Festival di Locarno 2016. Recensione: ‘VOR DER MORGENRÖTE – Stefan Zweig in Amerika’. Da vedere (se arriva nei nostri cinema)

OC892280_P3001_214376OC892279_P3001_214375Vor der Morgenröte – Stefan Zweig in Amerika. Un film di Maria Schrader. Con Josef Hader, Barbara Sukowa, Aenne Schwarz, Matthias Brandt. Piazza Grande. OC892281_P3001_214377Forse lo scrittore più conosciuto e venduto della prima parte del Novecento: l’austriaco Stefan Zweig ci viene però raccontato in questo film nei suoi ultimi anni di esilio in Brasile. Non una ricostruzione lineare, ma sei episodi cruciali della sua vita nel nuovo mondo dopo che lui, ebreo, aveva dovuto lasciare Vienna. Ne esce il ritratto in chiaroscuro di un uomo dilaniato. Molto acuto, pieno di rivelazioni interessanti. Non il solito biopic paratelevisivo. Voto 7 OC892287_P3001_214383Mi aspettavo la solita fiction archeotelevisiva, una produzione Lux in versione germanofona, il ritratto genuflesso del Personaggio Eminente, insomma un santino. Invece questo film prodotto da Germania/Austria/Francia (ormai in fatto di partecipazioni produttive la Francia ha tentacoli ovunque) su Stefan Zweig è meglio delle attese, in alcune parti, come nel capitolo conclusivo, molto meglio. E nemmeno così piattamante celebrativo, anzi abbastanza coraggioso nel restituirci uno Zweig uomo di dubbi, ombre e tormenti, e debolezze, tutt’altro che un eroe. Un film che spero arrivi in Italia, ennesima conferma della piccola Zweig-renaissance che sta riguardando da un po’ più il cinema che l’editoria. Scrittore di enorme successo in tutto il mondo fino almeno alla seconda guerra mondiale, l’austriaco Zweig ha riempito per decenni intere biblioteche pubbliche e casalinghe con i suoi racconti, e i suoi medaglioni biografici su gente famosa della storia e della letteratura, come Maria Stuarda, Maria Antonietta, Fouché, Dickens (una mia amica mi ha detto di aver ricevuto quindici suoi libri in eredità dalla madre, per dire). Poi, dopo la morte per suicidio nell’esilio brasiliano di Petropolis nel 1942 (ebreo viennese, i suoi libri erano stati bruciati dai nazi nel ’33: lui se ne andò via l’anno dopo, e quando ci fu l’Anschluss gli tolsero tutto, casa, beni, averi) quasi più il nulla. Oggi il suo libro più letto e ristampato è un libro grande, il suo migliore, anche se non si tratta di narrativa e nemmeno di un biografia celebre, ma di un memoir, Il mondo di ieri, ricostruzione di com’era Vienna, di com’era l’Austro-Ungheria di Francesco Giuseppe tra fine Ottocento e Grande Guerra. Che erano stati poi gli anni in cui Zweig era diventato adulto, aveva scoperto la scrittura, si era legato a quella scena culturale della Finis Austriae di cui ci è stato raccontato tutto, anche parecchio mitologizzando. Poi il disfacimento post bellico e la nascita del nazismo. C’è nostalgia, come no, in Il mondo di ieri, ma anche lo sguardo critico su una società ossificata e incapace di autoriforma com’era quella imperiale, lo sguardo lucido di chi sa guardare se stesso e il proprio mondo da lontano, da un altro e distaccato se stesso. Ma è stato il cinema ultimamente a rimettere in circolo Zweig, il cinema che già con la regia di Max Ophüls aveva tirato fuori un capolavoro dal suo racconto Lettera da una sconosciuta. Tre anni fa Patrice Leconte ha realizzato un noiosissimo e inerte period-movie da Una promessa, ma a rendere Zweig discretamente popolare anche tra chi mai si sarebbe avvicinato a lui è stato incredibilmente Wes Anderson, dichiarando di essersi ispirato parecchio ai suoi libri per The Grand Budapest Hotel, e anche se non è vero si tratta di una magnifica bugia sicuramente detta a fin di bene. Adesso è arrivato a Locarno in Piazza Grande questo Vor der Morgenröte, che credo voglia dire Prima del rosso del mattino, cronaca narrativizzata, minuziosa e parlatissima e molto ben documentata, degli ultimi anni di vita di Stefan Zweig passati con la seconda moglie Lotte, assai più giovane di lui, nell’esilio brasiliano con qualche escursione in altri posti d’America Sud e Nord. Si racconta