Festival di Locarno 2016. Recensione: l’argentino EL FUTURO PERFECTO è una delle rivelazioni di questo festival

OC900118_P3001_217542OC900104_P3001_217532El Futuro Perfecto, di Nele Wohlatz. Con Zhang Xiaobin, Saroj Kumar Malik, Jiang Mian. Argentina. Concorso Cineasti del presente.
OC900106_P3001_217534Molto intelligente, molto divertente. Di massima semplicità, eppure teorico e concettuale. Un film argentino che ha incantato tutti. Una cinesina appena arrivata a Buenos Aires vuole a ogni costo imparare lo spagnolo. Scoprire un’altra lingua sarà scoprire un altro mondo, e le infinite possibilità della vita. Dategli un premio, per favore. Voto 7 e mezzo
OC900110_P3001_217537Un film fatto con un pugno di euro (l’equivalente argentino qual è? il peso?) e molte idee. A dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che per fare un buon film basta, e si deve, essere bravi (vale per tutto il resto delle cose della vita, ovvio). Vedere per credere – nel caso arrivasse in qualche sala o in qualche modo in Italia – questo El futuro perfecto, piccolo film argentino messo su con qualche attore non professionista e tre location (una lavanderia, un supermercato, un ristorante) – e poi certo c’è Buenos Aires a far da contenitore e quinta, il che indubbiamente aiuta. Assai divertente e insieme sottile, acuto, intelligente, perfino concettuale. Film semplice e massimamente sofisticato sulla lingua. La lingua non solo come veicolo di comunicazione, ma come universo, come campo mentale, immaginativo, cognitivo, culturale. Quanti pensieri ci induce questo El futuro perfecto apparentemente fatto di niente, e ce li induce senza annoiarci, anzi inventando una piccola storia e personaggi ai quali ci si appassiona, perfino ci si affeziona. Xiaobin è appena arrivata a Buenos Aires dalla Cina per ricongiungersi con la famiglia installatasi lì da un po’ di anni rilevando una lavanderia-tintoria. Nonostante il disinteresse, se non l’aperta ostilità, dei suoi, Xiaobin si iscrive a una scuola di spagnolo per cinesi. La lingua. La lingua nuova del mondo nuovo è tutto per lei, anche per non restare incapsulata nel suo cinese, e nel microcosmo etnico in cui si muove, un mondo separato dove le interferenze con l’esterno sono quasi nulle. Si vive tra cinesi, si lavora tra cinesi, si parla tra cinesi, ci si sposa tra cinesi, e secondo le rigide tradizioni. La quantità di osservazioni e dettagli che la regista Nele Wohlatz (nata in Germania, ma immagino operante perlopiù in Argentina) immette in corso di narrazione sono un’infinità, quasi un corso accelerato di antropologia. Che quella cinese fosse una cultura autoriferita e introflessa lo sapevamo, questo film ce la mostra in tutta la sua impermeabilità. Quando l’insegnante chiede a Xiaobin cos’abbia fatto non appena arrivata la risposta è: sono andata al supermercato a imparare lo spagnolo. Intendendo: mi han messo subito a lavorare in un supermercato cinese e io mi sono dovuta imparare i nomi spagnoli dei prodotti. Il pragmatismo di un popolo, la sua determinazione. Il buttarsi nel lavoro, in un lavoro purchessia, anche se non lo conosci, non l’hai mai fatto prima, non ci sei preparato. A scuola la chiamano Beatriz, finché decide di diventare Sabrina perché, come le ha detto qualcuno, suona più simile a Xiaobin (questa di imporre agli immigrati nomi nella lingua che non è la loro storpiando gli originali è un’abietta aggressione culturale, una piccola pratica di annientamento, assai diffusa anche in Italia, e quanti Mohammed poveracci si son dovuti adattare a farsi chiamare Mimmo?). Le sequenze delle lezioni, e di come il gruppo di cinesi immigrati si sforza di risettare il proprio cervello e traslarlo da un universo linguistico a un altro lontano, sconosciuto, sono di grande godibilità e insieme acute e rivelatrici. E si ride parecchio quando la classe si esercita in dialoghi in spagnolo su situazioni-canovaccio suggerite dal manuale: telefonate, incontri, e via così (i testi adottati nei corsi di lingue, come sa chi ne ha frequentato qualcuno, sono puro non sense, puro surrealismo, con esercizi che più pretendono di aderire al reale e di riprodurre ‘la concretezza delle cose’ e più cadono nell’assurdo). Intanto un ragazzo indiano di nome Vijay fa una corte stringentissima a Xiaobin/Beatriz/Sabrina. Cina e India, ovvero le due potenze asiatiche antagoniste? Eppure Vijay non ha il minimo dubbio. La prima volta le chiede di poterla accompagnare verso casa, la seconda di sposarlo. Reazione di Xiaobin: l’impassibilità, e anche questo lo si direbbe un tratto antropologico più che individuale.

Il vertice il film lo tocca (complimenti alla regista-sceneggiatrice) nell’ultima parte, quando a scuola di spagnolo si passa allo studio del condizionale – che, come viene spiegato, è una forma di futuro in quanto ipotesi di una realtà possibile – e come esercitazione si chiede a Xiaobin di parlare dei possibili sviluppi della sua storia con Vijai. Se la tua famiglia non fosse d’accordo cosa faresti? E se fosse d’accordo invece? E se fosse Vijai a cambiare idea? E facendo esercizi sul condizionale ecco Xiaobin immaginare cosa potrebbe essere della sua vita, del suo futuro. In una girandola di storie via via diverse introdotte dal ‘se’, ora drammaticissime ora divertenti, ora con finale amaro ora felice. Imparando a usare il futuro perfecto Xabin/Beatriz/Sabrina impara a immaginarsi dentro e fuori dal suo mondo di origine, e impara che le regole e le tradizioni possono essere osservate ma anche infrante. Un’altra lingua può essere un’altra vita. Il che è una gran bella lezione che Nele Wohlatz ci impartisce, e senza la minima saccenteria. Applausi per favore, e che la giuria di Cinesti del presente presieduta da Dario Argento le dia un premio, grazie. Uno dei pochi film visti a questo festival che potrebbero trovare un pubblico in Italia (un altro è Mister Universo). E però i distributori eventuali non si mettano in testa di doppiarlo, sarebbe uno scempio.

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