Festival di Locarno 2016. Recensione: MARIJA. (Quasi) una Maria Braun venuta dall’Ucraina

OC901208_P3001_217875Marija, un film di Michael Koch. Con Margarita Breitkreiz, Georg Friedrich, Olga Dinnikova, Sahin Eriylmaz. Germania-Svizzera 2016. Concorso internazionale.
OC901219_P3001_217881OC901218_P3001_217879Arrivata dall’Ucraina, Marija vive una vita grama in Germania, soprattutto dopo aver perso il suo lavoro di femme de chambre in hotel. Ma dura com’è, riuscirà non solo a sopravvivere, ma a migliorare la sua condizione grazie ai due amanti, un turco e un tedesco. Una piccola Maria Braun però in formato miserabilista-dardenniano. Peccato per una falla di sceneggiatura che rischia di mandare a fondo il film. Voto 6+

OC901217_P3001_217878Marija, venuta dall’Ucraina a Dortmund, e che per non tornare da dove è venuta a disposta a tutto, come esaustivamente ci mostrerà il film. Marija, che pulisce le camere in un albergo ma sogna di aprire un salon di parrucchiera. Marija, che per mettere da parte un po’ di soldi ruba ai clienti dell’hotel, e viene licenziata. Naturalmente le sfighe portano altre sfighe, e dunque, rimasta senza soldi, deve pure subire le pressioni assai pesanti del padrone di casa turco che vuol riscuotere gli euri dell’affitto, tutti e subito, se no in strada. Sicché Marija, anche per farci capire di che tempra è fatta, di quell’acciaio pesante da fabbrica sovietica, trova subito la soluzione: giù la lampo al turco e via con un pompino, e non solo il debito è prontamente ripianato, ma lui così è soddisfatto della prestazione da eleggerla ad amante ufficiale e quasi fidanzata allungandole pure qualche banconota extra. Marija l’ucraina è così, e quando le si presenta l’occasione di entrare nel letto di un imprenditore edile tedesco, assai più tedesco del turco e assi più belloccio, fine e soprattutto ricco, non si fa mica pregare, ed eccola diventare amante, riamatissima, del palazzinaro. Insomma, all’inizio ci sembrava di essere in una replica dei Dardenne, con la povera immigrata vittima designata e paria tra i paria, ultima tra gli ultimi, come in Il matrimonio di Lorna dei due fratelli belgi. Invece ci rendiamo conto in corso d’opera che la Marija assomiglia di più a certe avventuriere letterarie tipo Moll Fanders o, per stare a noi più vicini, a certe donne con le palle e senza molti scrupoli, e disposte a passare sul corpo di molti uomini pur di farcela, raccontate dall’immenso Fassbinder. Maria Braun. O Lola. Certo, del melò fassbinderiano non c’è niente qui, intendo nello stile, nel linguaggio, mentre i modi son quelli del cinema disadorno e neo-neorealista dei Dardenne e dei rumeni più tosti. E mai un sorriso, sulla faccia dell’ingrugnata Marija. La quale, quando il suo amante palazzinaro combina un contratto con dei russi e intasca vagonate di soldi cash, si ritrova per le mani l’occasione della sua vita. E indovinate cosa fa di quel malloppo una che rubava ai clienti dell’hotel e i portafogli agli ospiti delle feste? Ci siamo capiti, no? Ecco, possiamo esaltare Marija quale giustiziera proletaria e signora robinhood che ruba ai ricchi per dare agli immigrati, cioè a se stessa. Praticando una lotta di classe customized, personalizzata, assai congeniale a questi tempi di caduta di ogni impegno e ideale collettivo e più inclinata verso l’individualismo. Possiamo anche esaltarla quale supremo esempio di assertività feminile e di revanche in un mondo di porci maschi. Sì, possiamo. Però, scusate, si potrà anche dire che è una stronza? Che è poi pure il bello di questo film asentimentale e avalutativo, che non cerca giustificazioni per la sua protagonista e non ne invoca l’assoluzione, ma semplicemente ce ne mostra la determinazione, la freddezza, la mancanza di scrupoli, la ferocia anche. Marija è freddo come il marmo, un ritratto senza retorica e senza correttismi politici di quali siano, possano essere, le relazioni tra euroccidentali e immigrati. Relazioni d’uso, uso reciproco o unilaterale, ma uso (Marija sa anche essere generosa, ma solo con altri ucraini, solo all’interno del clan). Il resto, sembra suggerire il regista Michael Koch, uno da tenere d’occhio, è narrativa da anime belle e cieche. Ci sono però delle zeppe che impediscono a questo pur notevole film di elevarsi a uno status superiore. La più clamorosa è una falla, enorme, in sede di sceneggiatura. Ma via par possibile che la signora protagonista possa impossessarsi del malloppo senza che l’ex amante imprenditore si incazzi e la faccia ammazzare? Che poi, se non la ammazzasse lui, ci penserebbero i russi a farlo, e a recuperare il maltolto, come decenni e decenni di noir insegnano. Incredibile come un regista che per la gran parte del film si dimostra assai abile incorra poi in un errore così grossolano. Certo che Marija fa di tutto perché i molti pregidizi che in questi anni si sono condensati intorno alle signore e signorine ucraine – sono avide, spietate, pensano solo ai soli e a sposare e plagiare l’ottantenne per mettere le mani sull’eredità – non vengono smentiti. Margarita Breitkreiz in pole per il premio come migliore attrice.

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