Festival di Locarno 2016. Recensione: BANGKOK NITES chiude bene il concorso

OC901359_P3001_217937OC901291_P3001_217920Bangkog Nites, un film di Katsuya Tomita. Con Subenia Pongkorn, Sunun Puwiset, Katsuya Tomita, Chutlpha Promplan. Giappone-Thailandia. Concorso internazionale.
OC901401_P3001_217943Smisurato (dura più di tre ore). Indisciplinato, anarchico, con lunghe digressioni. Eppure, nonostante i suoi difetti, Bangkok Nites del giapponese Katsuya Tomita è un film importante. Un’incursione senza moralismi ma nemmeno voyeurismi nei bordelli thailandesi frequentati dai turisti venuti dal Giappone. Con al centro Luck, la prostituta più belle, più pagata, più intelligente. Un film in cui si mostrano le interferenze, le frizioni, gli incontri e gli scontri tra culture diverse. Stiamo a vedere se entrerà nel palmarès. Voto 7
OC901363_P3001_217938Al mio primo Locarno – era il 2011 – uno dei film che più mi piacque fu Saudade, opera di un regista giapponese non proprio tra i più conosciuti, Katsuya Tomita, dilettante di talento che allora alternava il filmmaking con il lavoro di camionista. E un regista-camionista mi sembrò già qualcosa di eccezionale (ve lo immaginate un qualcosa di simile nel cinema autoriale italiano del fighettismo generalizzato?). Non so se Tomita continui a guidare tir. Dalla complessità di questo suo nuovo film si direbbe di no, dove mai avrebbe potuto trovare il tempo visto che Bangkok Nites dura pià di tre ore ed è stato girato tra Bangkok, una zona interna della Thailandia e il confinante Laos? Non proprio un filmuccio intimista di quelli localizzati tra bagno e cucina di casa con incursione tutt’al più a casa degli amichetti. Tomita si conferma autore vero, anche se con Bangkok Nites, assai ambizioso, non fa passi avanti rispetto a Saudade, anzi forse qualcuno indietro. Resta come già si vedeva allora un autore selvaggio, indisciplinato, anarchico, capace di momenti meravigliosi e poi di lunghe, inutili, defatiganti digressioni e soffocanti scene ripetitive, spesso oscure e parlatissime, e poi però ecco improvvise accensioni, e invenzioni, di sceneggiatura e di messinscena che ti lasciano basito (per dire, quella campagna laotiana disseminata di crateri di vecchie bombe americane che si apre di colpo alla nostra vista). Cineasta unico, cineasta al singolare, non inquadrabile in nessuna consorteria o movimento, difficile trovare qualcuno che gli somigli, perfino nel suo Giappone. Del resto Tomita sembra essere autore straniero in patria, fortemente interessato com’è ai punti di inccrocio e di frizione con altre etnie, altri sistemi culturali. In Saudade esplorava microcosmi mai svelati dal cinema, come la colonia di immigrati dal Brasile decenni fa, le ragazze thailandesi a Tokyo, le mogli filippine dei brasiliani. E i blue collar, la working class che nessuno ci racconta. Stavolta il suo nomadismo, il suo essere naturalmente un expat lo porta in Thailandia, paese che ci assicura conoscere molto bene, a esplorare le interazioni-interferenze tra due gruppi, le prostitute locali e i clienti venuti dal Giappone. Un quadro di incontri e scontri culturali assai interessante, tracciato anche con una senso della storia del Novecento inconsueta al cinema e per un cineasta della sua generazione (Tomita è un quarantenne). Senza mai metterla giù dura con le lezioni di storia, con Bangkok Nites riesce a dirci parecchio sul Vietnam, la Cambogia, il Laos di oggi e dell’atro ieri, e della guerra in Vietnam e prima ancora di quella d’Indocina, e degli americani, e dei vietcong, e di altro e altro ancora. C’è una strana, fantasmatica figura che emerge dalla foresta e recita il suo lamento, forse un anatema, sulla Thailandia prostituita al consumo e all’Occidente che forse è un vietcong sopravvissuto e riparato in Thailandia: “Aspetto ordini da Hanoi” sogghigna. Come uno di quei soldati giapponesi intrappolati in una qualche isola del Pacifico convinti di dover ancora combattere una guerra finita da un pezzo. Ma la base e il centro del racconto resta Bangkok, anzi la zona