(in sala) recensione: MA LOUTE di Bruno Dumont. Belle Époque tra freak, slapstick e vari orrori. Imperdibile

Uno dei film migliori dello scorso Cannes, uscito purtroppo dal festival senza premi. Ma va assolutamente visto adesso che è nei nostro cinema. Ripubblico la recensione scritta allora.
1cbb67f27216613413be9dd606175203Ma Loute
, un film di Bruno Dumont. Con Fabrice Luchini, Juliette Binoche, Valeria Bruni Tedeschi, Jean Luc Vincent, Brandon Lavieville, Raph, Caroline Carbonnier. Al cinema da giovedì 25 agosto. Distribuzione Movies Inspired.

5791cd89f92032bc4e6dbb7fd9a4846dDivisivo. Il film-summa di un autore appartato e radicale come Bruno Dumont, che in Ma Loute mette dentro tutto il suo cinema, da L’Humanité a P’tit Quinquin, mescolando vertiginosamente l’horror, il period movie, lo slapstick, il circo dei freaks, il mystery. 1910: mentre una ricca famiglia borghese è in vacanza in una baia della Francia del Nord, cominciano a sparire misteriosamente dei turisti. Ritratto di un mondo tarato, marcio, e massimamente divertente. Voto 8a777610219fcf6fe1059d1fe242a7330
Il risultato se non più alto certo il più compiuto e concluso di sempre di Bruno Dumont, summa e ricapitolazione e compilation del suo cinema. Come in un vertiginoso autocitazionismo, uno degli autori più austeri e singolari, e appartati, del cinema francofono riprende tutti i suoi film e li frulla e riassume in questo. I panorami piatti e aperti verso l’infinito, o il niente, della Francia nordica e delle Fiandre belghe; i personaggi-monade, incapsulati nel proprio mondo se non nella propria follia e totalmente autistici, non comunicanti; il sovrannaturale che, anche ironicamente, viene a scompaginare le rozze certezze positiviste e laiciste; un’umanità al grado zero, ai margini del bestiale, guidata dai propri istinti e che solo la grazia (divina?) può riscattare. Dumont ha cominciato molti, molti anni fa con La vie de Jésus, deriva di un sottoproletario dalla coscienza opaca in una città fiamminga da stringere il cuore, ha conquistato finalmente il pubblico e i jeune critique che niente sanno dei suoi lavori precedenti con la mirabile serie tv P’tit Quinquin, grottesca e ribalda detection di due agenti uno più scemo dell’altro in una Francia rurale selvaggia di delitti foschi e di sottoproletari innocenti anche quando colpevoli, un paradosso che accomuna Dumont a Pasolini. In Ma Loute precipita chimicamente tutto quanto ha fatto precedentemente, comprese le levitazione del forse-santo protagonista del lontano e assai discusso L’humanité, e c’è molto, forse tutto di P’tit Quinquin, di cui Ma Loute si configura come un selfremake più spinto, più deciso, più radicale. Ne esce un film di un autore non apparentabile a nessun altro, autore in proprio, inventore, esploratore. Da dove partire per questa recensione? Dalla Francia oceanica del Nord, quella delle spiagge lunghe e delle maree, delle acque infide che possono stagnare e poi risalire di colpo e annegare, sommergere, portare via. E siamo nel 1910, in piena Belle Époque, con tutte le certezze nazionalistiche ancora intatte, e la fiducia nel progresso inarrestabile della scienza e delle tecnica ereditate dall’Ottocento. La grande guerra deve ancora venire, il mondo sembra pietrificato, anche nella sua divisione in classi. Qui rappresentata da due clan familiari contrapposti, quello dei ricchi Van Peteghern, e quella dei lumpenproletari Brufort, i primi arrivati in vacanza in una casa vista baia in stile egizio – capofamiglia, moglie, due figlie, più la sorella di lui con il figlio che forse è una figlia, o un ermafrodita, più il fratello di lei assai oscarwildiano e marcelproustiano, nel senso di omosessuale. Dall’altra il clan con il ragazzo Ma Loute, la madre, il padre, i fratelli. Mostri, ecco. Con già sulla faccia e nei corpi i segni lombrosiani di una diversità che èfisica, biologica, sociale, forse anche morale. Solo Pasolini aveva osato con i suoi accattoni e i ragazzi di varia vita prendere facce così per farne la faccia dei suoi film. Non bastasse, Dumont butta dentro perfino l’horror nella sua deviazione gore, visto che la famiglia lumpen è un clan che assassina villeggianti e altre gente di passaggio, per poi farli a pezzi, cuocerli e servirseli in tavola. I cannibali della porta accanto. E non urlate allo spoiler, please, perché la cosa si rivela dopo una decina di minuti. Il mystery, come in P’tit Quinquin, si innesca allorquando scompaiono un paio di turisti che Ma Loute e padre avevano aiutato a guadare gli acquitrini. Due poliziotti indagano, ma son più scemi di quelli già scemi di P’tit Quinquin e non approdano a niente, una coppia di imbranati modellata su quella Stanlio-Ollio, il grassone e lo spillo assortiti, che non fanno altro che intralciarsi a vicenda. Ma tutto il film è un omaggio allo slapstick del primo cinema comico, tutti cascano, tutti ruzzolano, tutti capitombolano, e più di tutti il poliziotto obeso. Con una recitazione caricata pure quella ripresa dall’overacting del cinema muto e del grandguignol, gestualità fuori misura e fuori senso, espressioni facciali da masheroni grotteschi, posture da gioppini. Con Fabrice Luchini, definitivamente il miglior attore francese, che si inventa per il suo personaggio di capofamiglia, di quella famiglia gravata da tare ereditarie e amori incestuosi, un uomo-lemure, un uomo invertebrato flaccido e irresoluto, come uscito da un manuale di patologia. Da ovazione. Lo segue Valeria Bruni Tedeschi che estremizza la sua consueta recitazione di sospensioni e pigolii per disegnare la parte della madre. Juliette Binoche quale sorella e cognata ci dà dentro come fa lei, esagerando pur nell’esagerazione richiesta dal regista. E che facce, dall’altra parte, dalla parte della famiglia lumpen e assassina: da patibolo, da postribolo, da circo di freaks, da laboratorio clandestino di anatomia del dottor Frankenstein. Siamo nel primissimo Novecento, ma il secolo di riferimento resta visibilmente per Dumont il ferrigno Ottocento con la sua grandeur e i suoi squallori nascosti dietri pesanti tendaggi. Il giallo degli scomparsi e della coppia poliziesca che cerca di chiarirlo è poco più che un pretesto per un teatro del grottesco e della crudeltà, per mettere in mostra come in un baraccone circense mostri e mostruosità. E che sapienza compositiva, che senso della messinscena e dell’immagine. Con quelle levitazioni a catena che, se nel capolavoro di di Dumont L’humanité esprimevano il senso del divino e del soprannaturale, qui diventano occasione comica, e comica finale. Ma non si finirebbe mai di parlare di questo film barocco e glaciale, lucido e insano, pieno di travolgenti invenzioni. Non manca nemmeno una creatura misteriosamente sospesa tra i due sessi, o forse di tutti e due. A rendere ancora più ricca questa commedia umana con parecchie disumanità nell’alto come nel basso della scala sociale.

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