Festival di Locarno 2016. Recensione: LA IDEA DE UN LAGO è una delusione, la più forte del concorso

OC892388_P3001_214434OC892392_P3001_214438La idea de un lago, di Milagros Mumenthaler. Con Carla Crespo, Rosario Bléfari, Malena Moiron. Concorso internazionale.OC892389_P3001_214435Milagros Munthaler, vincitrice del Pardo d’oro 2011, porta stavolta in concorso un film deludente. Il racconto di una famiglia argentina alle prese con il trauma mai metabolizzato del padre desaparceido al tempo dei generali. Peccato che si esageri con sentimentalismi e emozionalismi e le retoriche intimiste del peggior cinema al femminile. Voto 3
OC901121_P3001_2178652011. Era il mio primo Locarno, e fu una discreta sorpresa quando la giuria presieduta se ricordo bene dal produttore-attore portoghese Paulo Branco assegnò il Pardo d’oro a Abrir puertas y ventanas dell’argentina, e anche un po’ svizzera, Milagros Munthaler. Era lecito dunque aspettarsi parecchio di buono da questo suo nuovo La idea de un lago. Invece macché, delusione grande. Tanto che vien da chiedersi se quel pardo non sia stato assegnato allora un po’ frettolosamente e se non sia stato un abbaglio clamoroso. Ricordo che quella storia di tre sorelle chiuse nella casa di famiglia non era male, dura, secca e asimentale al punto giusto. Mentre questo La idea de un lago gronda sentimenti, sentimentalismi e, ahinoi, emozioni da ogni lembo dello schermo. Non bastasse, la giovane donna protagonista di nome Inès fa uno di quei mestieri che si fanno nei film pretenziosi, la fotografa (mai, che ne so, la cassiera di supermercato, l’impiegata del catasto, sempre lavori cosiddetti creativi), con tutti i vezzi del caso, vedi la tremenda scena di lei che con sussiego e quel fare d’artista sceglie la copertina del suo libro (di foto, ovvio) tra quelle proposte dall’art director. Ma è la melassa, nonostante la storia giri intorno a un fatto drammaticissimo, stesa ovunque il lato peggiore di La idea de un lago. Lei incinta che si compiace dell’ecografia, lei che dice al compagno “hai voglia di toccarlo? di sentirlo?” (il pupo, ovvio). Lei e i ricordi da bambina là nella casa sul lago. Lei e la mamma, tutto in rimbeccarsi e un torcersi le mani e un rinfacciarsi per poi abbracciarsi. Un’infanzia rievocato in ogni minuscolo frammento, le passeggiate nel bosco, i giochi, la vecchia renault verde, un ritrovare il tempo perduto di cui non ci importa niente. Certo, c’è quella tragedia, il bel papà tanto amato da Inès bambina che un certo giorno scompare. Un altro dei desaparecidos al tempo dei generali argentini. Adesso, nell’oggi, hanno appena ritrovato alcuni resti di dispersi, si sospetta che ci possano essere anche quelli del padre, ed ecco che a Inèe e al fratello viene chiesto di sottoporsi al test del dna per l’identificazione. E qui si scatena un turbinio psicologico che contagia tutta la famiglia e a me francamente incomprensibile. Sarò anche di scarsa sensibilità, ma se trovano dei resti da identificare di un familiare mi pare che il test del dna lo si debba fare di corsa, se non altro per dare degna sepoltura al ritrovato. Altro che cincischiare. Invece qui è tutto un oggi non me la sento, domani forse, e mio fratello non se la sente neppure lui, bisogna lasciargli il tempo di metabolizzare (il tempo? ma se son passati trent’anni, sant’Iddio). E la mamma anche lei turbatissima. A un certo punto una scena appena appena accennata sembra introdurre un elemento di mistero, il dubbio che il padre possa essere ancora in vita. Ma è una pista subito cancellata dalla regista. Peccato, fosse stato un giallo, un caso Majorana al tempo dei desaparecidos, il film ci avrebbe guadagnato, invece ci siamo ritrovati il solito romanzo familiare neanche così originale. E poi, lasciatemelo dire anche se non sarà il massimo del bon ton politico, ma non è che la tragedia dei desaparecidos sia ormai diventato per il cinema argentino e cileno un genere codificato? Con tutti i rischi e la retorica connessi.

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