di Thanya, quartiere di bordelli – 200 in un’area relativamente ristretta – soprattutto per turisti giapponesi. Le prostitute lo parlano quasi tutte, il giapponese, la lingua degli affari e del denaro. Non ci sono papponi, nessuno sembra costringere le ragazze a  vendersi, se non la povertà (tutte hanno mamme, fratelli, sorelle, nonne al paesello da mantenere). Tutte sono in mostra, come in vetrina, abbigliate alla grande, con tanto di cartello diversamente colorato a seconda della durata della prestazione. Non c’è maledettismo, tutto è apparentemente normale, tutta sembra svolgersi in una piatta quotidianità. A dominare tutto è il denaro, le ragazze non parlano che di quello, tutto sembra chiuso nell’orizzonte del guadagno. La migliore, la più bella, la più pagata, e anche la più assertiva, la più sicura di sé, è Luck, o almeno così si fa chiamare. Guadagna così bene da aver comprato una casa alla madre e ai due fratelli là al villaggio, e un collare di diamanti per il suo cane. Tosta e determinata. Intelligente. Una sera ritrova un giapponese (lo interpreta lo stesso regista) di cui si era innamorata anni prima perdendolo poi di vista. Lui aveva guai allora, ne ha ancora di più adesso, senza soldi com’è, e con pesanti debiti. Luck se lo prende in casa, lo mantiene, lo accudisce, lui passivamente accetta, ma neanche la vicinanza di Luck pare riscattarlo, sottrarlo alla specie di sonnambulismo che l’ha invaso. Continua a frequentare i pessimi habitué dei bordelli, compresa un’equivoca compagnia di loschi affaristi. Ed è proprio il boss ad affidargli una missione esplorativa per un eventuale quanto oscuro affare a Vientiane, capitale del Laos. Luck parte con lui. Il suo villaggio è vicino alla frontiera laotiana, ne approfitterà per presentare Ozawa, così si chiama lui, come il suo uomo. La parte del villaggio è notevolissima per come svela i riti e i pregiudizi e le tradizioni radicate, ma anche il nuovo che da Bangkok è arrivato fin lì. Perché le ragazze cominciano a prostituirsi già nel villaggio, sognando di andare poi nella capitale a fare fortuna come Luck, e intanto han per clienti gli expat insabbiati da quelle parti, francesi, americani, rimasti lì dal tempo della guerra. Son loro a dar voce se non corpo ai fantasmi del passato sono loro a rievocare la guerra coi viet e pefino il colonialismo francese e la sua disfatta a Dien Bien Phu. Il film,con le sue tre ore e più, racconta ancora parecchio. Sempre in un modo cinematografico brusco, diretto, senza orpelli, un modo dell’immediatezza, non insensibile però alla bellezza dell’immagine e della messinscena. Tomita – è la sua qualità e insieme il suo limite – costruisce a maglie larghissime la sua storia, e poi seguendo l’istinto e l’impulso pedina ora l’uno ora l’altro personaggio, spezzando la linearità del racconto con deviazioni, arresti, improvvisi ritorni, circolarità. Creando anche parecchie difficoltà allo spettatore che rischia di smarrirsi in questo procedere magmatico, denso, quasi una colata lavica. Difficile individuare un fuoco narrativo, si passa da una figura all’altra, da una storia a una sottostoria. E molti passaggi restano incomprensibili. Perché Ozawa è stato mandato a Vientiane? e chi sono quei freaks che lo accolgono (compresi un paio di rapper filippini)? Purtroppo non aiutano i sottotitoli spesso in un broken english disastrato quanto astruso e un francese che lo è ancora di più (non è il solo caso: l’altro giorno ho visto Ta’ang di Wang Bing, che m’ero perso a Berlino, sottotitolato in un inglese pazzesco, quasi immaginario). Se solo Tomita si autodisciplinasse e avesse la forza di tagliare. L’ultima parte vira in melodramma, ed è un’altra cosa che non ti aspetti da un film strabordante di voglia di raccontare e di aprirci a mondi sconosciuti e non convenzionali. Devo dire che da quando l’ho visto – esattamente due giorni fa – Bangkok Nites mi è parecchio cresciuto nella mente. Mi sa che lo sposto un po’ più su nella mia classifica del concorso.

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