Festival di Venezia. THE BAD BATCH di Ana Lily Armipour è una (mezza) delusione

The Bad Batch, un film di Ana Lily Armipour. Con Suki Waterhouse, Jason Momoa, Giovanni Ribisi, Keanu Reeves, Jim Carrey. Concorso Venezia 73.
27530-The_Bad_BatchDelude in parte la giovane regista che un paio di anni fa ci aveva dato il molto bello A Girl Walks Home Alone at Night. The Bad Batch assomiglia troppo al solito distopico, al solito post-apocalittico. Con un’eroina cui i cannibali han divorato un braccio e una gamba (che ci sia un riferimento alla Charlize Theron di Mad Max?). Storia latitante. Resta però la capacità di Ana Lily Armipour di costruire mondi e visioni barocche e degradate. Voto 6+
32944-The_Bad_Batch_2Considero A Girl Walks Home Alone at Night di Ana Lily Armipour uno dei migliori esordi degli ultimi anni. Quel film in farsi, girato in bianco e nero, tra personaggi devastati e al grado zero dell’umano mi era sembrato una gran rivelazione, con il suo mescolare reminiscenze nouvellevaguistiche e western italiano, cinema altoautoriale com ambizioni di metafora e cinema di genere. Dunque mi aspettavo molto da questo secondo film del’iraniana della diaspora Armipour, cresciuta credo in Gran Bretagna e poi trasferitasi in California a fare cinema. Invece, mezza delusione da questo The Bad Batch, e anche più di mezza. Eppure ALA ripropone parecchio del suo esordio, una protagonista che infrange ogni canone di perfezione, armonia e correttezza (là era una vampira, qui una ragazza cui nella prima sequenza alcuni cannibali tagliano un braccio e una gamba), il muoversi in una landa desolata e pericolosa da cui è impossibile scappare davvero e che è una prigione a cielo aperto, un popopolo derelitto sopravvissuto a una qualche catastrofe, le allusioni a una società cattiva che opprime e discrimina e uccide. Ma il miracolo non si ripete. Lo straniamento e la fascinazione che quel film in lingua farsi calato in un universo postindustriale di rottami ci procurava, stavolta non scattano mai. Nei momenti meno riusciti sembra di stare in un qualsiasi distopico, o in una copia non conforme e non riuscita di un catatastrofico alla Mad Max – mica per niente la protagonista senza braccio ricorda la Famosa di Chalize Theron – ma senza che ci sia la straripante carica visionaria di George Miller. Con oltretutto un racconto che si snoda a una velocità eneormente inferiore a quel modello. The Bad Batch è cinema contemplativo, cinema della lentezza, cinema della claustrofobia, con movimenti circolari (si torna eternamente allo stesso punto, là in mezzo al deserto, come i due protagonsti). Cinema dell’immobilità.
In un domani assai vicino all’oggi, ecco laggiù del Sud-ovest degli Stati Uniti cuna zona senza e oltre la legge, dove si sono accampati o son stati costretti a rifugiarsi i reietti della società, i variamente diversi, clandestini, criminali, pazzi, malati del corpo e della mente, freaks, riiuti umani di ogni ordine e grado. Divisi a loro volta in due comunità opposte e nemiche, quella dei malvagi cannibali di Bridge e quella di Comfort, retta da un demoniaco tiranno che tiene sotto controllo il suo popolo illudendolo con promesse di felicità e imbambolandolo con droghe di massa. Arlen, catturata a Bridge, vien menomata di un braccio e una gamba, prontamente dati in pasto ai voraci abitanti. Ma riesce a liberarsi e, soccorsa nel deserto da uno strano eremita punk (attenzione, è Jim Carrey), si ritrova pure con una bambina a carico di cui ha dovuto ammazzare la madre per non esserne ammazzata. Bambina che verrà poi rapita dal perverso e forse pedofilo capo di Comfort (Keanu Reeves, alla sua seconda interpretazioni di culto dell’anno dopo The Neon Demon). Quel che segue è la strana alleanza tra Arlen e il nerboruto e tatuatissimo padre della pargola allo scopo di liberarla dall’orco di Comfort. Come in A Girl Walks… la storia latita, procede a strappi, ma almeno là c’era la suggestione della lingua farsi, c’erano personaggi che nella loro follia rimandavano al dolore dell’esilio dalla patria iraniana. Qui i caratteri sono figurine piatte, bidimensionali, monorcordi, anche per via di attori di non eccelsa espressività (ci voleva Scarlett Johansson, mannaggia). Resta, questa sì, la capacità di ALA di creare mondi fantastici e degradati, città costruite di detriti e rovine, custodi marce del passato. Una fantasmagoria straccionesca e barocca, con quella corte dei miracoli di Comfort come uscita da un Mille e una notte sognato e scritto sotto acido. C’è una sfacciata sgangherataggine anni Settanta assai divertente, ma la mancanza di ogni riferimento per quanto criptico e metaforico all’Iran si fa sentire, e pesa. Ana Lily Armipour sembra aver tagliato il cordone ombelicale, essersi emancipata dalle sue radici familiari, ma così rischia anche di perdere ogni riferimento e di vagare, come i protagonisti del suo film, e come tutto il suo film, in un deserto senza uscita.

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