Festival di Locarno 2016. Recensioni: l’argentino EL AUGE DEL HUMANO; il greco AFTERLOV

El Auge del Humano (L’apogeo dell’umano), di Eduardo Williams. Con Sergio Morosini, Shine Marx, Domingos Marengula. Concorso Cineasti del presente. Voto 5 e mezzo
OC900085_P3001_217512OC900087_P3001_217513Vogliamo dai festival il cinema che ancora non c’è, il cinema futuro, il cinema mai visto? Eccoci accontentati. E puniti. Questo è un film enigmatico, incomprensibile, astruso, ostico, repulsivo, che fa di tutto per farsi voler male e farci del male. Di quei film i cui premi e trofei sono le vagonate di spettatori che fanno scappare dalle sale, come è successo ieri al Kursaal. Citando le zie: tanti nemici molto onore. Ho resistito fino alla fine solo per il super-io che mi impedisce di mollare, ma la tentazione è stata forte. Ne ho viste di ogni in questi anni di festival vari e sparsi, e però qui devo dire che siamo ai vertici dell’inaccessibilità arrogante. Diciamo al livello del leggendario Post Tenebras Lux di Carlos Reygadas e dell’inafferrabile Violet dato un paio di anni fa a Torino. Con interminabili piani sequenza della solita macchina a mano a pedinare metro dopo metro, e per chilometri, ragazzi (sempre adolescenti maschi, sul modello di Elephant di Gus Van Sant) ripresi di schiena e di nuca vagolanti per aree urbane, foreste, altri luoghi sempre pochissimo ameni. Puro cinema delle ‘nuche che camminano’, secondo una definizione felicemente e ferocemente polemica coniata da Vieri Razzini di recente. Anzi, questo film è il trionfo delle nuche, che camminano inesauste in ognuno dei tre capitoli, o spezzoni, in cui si struttura L’apogeo dell’umano (contro-oscar per il titolo più pretenzioso dell’anno). Nel primo, parlato in spagnolo, siamo in una città, che parrebbe Buenos Aires, colpita da inondazione. Un adolescente cammina e cammina, prima nell’acqua poi all’asciutto, va al lavoro, poi lascia quel lavoro di magazziniere, parla e parla con gli amici, si infila in una cantina dove tre suoi coetanei si stanno esibendo nudi su un sito internet cercando di attirare più spettatori che possono, perché più se ne connettono e più guadagnano. Solo che per tirar su l’audience devono dare qualcosa di più della loro nudità, frontale e retro, e dunque decidono di puntare sul pompino, giocando a carta-sasso-forbice per stabilire chi di loro dovrà praticarlo sugli altri. Scena che rischia già di diventare di culto. Dopo altri vagabondaggi il ragazzo si ritrova in un’altra casa guardando al computer altri ragazzi che si prostituiscono su internet come quelli di cui sopra. Solo che parlano portoghese, presumibilmente sono mozambicani. E il film ricomincia da lì, da loro. Che, dopo aver vagabondato in una savana ripresi di nuca e di fronte, si fermano davanti a un formicaio. E qui altra scena di culto, con la macchina da presa che si infila dentro mostrandoci le formiche in primissimo piano (e viene in mente la cinepresa che si inabissava nel buco di un cesso nell’indimenticabile Enter the Void di Gaspar Noé). Un filippino issato proprio lì sopra introduce la parte terza, parlato in cebuano visto che si svolge nell’isola di Cebu, Nord Filippine. Con ragazzi e adulti che sguazzano in una pozza in mezzo alla foresta ciarlando di quisquilie, e siamo quasi arrivati alla fine. Dite che ho fatto spoiler? Tanto le probabilità che questo film arrivi in sala e anche sul web sono prossime allo zero, non proccupatevi. Vien da chiedersi cosa mai abbia voluto dirci il regista, l’argentino Eduardo Williams. Forse che siamo tutti connessi o, somma banalità, che tra gli umani c’è solo una manciata di gradi di separazione. O forse ha voluto intrappolare in un movimento circolare umani dislocati a migliaia di chilometri di distanza a significarne il comune destino. E si potrebbe continuare con le ipotesi più farneticanti. Ora, cosa rimane di un’esperienza filmica così spiazzante e radicale? Un certo indubbio fascino. Il film finisce con l’ingoiarti, come il formicaio che si divora la macchina da presa. Con l’ipnotizzarti. E i long take ci consegnano una vita formicolante, quella degli umani, in tempo reale trasformandoci in voyeur, anche se l’oggetto del nostro sguardo è insignificante. Ed è interessante l’idea delle due luoghi, dei due snodi in cui, come in una faglia spaziotemporale, si passa da una storia all’altra, da un mondo all’altro: nel primo caso lo schermo del computer, nel secondo il formicaio. Ma a impiombare il film è il senso di artificio che emana da ogni inquadratura, la frigida concettualità, l’aridità dell’operazione. L’apogeo dell’umano non racconta niente e non vuole farlo, è solo una performance virtuosistica, una sfida arrogante e narcisa, alla fine un’eccentricità da guinness. Credo che il cinema che verrà stia nascendo da un’altra parte.