questo pezzo della vita dello scrittore non linearmente (e anche questo è poco telefiction), ma isolando sei episodi, sei tappe o piuttosto sei stazioni – visto l’esito finale -, in un’operazione curiosamente affine a quella condotta da Aaron Sorkin (e Danny Boyle) su Steve Jobs. Si comincia con un pomposo ricevimento per il suo arrivo in Brasile alla presenza di varie autorità, e la sua dichiarazione d’amore per niente opportunista ma sincera per quel paese che lo ospiterà. Lo ribadirà sempre, anche nel libro che dedicherà al Brasile: lì non ci sono separazioni etniche religiose razziali, il Brasile è un esempio riuscito di pacifica convivenza da additare a tutto il mondo, una felice prefigurazione del futuro. Tema assai sentito da Zweig che, ebreo, veniva da un’Europa sprofondata in uno dei momenti più bui della sua storia. Naturalmente era un abbaglio, la proiezione di un uomo che voleva credere che potesse esserci un piccolo paradiso di convivenza su questa terra. Una proiezione frutto in parte del solito esotismo che assale sempre l’occidentale trasportato all’Est o al Sud del mondo, ma anche della riluttanza di Zweig a rilevare le contraddizioni sociali ed etniche di un paese che invece nei decenni a seguire avrebbe vissuto tensioni esplosive tra dittature, rivolte, repressioni. L’episodio migliore è la visita a New York dalla ex moglie (interpretata dalla solita grande Barbara Sukowa, in un ruolo di expat ebrea con qualche affinità con la sua Hannah Arendt nel film di Margarethe Von Trotta). Non sembrano esserci residui tossici lasciati sull’uno e l’altra dalla separazione, soprattutto lei è disponibile e perfino materna verso il suo ex, un uomo nevrotico e mal sicuro, sempre abbisognoso di una presenza accudente. Non stanno lì a rinfacciarsi scemenze coniugali, e invece il nodo scottantissimo, quello che li fa scontrare e discutere davvero, è ben altro, sono le richieste di aiuto rivolte a Stefan Zweig dai molti amici e conoscenti ebrei rimasti là, nell’anticamera dell’inferno, tra Vienna e Berlino, da lui dimenticate, rimosse, rimandate, eluse. Richieste perché lui dia una mano a ottenere l’espatrio e riparo negli Stati Uniti. Devi essere più generoso, gli rimprovera l’ex moglie. Ma gli Stati Uniti chiedono molto, chiedono che ci sia un garante per ogni rifugiato, chiedono che si versi una copertura in denaro, e Zweig rilutta, sfugge. Non può da solo salvare il mondo, sono tanti, troppi, si giustifica con la ex moglie che invece, pragmatica, lo esorta a fare quello che può. Comunque la si guardi, questa parte insinua qualche dubbio sul comportamento dello scrittore, assai cauteloso nell’esporsi. E non basta a stanarlo, a spingerlo all’azione, lo strazio nel vedere tanta gente avviarsi al macello (“ho saputo di una vecchia parente mandata a Theresienstadt”). È questo chiamarsi fuori il nucleo del film, anche se esposto molto educatamente e senza gettare fango sul suo protagonista. Chi è stato Zweig? Un nevrotico distrutto dall’esilio? Un uomo che avrebbe pouto usare meglio la sua fama schierandosi apertamente contro le dittature europee? O un uomo troppo disincantato e disilluso per credere davvero che si potesse cambiare la storia e fermare i mostri? “Tutta Berlino e Vienna si è trasferita qui a New York, per questo preferisco stare in Brasile”, commenta sarcastico durante la visita alla ex. E però anche nel suo adorato Brasile intanto hanno chiuso gli ingressi agli ebrei, cosa che non gli impedisce di mettere in cantiere un libro su quella che considera la sua nuova patria, tant’è che lo vediamo vicino a Bahia effettuare un sopralluogo in una piantagione di canna da zucchero per meglio conoscere come funziona uno dei pilastri dell’economia nazionale. E assai bello è l’incontro a Petropolis, il sobborgo di Rio in cui abita, con un amico berlinese, anche lui ebreo espatriato, e se Zweig cerca di nascondere l’amarezza dell’esilio con il proclamato, troppo proclamato entusiasmo per il Brasile, l’amico no, non può fare a meno di paragonare quella sua nuova modesta vita in un