Festival di Venezia. Recensione: il croato QUIT STARING AT MY PLATE è una delle buone sorprese (a oggi)

025072016141820_media1Ne gledaj mi u pijat (Quit Staring at My Plate) di Hana Jušič. Con Mia Petričević. Croazia. Giornate degli autori/Venice Days. Voto 7
025072016141711_media1Una buona sorpresa, e quasi una scoperta, questo film croato che va a inserirsi nel genere ormai consolidata, e in via di espansione soprattutto ai festival, dello squallore balcanico e post-comunista. Vite derelitte, protagonisti e protagoniste che deambulano al grado zero dell’espressività facciale attraversando panorami esistenziali e /o sociali squassati e moralmente deprivati. Un’umanità anonima mossa aparentemente solo da pulsioni primarie di tipo darwiniano. Sopravvivere, uscire indenni da un mondo familiare ed extrafamiliare di massima ostilità. Prima il cinema rumeno dei Mungiu e Puiu, più recentemente quello bulgaro – vedi Godless, neovincitore a Locarno – hanno tracciato la mappa e fissato il canone del genere. Che in questo film croato di una regista trentenne si incrocia con il cinema greco dei Lanthimos e degli Avranas, soprattutto nella rappresentazione di interni-inferni domesticio segnati dal dominio, dal controllo, dalla sopraffazione patriarcale, da sordide miserie custodite tra quattro mura. Siamo mi è parso di capire a Sebenico, città di quella che un tempo si chiamava Dalmazia e chissà se ora si può ancora dire. Città di mare dove facciamo la conoscenza di Marijana, della sua vita divisa tra il lavoro in un ambulatorio di analisi (con incombente minaccia di licenziamento) e la casa, dove regna incontrastato il padre-boss, protervo e minaccioso, dove la madre è custode, vestale, complice di quell’ordine imposto, dove il fratello di Marijana è un ragazzone infantilmente irresoluto. I soldi di Mirijana son necessari, lei è anche l’unico ponte tra quel microcosmo soffocato e introflesso e il mondo là fuori. Un microcosmo dove l’entropia a poco a poco si espande a paralizzare chi ci sta dentro. Il padre ha un ictus, Marijana comincia a sentirsi prigioniera e ostaggio, e cerca come un animale senza pensiero, come un insetto che sbatte le ali senza un perché, una via di fuga. Comincia a star fuori la notte, ha un’avventura con tre ragazzi, tutti insieme. Ma quell’ordine corroso in cui è sempre vissuta la blocca come una tenaglia, inibisce i suoi tentativi di evasione. Trasformando ogni movimento in falso movimento. Gran prova di catatonia non-attoriale dell’attrice protagonista, Mia Petričević.

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