dall’avida moglie, si rifiuta.Il secondo sarebbe disponibile, ma deve rientrare subito in Europa dove abita e lavora. Resta il terzo, molto malato. Gran parte del film è senza parole, un silent movie, con la camera a seguire Iman spossata da una città all’altra. Il giovane regista dirige con mano sicura e una sicura visione di cinema, sa cosa vuole e come ottenerlo. Realizzando un film di qualità formale altissima, non così solita nel cinema egiziano. Ma il calvario della povera Iman è davvero eccessivo, troppo programmatico, troppi dimostrativo (e quel che si vuol dimostrare è l’infelice condizione femminile in Egitto). Come dicevano le zie: mai un raggio di sole.

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