modesto quartiere di Rio, a quando abitava sulla Leipzigerstrasse. Sradicati. Portati via e catapultati in in un ecosistema che non è il loro e che non lo sarà mai. Una deprivazione, una deportazione, una delocalizzazione del corpo e dell’anima che il film sa rendere assai bene, con finezza, con parole acconce, ben scritte e ben dette, e con molti non detti, soprattutto da parte di Zweig. Il quale è corroso dentro, dal suo passato e dal suo non futuro. Si approssima ai sessant’anni, la vecchiaia lo angoscia. Assiste da lontano alla distruzione del suo mondo, il mondo di ieri, consapevole che non ce ne sarà un altro, e che il ritorno sarà impossibile. A un convegno del Pen Club prima della guerra, se ricordo bene nel ’36 – ed è un altro degli episodi del film – mentre si stila un comunicato fortemente antihitleriano e antifascista, mentre aleggia sul congresso una simpatia diffusa per l’esperimento socialcomunista sovietico e si invoca un impegno diretto, fattivo, contro le dittature europee (e l’elenco che viene letto degli scrittori scappati o espulsi dalla Germania è impressionante), Stefan Zweig assiste, partecipa, ma con prudenza. Senza mai esporsi troppo. Senza lanciare proclami. Anche quando un  giornalista ebreo di New York cerca di strappargli un’esplicita, decisa condanna della Germania nazista, lui si sottrae: “Non dirò mai, mai, una parola contro la Germania”. Ambiguità? Mancanza di coraggio? Paura di tagliarsi anche quel poco di relazioni che ancora lo legavano al mondo germanofono? Cautela imperdonabile e colpevole, soprattutto per un ebreo? O forse quel cavilloso distinguere tra Germani e nazismo, condannando il secondo ma mai la prima, sottintendeva un intatto amore per un mondo, una cultura, una lingua che gli avevano dato tutto, e che lui non poteva ripudiare se non a costo di autodistruggersi. In alcuni momenti sembra perfino invocare per sé un ruolo, impossibile, di terzietà, appellandosi al suo adorato Erasmo da Rotterdam (oggetto di uno dei suoi libri biografici) e facendosi paladino di un generico umanitarismo antibellicista e pacifista a prescindere. Fino all’epilogo – e non faccio spoiler perché la storia è nota – del suicidio con la moglie nel loro appartamento di Petropolis. Che è anche il vertice registico del film, convincendoci definitivamente di come Vor del Morgenröte sia cinema, non paratelevisione. Con il grande specchio di un armadio che, aprendosi e richiudendosi, man mano riflette la scena del suicidio, i due cadaveri sul letto, i visitatori sconvolti, la polizia, mostrandoci ogni volta un pezzo, mai l’insieme. Come in uno specchio, fedele e infedele. Nell’episodio precedente con l’amico arrivato da Berlino e non ancora adattatosi al nuovo mondo, Stefan Zweig, nel suo autoinganno, guardando la vegetazione tropicale di fronte a casa prorompe in un “mi sembra di vedere il verde delle colline dell’Austria”. Ma è un falso riflesso in uno specchio ingannevole. Niente poteva essere come la sua Austria, quello era un mondo perduto, e lui lo sapeva benissimo. Un film da vedere, se si può. Non solo perché il lavoro di scavo su fatti e personaggi è preciso e puntiglioso, ma anche perché il tentativo di realizzare un film parlatissimo, partendo dalla scrittura, è piuttosto riuscito. Del resto, film molto parlati ce ne sono sempre stati, non sono la negazione del cinema, sono solo uno degli infiniti modi di farlo, il cinema. Soltanto gli integralisti delle immagini in movimento continuano a condannarli come teatro camuffato e surrogato. Ma basta guardarsi un qualsiasi Mankiewicz saturo di parole, Eva contro Eva o il meraviglioso Gli insospettabili, per capire come la contrapposizione tra teatro-parola e cinema-immagine sia puro pregiudizio. Tant’è che Manoel de Oliveira, su cui si è visto proprio a Locarno un film-omaggio di Botelho (abbastanza deludente, devo dire), e sulla cui identità di cineasta vero non ci possono essere dubbi, aveva chiamato uno dei suoi lavori maturi Um Filme Falado, Un film parlato.

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