Afterlov di Stergios Peschos. Con Haris Fragoulis e Iro Bezou. Grecia 2016. Concorso Cinasti del presente. Voto 4
OC905118_P3001_219051OC905119_P3001_219053Devo dire che, visto subito dopo El auge del humano, il greco Afterlov mi ha steso definitivamente, e mi ci è voluto un po’ per riprendermi dal micidiale uno-due. Poi dicono  che ai festival ci si diverte. Siamo ad Atene. Il sovreccitato Nikos – si sarà mica strafatto di qualcosa? – attira con l’inganno la ex fidanzata Sofia in una villa assai modrna con piscina, e la imprigiona. Ti lascerò andare solo quando mi spiegherai perché mi hai mollato. Comincia un corpo a corpo tra i due di rimbrotti, insulti, rinfacci, e anche schiaffi, botte. Con lui che piagnucola e implora lei di tornare insieme, non posso vivere senza di te, voglio mettere la mia testa sul tuo petto, voglio sentire le tue braccia intorno a me ecc. ecc. ecc. Insostenibile. Per fortuna in greco, una delle lingue più belle del mondo, cosa che lenisce un attimo il nostro profondo fastidio per ‘sti due cretini. Perché Nikos e Sofia sono tra gli esseri più insulsi e antipatici che ci sia capitato di incontrare al cinema da un bel po’ di tempo in qua. Quel loro urlarsi adosso, quel loro odioamore vorebbe forse essereil ritratto di una generazione (infatti Stergios Peschos ha dichiarato che il suo film è in realtà un coming-of-age, sulla necessità-incapacità di diventare adulti. Mah). Tuutto girato neimodi del cinema più avanzato e contaminato e destrutturato, incorporando la lezione (lezione? insomma) di youtube e delle narcisate da social. Tant’è che nella prima parte Nikos guarda e parla in macchina come in un selfie aumentato e dilatato. L’aternanza di concitazione a scene diciamo così chill-out (il prato, la piscina, gli alberi ecc.) mutua i ritmi, i tempi, le fasi di compressione e decompressione di un technorave. Insomma, la confezione è ganzissima e molto, molto gggiovvane, onde giustificare anche la collocazione di Afterlov nella sezione più sperimentalista del festival. Peccato che tutta quella chiacchiera copra solo il vuoto, lo zero. Ma è mai possibile che il rapporto dei sessi sia arrivato oggi a un tale livello di follia e incomunicabilità? Con parecchie inversioni rispetto all’altroieri, perché qui è lui il cucciolone in cerca dell’amore, mentre lei, assertiva e mascolinizzata, aspira alla libertà e all’autonomia. Con la scopata forse più lunga della storia del cinema, tra leccate, morsi, annusamenti, slinguamenti: di ogni. E però, come si fa a rifare l’amore con uno che ti ha presa in ostaggio? Scappare subito. Il film è fastidioso, fors’anche perturbante. Il guaio è che i due sono di massima odiosità e non riesci mai a interessarti ai fatti loro e al loro lasciarsi e riprendersi, ed è anche un guaio che Afterlov sia indeciso su cosa essere. Parte come una commedia, ma è troppo greve per esserlo. Cme un Woody Allen virato in un incubo alla Todd Solondz. E alla fine non si può non pensare al film fondativo del nuovo (ormai non più tanto) cinema greco, il più malsano e disturbato in circolazione, intendo Dogtooth di Yorgos Lanthimos. Lì c’era un padre che teneva prigioniera la famiglia, qui un cretino che intrappola la ex. È il cinema greco, bellezza.

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