Festival di Locarno 2016. Recensione: PAULA. Biopic femminil-femminista che si sforza di andare oltre i cliché

OC903618_P3001_218673Paula, un film di Christian Schwochow. Con Carla Juri, Albrecht Abraham Schuch, Roxane Duran, Joel Basman. Piazza Grande.
OC902097_P3001_218325Biopic, convenzionale ma non troppo, di Paula Berger, pittrice tedesca vissuta tra Otto e Novecento. Incompresa in vita, rivalutata post mortem. Un ritrattone che sa di politicamente corretto e veterofemminismo, ma che qua e là riesce ad andare oltre gli stereotipi del film-dalla-parte-delle-donne. Voto 5 e mezzo
OC903614_P3001_218670Davvero finora i film di Piazaa Grande sono la più cocente delusione di questo festival. Qualcosa di buono, e parecchie produzioni anonime mainstream di estetica veterotelevisiva, proiettati a uso e misura del pubblico borghese francofono e soprattutto germanofono che riempie la piazza. E quando si cerca di osare, come con lo zombesco film di apertura, l’operazione non riesce. Possibile che, pur nel panorama di un cinema medio e di intrattenimento, non si possa trovare di meglio? Dalla sinossi di questo Paula – storia di una pittrice tedesca tra Otto e Novecento ovviamente mal riconosciuta in vita e ‘conculcata e oppressa in quanto donna -mi aspettatvo il peggio. Un ritrattone sceneggiato con lagne e lamenti e molti correttisimi politici, e senza la minima invenzione di cinema né di scrittura. Invece, Paula è un po’ (ma solo un po’) meglio del previsto. Intendiamoci, nella sua sostanza quello è, il prodotto bien fait per un pubblico largo che si crede colto e impegnato (il tema dell’arte nobilita all’occhio dello spettatore anche le peggio fiction tv, si sa). Ma con qualche non secondario scostamento nella concezione e definizione dei personaggi, e nella regia. Paula Berger nasce in un villaggio della Germania del Nord, è divorata dalla passione della pittura, frequenta da ragazza un’accademia dove la sua personalissima e non catalogabile piuttura, brutalista, realista, per niente aderente ai canoni lì dominanti e se mai influenzata dalle esperienze francesi del secondo Ottocento (anche se lei forse non se ne rende conto) viene dileggiata e non valorizzata. Per trovare una rispettabilità e un posto nel mondo dovrà sposare il collega Otto, peraltro un brav’uomo, vedovo con figlioletta a carico, pittore assai più accademico di Paula e dunque più accettato dall’ambiente, e vendibile. Passan cinque anni senza che il matrimonio venga consumato: “Otto, tu non hai fatti di me una donna!”, le rinfaccia lei giustamente esasperata prima di andarsene a Parigi, chiamata dall’amico Raner Maria Rilke conosciuto anni prima, e adesso poeta di immensa fama anche se sempre senza quattrini. Rilke, che incarna l’uomo nuovo proteso al proprio Io e posseduto dal proprio sentire: un nicciano, lo bolla qualcuno nel film. E a Parigi Paula Berger ovviamente si libera e si trsforma. Affina la sua arte, anche se nessuno ancora la prende sul serio, si fa un amante locale belloccio che le fa finalmente conoscere il bello del sesso. Ma Otto torna. Rivelandole che non era per impotenza se non faceva l’amore con lei (ed è il vero climax del film). Il resto non lo dico, sennò son spoiler. All’inizio Paula sembra il solito compitino tardofemminista su una donna di talento inibita e impedita dai pregiudizi sociali, da un ambiente ostile, da un marito conservatore. Ma le cose poi si complessificano parecchio. Il marito non è un mostro, e Paula tornerà da lui restando incinta. Ma, come nei feuilleton, il destino è in aggìuato. Quel che c’è di buono è che il film va un filo oltre la solita visione emncipazionista femminile, si libera di un qualche cliché, e ache la messinscena non è così cartonata e ingessata. Con tratti di nervosimo e isterismo e perfino survoltati, con personaggi presi di sbieco e già sghembi di loro (Paula ha momenti di bizzarria, per non dire altro), e la recitazione di Carla Juri, bravissima, immette nel personaggio tratti di buffoneria e anche follia. Certo, non basta a riscattare il film, ma è qualcosa.

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