Festival di Venezia. Recensione: THE WAR SHOW. Siria, tragedia in sette atti e un epilogo

008082016131928_media1The War Show di Andreas Dalsgaard & Obaidah Zytoon. Siria/Danimarca. Giornate degli autori/Venice Days.
008082016131742_media1Il massacro siriano, dalla rivolta del 2011 fino all’ambiguo conflitto di oggi e al grande esodo, ricostruito con il materiale girato da una giovane giornalista di Damasco. Cui si aggiungono altre immagini, molte girate al cellulare. Storia di un paese diventato un mattatoio a cielo aperto, e anche storia privata di un gruppo di amici che volevano cambiare il loro mondo. E sono stati sconfitti (almeno fino ad ora). Voto 7
908082016131852_media1Come si fa a scrivere di un film-documento sulla Siria? Intendo, sulla Siria di oggi e degli ultimi anni senza farsi sopraffarre e anche ricattare dall’enormità dei fatti, degli accadimenti. Ha senso parlare di recensione, di approccio critico e quant’altro quando la cosa, il contenuto che s’è fatto cinema è così devastante da far evaporare semplicemente ogni questione di forma? Antica querelle, lo so, ma di questo film che ha aperto Le giornate degli autori è doveroso parlare, non si può non farlo. Scandito in 7 capitoli più un epilogo – sull’attuale esodo della popolazione civile dal paese – The War Show ci mostra pezzi, frammenti, schegge di Siria partendo dalla rivolta del 2011 contro il regime di Bashar al Assad, rivolta che sembrava allinearsi alle altre rivoluzioni arabe del momento (Tunisia, Egitto, ecc.), e continuando con la resistenza e la controffesniva del regime, fino alla guerra multipolare e pulviscolare, e ambiguissima, di oggi con l’emersione di correnti e gruppi armati jihadisti. Una macelleria grande quanto un paese, con centiniaia di migliaia, forse milioni di vittime, e l’Occidente lì fermo a guardare. E c’è da vergognarsi quando in The War Show un uomo con le armi in pugno del Free Syrian Army accusarci tutti, noi europei, di pavidità, di non aver fatto niente per fermare al Assad. Il film si costruicse in gran parte per mezzo dei materiali video girati da Obaidah Zytoon – presente ieri in sala insieme al coregista Andreas Dalsgaard – una ragazza di Damasco che vediamo all’inizio lavorare in una radio e dare voce e microfono al dissenso antiregime. Più altri videomateriali di molteplici provenienze, e parecchie imagini catturate col cellulare. Obaidah e i suoi amici, e i molti ragazzi convinti come loro, scendendo in piazza nel 2011, di rovesciare Bashar al Assad. Sappiamo come è andata a finire, anzi di come ancora continua purtroppo. Senza esagerare in spieghe didascaliche, Obaidah ci guida in tutte le stazioni e gli snodi e le svolte del Grande Masssacro, fino a oggi. Peri i primi due anni il coflitto si ha lungo la linea che separa e contrappone regime e antiregime, poi le cose si faranno maledettamente più comoplicate e chiaroscurate. Amici di Obaidah che all’inizio vediamo ridere divertirsi fare l’amore sperare nel futuro, e che alla fine vediamo cadaveri con i segni delle torure addosso. Avete in mente il finale di American Graffiti, con la lista dei ragazzi partiti e morti in Vietnam? Ecco, qua è la stessa straziante cosa, solo che è tutto vero, e allora si oange e ci si incazza, e ci si vergogna di appartenere a un mondo che non ha mosso un dito. Ma le parti del film da pelle d’oca sono molte. La lezione di kalashnikov a un bambino ansioso di passare alla guerra. Gli scontri nelle strade spettrali ripresi in diretta. Soprattutto, e son sequenze da far vedere a tutti, l’arrivo delle forze jihadiste (affiliate ad Al Qaida, non all’Isis) in una città già in ginocchio. Fa impressione, anche nelle fasi pre-jihadiste in cui la guerra al regime sembrava controllata dal laico Free Syrian Army, vedere come i molti caduti venissero chiamati non combattenti ma martiri, invariabilmente. Segno inequivocabile di come il conflitto avesse già valenza religiosa. Ma è un aspetto su cui le due registe non dicono molto, limitandosi a mostrare. Tocca a noi decifrare, interpretare, capire. Non il miglior film sulla Siria: Silvered Water gli era enormemnente superiore, solo che si limitava a raccontare il 2011., mentre The War Show arriva fino ad oggi ed è comunque una visione indispensabile.

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