Festival di Venezia. Recensione: LA REGIÓN SALVAJE (La regione selvaggia) di Amat Escalante divide il festival con i suoi amori mostruosi

La región salvaje (La regione selvaggia – The Untamed) di Amat Escalante. Con Ruth Ramos, Simone Bucio, Jesus Meza, Eden Villavicencio. Messico 2016. Concorso Venezia 73.
27470-La_regi__n_salvaje_2____Manuel_Claro_Mart__n_EscalanteCosa c’è in quella sinistra casa nel bosco? E qual è il segreto che Angel nasconde alla moglie Alejandra? Amat Escalante, che nel precedente Heli ci aveva dato un fosco ritratto del Messico dei narcos, stavolta ci spiazza tutti con un film che mescola l’ordinario squallore quotidiano con il fantastico e l’horror. Buttandoci dentro parecchio sesso e violenza. E con un colpo di scena agghiacciante. Film disturbante, che ha spaccato la platea del festival. Voto 7+
27468-La_regi__n_salvaje_1____Manuel_Claro_Mart__n_EscalanteAltro che Spira Mirabilis, il film autenticamente divisivo del concorso, e forse del festival tutto, è questo imprevedibile La regione selvaggia di Amat Escalante, regista operante da tempo in Messico, in una delle cinematografie oggi più vitali e innovative. Quattro anni fa a Cannes (l’edizione vinta da La vie d’Adèle) si portò via un premio importante con il tostissimo Heli, racconto di un poverocristo coinvolto malgré lui nelle feroci guerre tra i cartelli dei traficantes. Cruento, con la sequenza, impossibile da dimenticare, di un tizio cui i narcos torturatori bruciavano i genitali. Ecco, mi aspettavo da Escalante un altro film di spietato realismo sui disastri del Mexico Infelix, qualcosa che fosse in linea con Heli nei contenuti e nella lingua cinematografica, qualcosa ancorato alla contemporaneità e ai suoi disastri. Macché. La región salvaje mi ha spiazzato completamente con una storia sospesa tra cinema del reale e cinema fantastico-horror, uno strano incontro, uno strano miscuglio di cui non è facile dire e scrivere. E che colloca il film in quella zona incerta, pure quella una regione selvaggia senza legge, tra sperimentalismi e velleitarismi, tra visionarietà e eccessi farlocchi. Si cammina sul confine sottilissimo tra il capolavoro, o almeno il lavoro importante, e la bufala clamorosa con pencolamenti ora dall’una ora dall’altra parte. Eppure bisogna riconoscere a Escalante di aver osato come pochi a questo festival, realizzando un film intimamente feroce e barbaro che parla il linguaggio dell’Es, dell’istinto, per dirla vetero-freudianamente, e che salda violenza e sesso portandoli insieme al calor bianco. Con un qualcosa, nonostanto la atonalità della messinscena, del delirio barocco e sanguinolento così radicato nel mondo iberico e latino-americano. E con una propensione per il laido e il sordido – qualcosa di diverso dal volgare implicando un che di perverso e patologico – che è forse il filo che lega La regione selvaggia al precedente, apparentemente così diverso, Heli. Si parte con una ragazza (di nome Veronica) che emerge dalle brume di un bosco ferita al fianco, sanguinante, sconvolta, in fuga da un qualcosa che non sappiamo. Stacco su una media famiglia qualunque di media infelicità forse di Città del Messico forse no, composta da un truce marito (di nome Angel), un’insoddisfatta moglie (di nome Alejandra) e due bambini. Il quadro di vita coniugale parte con una sodomizzazione non particolarmente gradita da lei, prosegue con la povera donna in ostaggio dai due pestiferi figli. Si scopre abbastanza presto – e dunque non è questo gran spoiler – che Angel, nonostante la sua continua e ossessivamente dichiarata avversione per gli omosessuali, è l’amante del cognato, il fratello paramedico (di nome Fabian) di Alejandra. Già, ma che c’entra il bosco nebbioso dell’inizio? E che c’entra la casa che sorge lì in una radura, la tipica cabin in the wood, con la famigliola di cui sopra e relativo triangolo con lato gay? Sembra proprio che Escalante ci voglia suggerire, in accordo con l’ortodossia psicanalitica, e abbastanza scolasticamente, che la regione selvaggia sta dentro ciascuno di noi, è la nostra animalità, è la zona bassa e non umana o preumana della nostra umanità presunta superiore, lì dove nascono e si alimentano il desiderio e la violenza. La casa nel bosco ne è la metafora fin troppo trasparente, perfino pedissequa (ed è questo pensiero troppo semplice il limite vero di un film che sa essere comunue potente, disturbante, tesissimo). C’è qualcosa di sconvolgente là dentro, nella cabin in the wood, qualcosa custodito da un’anziana e forse criminale coppia, lui scienziato lei sua devota compagna, assistente e complice. Qualcosa che ha a che fare con il sesso naturalmente, e non si può dire di più. Solo un indizio: il remoto Possession di Andrzej Zulawski con Isabelle Adjani. Il film intanto scivola sempre più velocemente nell’orrore erotico, con vittime ritrovate nel bosco brutalizzate e violentate. Ma quel qualcosa che produce l’orrore è anche produttore di desiderio, godimento, piacere, e ci sarà chi ne diventerà dipendente, deciso per assicurarsi quel godimento a rivoltare la propria vita. Per quasi un’ora Escalante ci tiene sospesi disseminando indizi e tracce. Dosando con grande perizia rivelazioni e depistaggi. Alludendo all’orrore mostruoso che scopriremo più in là attraverso il racconto dell’ordinario orrore della devastata vita coniugale di Angel e Alejandra. Di stupefacente in questo film c’è che sa portarci dal realismo quotidiano al fantastico e al surreale e al subreale con la massima naturalezza, senza ricorrere ai consueti paraphernalia del genere horror. Il turpe e il mostruoso camminano al nostro fianco, ci stanno vicini, sono la regione selvaggia che non possiamo evitare e siamo costretti a percorrere. In fondo, questo è il film di Amat Escalante, e anche se i devoti del cinema alto e festivalmente corretto hanno storto il naso, trattasi di un film assai rispettabile. Molte le analogie con il Carlos Reygadas di Post Tenebras Lux: la natura come teatro pulsionale, il senso per il laido e il turpe.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

8 risposte a Festival di Venezia. Recensione: LA REGIÓN SALVAJE (La regione selvaggia) di Amat Escalante divide il festival con i suoi amori mostruosi

  1. Pingback: Festival di Venezia 2016. LA MIA CLASSIFICA FINALE dei film del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.